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Maddalena Monari
Io e il tuo corpo
Il Metodo Monari
Come ripristinare una continuità
interrotta dai blocchi muscolari
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Foto in copertina: Eugenio Bersani
Foto: Cantarelli Sergio
Walter Dal Pesco
Disegni: Lorenzo Pallotti
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a Margherita
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Indice

Introduzione..............................................................................1

Ringraziamenti..........................................................................7

Capitolo 1................................................................................... 9
Sicurezza e barriera: la tecnica per un fisioterapista...........9

Capitolo 2.................................................................................17
Un incontro importante......................................................... 17
- Françoise Mézières............................................................... 17
- Il corpo e le emozioni...........................................................21
- Quando incominciamo a difenderci..................................23
- La rimozione..........................................................................25
- Educazione e rieducazione..................................................27
- Il mio giardino.......................................................................33
- Bambini in punizione...........................................................38
- I danni del nuoto...................................................................42

Capitolo 3.................................................................................52
Il metodo Monari.................................................................... 52
- Formazione dei gruppi........................................................55
- Lavoro a raggiera - prima fase...............................................61
- seconda fase............................................63
- terza fase.................................................64
- quarta fase..............................................66
- Esempio di una seduta - Lavoro sui glutei........................71
- Recupero della propria morbidezza...................................87
- La forma perfetta...................................................................89

Capitolo 4..................................................................................92
Il fisioterapista - primo anno....................................................92
- secondo anno..................................................93
- terzo anno......................................................94
- La vergogna...........................................................................100

Capitolo 5................................................................................ 116
- La formazione.......................................................................116
- L’importanza della voce......................................................118
- L’importanza del contatto...................................................119

Conclusioni.............................................................................121

Bibliografia.............................................................................208

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MATERIALE DISPONIBILE NEL LIBRO IN PDF SCARICABILE A LATO PAGINA
O NELLA SEZIONE "ESPERIENZE DEGLI ALLIEVI"
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Incontro con il metodo Monari..........................................123
(racconti di alcuni allievi)
Capitolo 6................................................................................124
- Rividi quella bambina al mare
(Lilia Collina)............................................................................124

- Un passato da "piccola ginnasta", poco convinta
(SandraBrusa)...............................................................................134

-Il ruggito ritrovato.................................................................134
- Riscoprire i bambini e incontrare il bambino che è in me .......137
- Ho trovato dei compagni di viaggio
(Silvia Camin)..............................................................................................141

- La gioiosità della bambina di un tempo
(Roberta Gravano)......................................................................................151

- Il piacere dell’esprimersi nella vita come nell’arte
(Carlo Mazzoli).........................................................................163

Le cose buttate "dietro le spalle"
(Grazia Carboni).......................................................................176

- Lei era li, dalla mia parte
(Anna Maria Cerioni)...............................................................179

- Storia del mio incontro con il metodo Monari
(Marcella Ruocco).....................................................................190

- Ho iniziato a scegliere e a decidere per me
(Filomena D’Ambra).................................................................197

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Introduzione

Il bambino non amato, non rispettato e maltrattato è destinato a diventare un adulto violento. Dimenticare per sopravvivere è l’unica operazione che è costretto a fare.
Questa rimozione sarà la cecità che gli permetterà di infliggere ai suoi figli e alle persone più deboli di lui le stesse torture.
In nome dell’educazione verrà restituito ai figli tutto il maltrattamento ricevuto.
Nel silenzio della famiglia, nel silenzio della società questi crimini si ripetono ogni giorno.
Questo è ciò che da anni Alice Miller sostiene con forza e coraggio nei suoi libri mettendo in discussione pilastri storici come l’educazione, le punizioni inflitte ai bambini, il rispetto per i genitori, anche se maltrattano, picchiano e minacciano perché lo fanno per il bene
dei figli.
Secondo l’autrice solo i genitori che hanno conosciuto l’amore possono amare ed ascoltare i loro figli, chi è stato maltrattato potrà dare solo ciò che ha conosciuto, a meno che non riesca a ricordare e, con fatica, a ritrovare il dolore sepolto subìto da bambino, facendo riaffiorare
i propri bisogni per comprendere i bisogni dei propri figli, bisogni che in nome dell’educazione e della pedagogia sono stati soffocati.
Ricordando e rompendo la complicità con i genitori e con i loro alibi educativi un figlio maltrattato può diventare un buon genitore.

Educazione, regole, ordine, limite, esagerazione.

L’infanzia di un bambino è assillata da queste parole, la sua pelle, i confini del suo corpo sono impregnati di tutto ciò che non può fare e di come deve comportarsi.
Il bambino appena nato, non solo viene battezzato per togliergli il peccato originale, ma lo si continua a considerare una forza ribelle che deve essere instradata per la società futura.
L’educazione madre sovrana fa da padrona su ogni sensazione, emozione, espressione che il bambino tenta di manifestare.
Inoltre una serie di sciocche convenzioni vengono spacciate per regole. Le convenzioni sono in realtà estremamente limitanti per la personalità di un bambino.
Si parla di limite, di ordine precostituito, di compostezza a un bambino di pochi anni, gli si insegna a non parlare e a stare composto a tavola, a masticare con la bocca chiusa, a non appoggiare i gomiti sul tavolo, a non alzarsi fino a che tutti non hanno finito di mangiare, a non litigare con i compagni, a essere gentili con il prossimo. Spesso tutto questo viene smentito dall’esempio che danno i genitori. Sono pochi gli adulti che a tavola non parlano e sono composti,che non litigano, che sono sempre gentili, che non esagerano, soprattutto quando picchiano i loro figli. Non urlare e non picchiare sono le prime cose che un genitore smentisce davanti a un figlio, quando urla contro di lui o quando gli dà una sberla per il suo bene affinché impari l’educazione.
Altra cosa che il bambino deve capire molto bene sono i limiti. Limiti che vengono dati verbalmente e che contrastano con il comportamento assolutamente senza limiti che il genitore ha sul bambino.

Come l’educazione offre l’opportunità di non entrare in contatto con i bisogni del bambino e di sfogare i maltrattamenti subiti, così la rieducazione dà la stessa opportunità.
Dal 1973 sono una fisioterapista o meglio una terapista della riabilitazione; il mio lavoro è quindi quello di riabilitare e di ri-educare un corpo che ha interrotto le sue funzioni.
Al pari dell’educazione le tecniche ri-educative evitano di ascoltare i bisogni e le sofferenze, evitano soprattutto di ricordarci la nostra sofferenza.
Al pari dell’educazione la ri-educazione autorizza a dare consigli, a sgridare, a imporre la propria volontà; al pari dell’educazione la ri-educazione dichiara spesso «tutto questo male è per il tuo bene».
Mi sono resa conto che un terapista che è stato un bambino maltrattato, non ascoltato, limitato nelle sue espressioni creative, nel suo movimento, ed ha accettato tutto questo piegandosi all’educazione non può essere che sordo di fronte ai bisogni dei suoi pazienti, non avendo nessuna conoscenza dei propri bisogni e desideri, nessuna conoscenza delle leggi del corpo, il suo e quello degli altri, ma solo di un insieme di tecniche.
Come spesso un genitore attento può imparare dai suoi figli, così un fisioterapista a conoscenza delle leggi del corpo, dei bisogni, dei desideri, delle emozioni del corpo, può imparare dalle richieste dei suoi pazienti.
Nella persona ammalata si è spezzato un falso equilibrio, c’è una richiesta di aiuto, un antico bisogno non può più essere soffocato, un’antica voce non può più tacere. Ha il diritto di essere ascoltata. Non può essere, con l’alibi della tecnica, di nuovo chetata e ricondotta al silenzio.
Per terapisti e medici questo silenzio è prezioso, copre il segreto del loro dolore; la voce, il suono della verità è minaccioso e fa molta paura. Ma questa paura non giustifica l’opera di distruzione che medici e terapisti fanno sui malati. Molto spesso è vergognoso come vengono trattate persone che hanno bisogno di aiuto. Occorre rivedere la propria storia e le sofferenze vissute per evitare, come succede in molte palestre di fisioterapia, di toccare con distacco e indifferenza il corpo già sofferente di un malato, parlando del più e del meno con i colleghi.
Io e il tuo corpo.
Questa è la domanda che per tanti anni non ha trovato risposta in nessun insegnamento appreso. La risposta l’ho trovata nelle mie sofferenze, nelle carezze ricevute, nel dolore per ciò che è mancato al mio corpo, nei momenti di passione che ha vissuto.

In un paesino di montagna ho vissuto un’esperienza di cui ho ancora un ricordo preciso che si è fermato nella mia mente come il momento di passione più profondo della mia vita.
Senz’altro ci sono stati altri momenti altrettanto forti e profondi ma questo è stato il primo incontro, la prima conoscenza con il sentimento della passione.
Nei primi anni di vita i bambini fanno moltissime scoperte, tante in pochi anni. Le numerosissime esperienze che si fanno da piccoli non si faranno in venti-trent’anni di vita adulta.
Scoprire il bisogno, la rabbia, l’amore, la libertà, l’odio, il movimento, il contatto con gli altri, la lettura, la scrittura. Sono anni che se lasciati vivere sono i più carichi di emozioni e sensazioni di tutta la nostra vita e possono trasformarsi in una sofferenza senza pari se ostacolati nella loro evoluzione. Crimini non puniti perché sono protetti dall’educazione.
Mi trovavo a Barigazzo in vacanza, avevo sei anni ed avevo fatto amicizia con un bambino di un anno più grande di me. Giocavamo tutto il giorno e ci rotolavamo nei prati, mi faceva sempre ridere ed ero sempre eccitata.
Un pomeriggio mentre i miei erano a dormire litigammo violentemente, fu una lite che ci portò a fare a botte. Stavamo lottando uno addosso all’altra quando guardandolo incominciò a battermi il cuore fortissimo. Sdraiata sul prato e lui sopra di me mi teneva le mani, la lotta era finita ci guardavamo fissi negli occhi, lui era rosso in viso, più lo guardavo e più mi batteva il cuore. Ad un tratto ho sentito un grido e ho visto mia madre che correva verso di noi e per paura che ci facessimo male si avvicinava per separarci.
Non ricordo nessun trauma, solo dispiacere. Per fortuna mia madre non arrivò prima; ho avuto così il tempo di sentire quella emozione, forte, violenta, appassionante, che mi veniva da dentro. Prima di allora ignoravo che a un corpo potesse succedere tutto questo, ignoravo che la vicinanza con un altro corpo che avesse una pelle che emozionava la mia potesse scatenare una forza così grande.
Senza colpa e con un po’ di nostalgia per essere stata interrotta ho tenuto questo piacere sulla pelle, negli occhi, nel cuore ed anche oggi vive con me e mi supporta in ogni esperienza di passione senza che ne abbia paura.
Se mia madre invece di separarmi e mostrare la sua preoccupazione mi avesse sgridato, fatto sentire colpevole, avrebbe interrotto e bloccato probabilmente ogni mia passione futura, o probabilmente l’avrebbe compromessa lasciandomi una relazione fra la passione e la colpa.
Questa mia prima bellissima esperienza avrebbe avuto come iter: passione, colpa, dolore.
Dal mio comportamento nella vita mi rendo conto che in altre occasioni, e molte le ricordo, sentimenti affiorati per la prima volta sono stati colpevolizzati, soprattutto la rabbia, e questo mi ha portato con grande sofferenza e un profondo lavoro sul mio corpo a rompere, e non sempre mi è facile, l’abbinamento: rabbia-cattiveria.
La strada per vivere bene e appassionatamente nel proprio corpo è una strada lunga e fatta di ricordi dolorosi e gioiosi. Per poter entrare in contatto con un altro corpo è importante iniziare questo percorso. Rompendo la complicità con l’educazione e con la ri-educazione un tecnico della riabilitazione può diventare un terapista.


Ringrazio:
Laura Galli, Roberto Del Signore, Paolo Flaviani.
Antonia, Paola, Bruno, Fosco, Maurizio, Laura B.,
che sono stati quindici anni fa i miei primi
compagni di viaggio in questa avventura.
Ognuno di noi oggi ha preso la sua strada,
ma restano il ricordo e il piacere dei momenti
passati insieme.
Un ringraziamento a tutti i miei allievi e in particolare
a Luciana Giacometti, la mia prima allieva.
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Capitolo 1

Sicurezza e barriera: la tecnica per un fisioterapista

Quando ho iniziato la scuola di fisioterapia non sapevo cosa mi aspettava. Ricordo che la prima sensazione avuta in ospedale, dove aveva sede la scuola, è stata di grande tristezza e paura.
Ero molto preoccupata dal contatto con i malati e tentavo di rassicurarmi pensando che le cause erano la mia inesperienza e la mia poca familiarità con l’ambiente. I malati che si aggiravano per l’ospedale mi davano l’opportunità di sentirmi sana e questa differenza calmava la mia paura. In effetti con gli anni di studio la tecnica appresa su come curare i malati, come toccare i loro arti, il loro corpo, mi rassicurava, separava le mie emozioni dalle loro, separava qualsiasi contatto. Più che come strumento di cura serviva come barriera di comunicazione.
Io ero quella che sapeva e loro i malati, c’era la mia professionalità e il loro
bisogno.
Finita la scuola fui assunta dall’amministrazione comunale per operare negli ambulatori di quartiere. Iniziai il mio lavoro di riabilitazione con i bambini cerebrolesi. Le tecniche di recupero per i bambini cerebrolesi erano molte e una diversa dall’altra, ma tutte avevano in comune lo stesso modo di trattare il paziente e una visione settoriale del suo corpo. Il tendine di Achille del bambino era retratto, occorreva operarlo; i piedi erano equini, bisognava mettere un apparecchio; la schiena si curvava, lo si metteva sul tavolo da statica: per ogni problema c’era un rimedio. Qualche esperto consigliava scarpe ortopediche ben rafforzate, qualcun’altro di lasciare il piede completamente libero, altri ancora studiavano vari tipi di carrozzelle, altri erano sempre per intervenire chirurgicamente. Ricordo l’operazione di un bambino al tendine di Achille, ai muscoli flessori ed adduttori, un’operazione molto lunga che richiedeva sei tagli e non poteva essere eseguita da un unico chirurgo.
Due medici infatti lavoravano contemporaneamente, uno sulla gamba destra e l’altro sulla sinistra. Questa operazione, che in teoria doveva essere fatta dal primario, il quale entrò in sala operatoria ma uscì dal retro, venne compiuta da due suoi assistenti.
Dopo qualche ora di lavoro non si trovarono d’accordo sul tipo di allungamento da fare ai muscoli adduttori ed ognuno di loro, dopo aver discusso, rimase della propria opinione. Il risultato fu che la gamba destra venne operata in modo diverso dalla sinistra.
Ero sconvolta, ma mi sentivo impotente, il bambino era sotto i loro ferri e non potevo rendere la situazione più tesa discutendo a mia volta. Inoltre non sapevo quale dei due avesse ragione; sentivo anche la loro disperazione, ognuno dei due era veramente convinto che l’altro commettesse un grave errore.
Ero decisa a denunciare il primario, ma nessuno mi avrebbe ascoltato. I medici non avrebbero tradito il loro professore, avevano tutta una carriera nelle sue mani, e nessuno dall’esito dell’operazione poteva confermare le mie accuse, dato che ogni muscolo può rispondere in modo diverso all’intervento. Quindi anche se le operazioni fossero state fatte nello stesso modo, ugualmente si potevano verificare esiti diversi.
La differenza degli arti inferiori non sarebbe stata la prova di un errore, ma
una risposta non ottimale del paziente all’intervento.
Anche se con sempre maggiori perplessità, cercavo di scegliere, fra le cose che imparavo, la tecnica che mi pareva migliore, ma quando vedevo i bambini che avevo in cura, e per un attimo li sentivo uguali a me con l’unica differenza che io camminavo e loro non avevano sperimentato questa possibilità, sentivo di nuovo la paura e l’impotenza.
Tutto il mio impegno era nel cercare di essere sempre più brava, imparare nuove tecniche per migliorare la salute dei miei piccoli pazienti, volevo farli migliorare ad ogni costo ed esigevo da me e da loro un grande sforzo. Fu allora che decisi di seguire un corso di psicomotricità
e per la prima volta lavorai sul mio corpo.

Il corso era di un week-end al mese per la durata di due anni.
Il gruppo era formato da dodici persone. Dopo aver detto il nostro nome ed aver fatto conoscenza reciproca, tra le prime proposte che ci vennero fatte mi colpì maggiormente quella di muoverci ad occhi chiusi esplorando la stanza, gli oggetti, le persone. L’emozione più forte fu conoscere gli altri tramite il tatto. Persone che prima avevo trovato simpatiche o antipatiche, con cui ero disposta a familiarizzare o meno, ora ad occhi chiusi mi comunicavano sensazioni completamente diverse. Ne percepivo la rigidità e la morbidezza, e nella stessa persona sentivo parti più calde, più ricettive e parti più rigide e chiuse.
Non avevo mai ascoltato così i miei piccoli pazienti, conoscevo molto bene la loro patologia ma non loro.
Sentivo per la prima volta anche il mio corpo, capivo dove mi era più facile essere accogliente e dove mi era impossibile, sentivo il rischio e la paura quando tentavo di spezzare alcune mie rigidità.
Ero di fronte alle mie capacità ed alle mie impotenze. Intuivo come alcune simpatie ed antipatie nei confronti degli altri fossero legate alrifiuto o all’accettazione di me.
Incominciavo anche a pensare cosa volesse dire fare la fisioterapista senza una barriera professionale, barriera che però non impediva la trasmissione di ogni rifiuto che provavo per il corpo del paziente o per alcune parti di esso, ma semplicemente serviva a colpevolizzarlo accusandolo di non essere ricettivo alla terapia.
Durante il corso ci fu un’altra proposta che mi mise di fronte a questo problema.
Era un lavoro a coppie, uno doveva tentare di sciogliere le rigidità dell’altro. Ogni giorno, nel mio lavoro, mi trovavo di fronte a questo compito ma in quell’occasione non c’erano tecniche da usare e per ammorbidire il corpo del mio compagno avrei dovuto ammorbidire anche le mie rigidità.
Tentai di seguire il suo ritmo respiratorio ma ben presto mi accorsi che mi irritava la velocità del suo respiro.
Come avrebbe potuto rilassarsi se respirava così? Come avrei potuto rilassarlo se respirava così? Mi sentivo impotente, non accettavo di fallire, di non riuscirci. Anche mia madre non aveva mai accettato che io non fossi brava a scuola; mi venne una gran tenerezza per quella bambina ed istintivamente presi la mano del mio compagno e pensai: “respira come vuoi”. Lui non era lì per darmi la possibilità di dimostrarmi che ero brava. Questo ci permise di continuare e di riuscire quasi completamente a concederci la possibilità di scioglierci. Spesso terapisti e medici pretendono dai propri pazienti immediate risposte di recupero e se questo non avviene li accusano di non voler guarire. Forse tutto questo non è dichiarato espressamente ma si rende manifesto quando chi si occupa della cura esprime fin troppo bene la delusione, il rimprovero o i complimenti a seconda delle reazioni del paziente. Dopo queste esperienze incominciai a lavorare in modo diverso cercando con i bambini che avevo in terapia le esperienze che io stessa avevo vissuto e di stabilire un altro tipo di rapporto.
Mi sentivo molto sola e senza la possibilità di confrontarmi con altri colleghi; gli unici interessati a questo diverso modo di lavorare erano gli studenti di fisioterapia con cui avevo contatti quando venivano a fare il tirocinio nei poliambulatori di quartiere.
Mi venne il desiderio di insegnare alla scuola terapisti, quanto meno per poter comunicare le mie esperienze a coloro che si sarebbero trovati un giorno nelle mie stesse condizioni.
L’unica possibilità che avevo era quella di conoscere una tecnica di riabilitazione fra quelle considerate materia di studio. Avevo poca esperienza di lavoro con gli adulti; decisi allora di fare un corso di tre mesi per imparare la tecnica sugli adulti che avevano subito lesioni neurologiche, unica tecnica in quel periodo rimasta scoperta come insegnamento.
Per apprendere questo metodo dovevo andare a vivere in ospedale, studiare e seguire per tre mesi sia le lezioni che il lavoro nei reparti.

Appena arrivata cominciai a sentire tutte le mie resistenze verso il posto ed il lavoro che avrei dovuto fare. Le regole erano molto rigide e pensai che non avrei resistito a lungo.
Quando entrai nel reparto dei degenti vidi tutti i malati con calzoncini verdi di tela rigida. Venni poi a sapere che l’amministrazione aveva disposto così per recuperare tutta la tela delle tende che l’estate prima erano state cambiate. Ne erano uscite così delle deliziose divisine per i malati. Ai degenti veniva dato del tu e ci si rivolgeva a loro con autorità e scarso rispetto.
La mattina alle sette e mezzo cominciavano le lezioni; l’insegnante era un bell’uomo molto virile e possente, che insieme al ripasso dell’anatomia e fisiologia ci mostrava con grande interesse e vera passione la tecnica che dovevamo apprendere. La cosa che mi stupiva di lui era il suo corpo, bello ma statico; non riusciva a flettersi in avanti perché la schiena gli doleva ed i suoi muscoli non erano elastici. Un corpo in apparenza bello ma rigido.
Incominciavo ad imparare le regole del metodo e le modalità per eseguirlo. A volte mi sembrava che questa tecnica fosse una vera lotta con il paziente, occorreva rafforzare le sue potenzialità muscolari e tutto, compreso il comando che il terapista doveva dargli, era, più che un incontro un vero scontro.
Avevo di nuovo la vecchia sensazione che la differenza fra i due lottatori fosse la salute del terapista e la malattia del paziente.
Nei reparti si sentivano spesso voci sonore che davano comandi perentori. La modalità del comando è una delle regole fondamentali del metodo. Anche la persona più mite e più dolce, se voleva curare con questo metodo era portata ad esprimere le sue qualità virili con una buona dose di aggressività. Qui tutto il repertorio maschile-terapista aveva la possibilità di dimostrare i suoi muscoli e la sua potenza. Un bravo terapista doveva avere un’ottima posizione del corpo quando si apprestava a toccare i malati, un tocco sicuro, buono stile ed una discreta forza da esibire.
A volte, confesso, che quando sentivo di avere una buona posizione e riuscivo a contrastare le braccia del mio paziente, avevo un leggero senso di potenza che soffocava per qualche istante la mia necessità di comunicare con le persone che pretendevo di curare.
In quell’ospedale tutto era all’insegna del potere e le visite fatte dal primario ai malati ne erano la più pesante conferma.
In un immenso salone venivano disposte ai lati seggiole per tutti i terapisti, nel centro veniva lasciato libero uno spazio, tipo corridoio.
A capo della stanza c’era una specie di seggiolone dove sedeva il
primario.
I malati uno per volta dovevano attraversare questo corridoio, chi zoppicando, chi in carrozzella e dirigersi verso il seggiolone. Mentre avanzavano lentamente, il terapista che aveva in cura il paziente leggeva al microfono tutti i dettagli della sua malattia senza alcun rispetto per quelli più intimi. Sotto lo sguardo di un centinaio di persone arrivava così davanti al primario; quest’ultimo si riservava la sentenza finale.
Ricordo un paziente di circa sessant’anni, alto e distinto, avanzava con dignità e fermezza, stranamente non indossava i pantaloncini verdi. Aveva una emiplegia sinistra, era quindi compromesso l’emisfero cerebrale destro; questo lo portava ad avere una emotività molto labile, facile al pianto ed al riso ed una grossa difficoltà a contenere qualsiasi emozione.
Ero stupita come riuscisse a controllarsi di fronte alla prova a cui era sottoposto. Arrivato davanti al primario ero convinta crollasse, invece il suo viso si irrigidì, guardava fisso con occhi neri e profondi la persona che gli stava davanti.
Anche l’uomo del seggiolone se ne stupì. Gli disse qualcosa in tono severo, riferendosi al fatto che non si era presentato con la divisa verde; ma sembrava che niente, anche a dispetto della sua malattia potesse far cedere quell’uomo. Disarmato, il primario scese dal suo seggiolone, andò vicino al malato e toccandolo su una spalla gli disse: «lei è un brav’uomo». A quella frase il viso del paziente divenne una maschera contratta, poi cedette, si piegò e pianse singhiozzando.
Il professore ci guardò con aria soddisfatta e disse: «questa è la dimostrazione di come una emiplegia sinistra dia una labilità emotiva. Come vedete quest’uomo sta singhiozzando, per lui è difficile trovarsi in presenza della gente, tutto lo emoziona e non riesce a controllarsi». E rivolto a lui disse: «Su!, si tiri su».
Questa fu l’ultima visita che quel signore fece con queste modalità; non fui la sola ad uscire dalla stanza e non fui la sola a denunciare questo episodio. Fu un lavoro molto lungo che durò oltre la fine del corso, ma riuscimmo ad impedire quelle visite. Non potevamo però impedire che quel professore continuasse il suo lavoro in ospedale; è quasi impossibile spostare dalla sua carica un primario.
Il disgusto e la disperazione per tutto questo fecero diminuire in me le speranze per il mio lavoro. Sentivo che la mia sola presenza in quell’ospedale mi aveva resa testimone impotente e complice.
Stavo prendendo la decisione di lasciare la fisioterapia quando per caso nel Natale del 1978 lessi il libro di Therese Bérthèrat, Guarire con l’antiginnastica: le ragioni del corpo, ragioni che avevo intuito lavorando su di me e sugli altri, ragioni che ogni giorno il mio corpo chiedeva.
Attraverso la lettura di questo libro ho scoperto le teorie di L. Ehrenfried e soprattutto di Françoise Mézières.
L. Ehrenfried, laureata in medicina, lavorava con gruppi di pazienti ed aveva una visione intera del corpo ed un modo globale di osservare il malato.
Quando la incontrai per la prima volta mi apparve una signora già molto anziana, alta, con un viso caldo ed accogliente. Mi propose subito di restare per seguire le sue lezioni non come spettatrice ma come allieva.
Sdraiata supina insieme ad altri sette allievi, incominciai a eseguire gli esercizi che proponeva; mi sembrava di ubbidire perfettamente alle sue proposte, e pensavo che mi bastasse capire quello che voleva per compierlo alla perfezione.
Ci faceva mettere una pallina sotto la schiena, sotto i glutei, sotto la nuca per ammorbidire i muscoli. Mi impegnavo talmente da contrarre tutto il corpo anche senza accorgermene. Quando finì la seduta ero stanchissima e le domandai come mai tutti si sentivano rilassati, dopo aver tolto la pallina sentivano il corpo morbido, aderire di più a terra ed io non avevo avuto questa sensazione, eppure ero riuscita a fare tutto senza difficoltà. La Ehrenfried mi rispose che dovevo respirare durante gli esercizi e aggiunse: «Lei non si dà respiro».
Sapevo cosa volesse dire. Cosa sarebbe successo se invece di controllare il mondo attorno a me mi fossi lasciata andare ? Per due mesi lavorando con lei sentii il piacere dell’abbandono, sentii la difficoltà e la gioia di potermi fidare, di permettere a qualcun altro di aiutarmi ad ammorbidire i miei muscoli.
Lasciai che toccasse il mio corpo, ma soprattutto mi lasciai respirare.
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Capitolo 2

Un incontro importante: Françoise Mézières

A Saint Mont in un paesino sperduto con poche case, in un’aula insieme a canadesi, francesi, belgi, attendevo il primo incontro con Françoise Mézières.
Entrò una donna non molto alta di circa settant’anni con i capelli bianchi a caschetto, due occhi vivaci e penetranti. Mi colpì nei suoi occhi il contrasto dello sguardo a volte duro e freddo, a volte dolce e materno. La capacità di questa donna di essere sia ferma e impenetrabile che disponibile e comprensiva, con una grossa capacità di darsi e di vivere il piacere della comunicazione, mi lasciava sempre più stupita ed attratta.
Incominciò a parlarci della differenza fra la fisioterapia classica ed il suo metodo; più ci parlava delle differenze e più capivo come per quaranta anni avesse dovuto lottare contro tutti per sostenere le sue scoperte. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla, mettendo da parte, come lei ci chiedeva, ciò che avevo imparato fino ad allora.
Raccontò come, dopo aver insegnato per anni ai terapisti le tecniche tradizionali, rimase stupita nell’osservare come in pazienti che in piedi presentavano un grosso dorso curvo (ipercifosi), da supini la curva si modificava, il dorso appoggiato a terra si appiattiva dando origine a due grosse iperlordosi (cervicale e lombare). Questo dimostrava che i muscoli posteriori erano estremamente corti, tanto da obbligarli ad inarcare sia il collo (iperlordosi cervicale) che la regione lombare (iperlordosi lombare) per potersi sdraiare.
Tutto ciò metteva in crisi una delle regole principali nel trattamento classico, quella di rafforzare i muscoli che essendo troppo lassi e lunghi provocavano la cifosi.
Osservando bene la paziente si trattava di fare l’opposto, occorreva allungarli.
Questo fu l’inizio della scoperta del metodo Mézières. Un metodo estremamente rivoluzionario che sconvolgeva tutti i principi della ginnastica e della fisioterapia.
La cosa più dura fu per me ammettere, non tanto che dovevo abbandonare tutto quello che avevo imparato, quanto constatare come è difficile capire l’ovvio.
Quante volte mi era capitato di curare una cifosi o una scoliosi e di rafforzare i muscoli dei miei pazienti? Quante volte li avevo osservati senza mai vederli? Con quanta poca curiosità e interesse apprendiamo le cose, troppo preoccupati ad impararle bene?
Sentivo con quanto amore e coraggio questa donna viveva non solo il suo lavoro ma la sua vita. Sapevo come era difficile superare la barriera del conosciuto, lasciare libera la mente per vedere i pazienti, non come una scoliosi, una cifosi, un’artrosi all’anca, ma come una donna o un uomo con il suo corpo, le sue reazioni, il suo linguaggio; e lasciare che i nostri occhi guardino e se quello che vedono è diverso o opposto a ciò che abbiamo imparato, non rifiutarlo, ma con costanza e coraggio verificare per anni ogni scoperta, con cocciutaggine,
ed anche contro tutti per non negare le leggi del corpo.
Vorrei enunciare i principi del metodo Mézières non tanto per spiegare il metodo, quanto perché ogni principio ha inciso non solo sul mio lavoro ma ha anche rivoluzionato la mia vita.
Continuando ad osservare i suoi pazienti Françoise Mézières notò che i muscoli posteriori si comportano come un’unica catena muscolare; ed è necessario allungare la muscolatura posteriore il cui accorciamento è causa di tutti i disturbi dell’uomo. Basta guardare una persona "senza pelle", dice Françoise Mézières, che ci si rende subito conto che nella zona posteriore non c’è nessuna interruzione nella muscolatura dalla testa fino ai piedi e questo forma una catena muscolare.
In seguito Mézières scoprì l’esistenza di altre quattro catene muscolari; questa osservazione era ancora più rivoluzionaria che lo scoprire che i muscoli andavano allungati e non rafforzati. Significava sconvolgere ogni studio fatto fino ad allora.
Lo studio muscolare nella fisioterapia classica segue un procedimento analitico, e la diagnosi e la cura sono basati sull’osservazione di ogni singolo muscolo.
La rivoluzione di questo metodo è di prendere in considerazione cinque sistemi muscolari. Non basta curare, allungare, rendere elastico un muscolo, bisogna lavorare su tutta la catena alla quale appartiene e dal momento che ogni catena è in comunicazione con l’altra, occorre allungare per quanto ci è possibile tutta la muscolatura che è organizzata in catene.
Un altro principio radicalmente opposto a quello che avevo appreso fino ad allora è che i muscoli secondo Mézières più che motori delle articolazioni, ne sono i freni, è quindi inutile muovere un’articolazione se non si rendono i muscoli più elastici. Far muovere un’articolazione quando i muscoli sono rigidi sarebbe come pretendere di fare andare una macchina frenata. Occorre quindi modificare la struttura per avere una funzione corretta e non il contrario.
Finché si penserà che le distorsioni del nostro corpo siano dovute a problemi ossei si continurà a mettere busti, reggispalle in caso di scoliosi, dorso curvo o qualsiasi altro dismorfismo.
Secondo Mézières, contrariamente a quanto comunemente sostenuto, i muscoli quando si contraggono, si ruotano o si lateralizzano spostando la posizione delle ossa.
Per comprendere basta immaginare il nostro scheletro con al posto dei muscoli degli elastici; a seconda degli spostamenti degli elastici si avrà uno spostamento delle ossa.
Questa donna mi stava dicendo di guardare, osservare, di tenere libere le mie emozioni ed i miei sensi per capire quale era il problema del mio paziente; mi stava dicendo di non forzare il movimento del corpo se non c’è la possibilità di farlo. Il mio pensiero andava ai miei piccoli pazienti e riascoltavo l’eco della mia voce: «stai dritto, non incurvarti, su la testa»; bambini con scoliosi, dorso curvo, ai quali sia io che i genitori avevamo sempre detto di stare dritti colpevolizzandoli per ciò che non potevano fare.
Un’altra scoperta essenziale di Françoise Mézières è il riflesso antalgico a priori, riflesso che copre un dolore occulto. Per evitare il dolore il corpo assume a priori una posizione; senza che il dolore vada alla coscienza il corpo si muove in modo da evitarlo.
Françoise Mézières racconta di aver curato una bambina con una insufficienza respiratoria e difficoltà a camminare perché aveva le ginocchia ruotate all’interno.
La madre diceva che la figlia era continuamente agitata e saltellava sempre nervosamente. Mézières cominciò a lavorare sulla schiena della bambina trovando un punto particolarmente doloroso. Dopo qualche mese l’agitazione della bimba passò, il suo era un modo di sfuggire al dolore prima di sentirlo. Mézières sosteneva che siamo pieni di riflessi antalgici a priori e che ciò che manifestiamo spesso è il sintomo di ciò che vogliamo dimenticare. Probabilmente il dolore è troppo forte per poterlo ricordare.
Ho potuto sperimentarlo lavorando su di me. Dopo qualche ora di lavoro per allungare i miei muscoli in un gruppo tenuto da Therese Bérthèrat cominciai ad avvertire un forte dolore all’anca. Uscii dalla seduta quasi zoppicando.
La notte dormii profondamente e la mattina ebbi la sensazione di avere una testa nuova, il collo non mi doleva come tutte le mattine, il mal di testa non era in agguato.
Per evitare il dolore l’anca destra era venuta in avanti e si era ruotata a sinistra, il capo per mantenere l’equilibrio si era ruotato a destra. Il mio collo rigidamente sosteneva solidale il segreto della mia anca ma faceva sentire le sue ragioni regalandomi favolose emicranie.
Un’altra scoperta importante di Françoise Mézières che fa parte dei principi del suo metodo è l’aver osservato come i muscoli abbiano tre vocazioni: accorciamento - lateralizzazione - rotazione.
Questo significa che possono: 1. semplicemente accorciarsi; 2. spostarsi lateralmente portando una parte del corpo (ad esempio il bacino o il capo o il busto) verso destra o verso sinistra; 3. possono addirittura ruotarsi spostando in avanti una parte del corpo facendola ruotare verso il lato opposto (ad esempio: spalla destra più in avanti ruotata verso sinistra). In alcuni casi, come nella scoliosi, queste tendenze sono associate.

Il corpo e le emozioni

Françoise Mézières non ha in realtà mai parlato della difesa emotiva del corpo, ha solo elaborato un metodo basato sulle osservazioni delle reazioni muscolari, ignorando volutamente la correlazione psichica e facendo un discorso puramente meccanico.
Queste osservazioni sono però utilissime perché ci spiegano come un corpo si difende, quali sono le leggi e le modalità che usa.
Come ho già detto i muscoli reagiscono in tre modi e a seconda delle modalità che adottano sono diversi i disturbi, i dolori e le deformazioni del nostro corpo; per esempio una rigidità molto forte alla zona cervicale può causare una rotazione delle spalle, o un’anteropulsione (spalle in avanti), o una retropulsione (spalle in dietro).
A seconda di quale posizione assume, la persona ci appare molto diversa, il suo sintomo è diverso, il suo dolore sarà diverso ma la causa è la stessa.
Fermandosi ad analizzare il sintomo alcuni hanno rischiato di costruire delle tipologie; bioenergetici, vegetoterapisti, Lowen stesso, hanno tentato di affermare che tipo di carattere può avere una persona con le spalle strette o con le spalle larghe, o con le gambe grosse ecc.
Seguendo le leggi del corpo, secondo Mézières, queste posizioni sono solo un diverso modo per coprire la vera causa, nel nostro esempio la nuca. Una persona con una nuca rigida può mostrare la sua rigidità oppure nasconderla ruotando o stringendo o alzando le spalle, o spostando il bacino o bloccando il diaframma.
Più le rotazioni sono complesse e più la causa è nascosta.
La parte rigida è la parte più ferita e spesso, come è chiaro dal riflesso antalgico a priori, la persona tenta di non mostrarla.
Molti, fra coloro che si occupano di linguaggio del corpo, individuano in una persona con la nuca rigida superbia ed autoritarismo ed offuscati da ciò che appare non vedono la fragilità di quella nuca che ha dovuto alzare muri altissimi per difendere la propria dignità, per coprire le proprie umiliazioni.
Il corpo più è stato umiliato, picchiato, disprezzato quando eravamo piccoli e più trova modalità occulte per difendersi.
Individuare il sintomo non vuol dire comprendere e capire la storia di una persona ed interpretarla; è solo una traccia che con un lavoro capillare sul corpo ci porterà alla vera ferita.
Ho potuto notare durante questi anni di lavoro che i muscoli scelgono una tendenza piuttosto che un’altra a seconda della profondità della ferita emotiva.
Quando i muscoli si accorciano spesso la ferita è da trauma accidentale (caduta, incidenti ecc.). Quando la ferita tocca profondamente la sfera emotiva ed è necessario per la persona dimenticarla, la reazione muscolare è di lateralizzazione o di rotazione.
La rotazione muscolare è probabilmente la modalità che tiene più nascosta la zona ferita per non mostrarla e per rimuoverla.
Più si è ruotati e più la rimozione è profonda. Ciò permette di dimenticare con maggior sicurezza il dolore occulto. Questo implica, per esempio, nella cura delle scoliosi (la rotazione muscolare porta ovviamente ad una rotazione ossea) molta cautela, molto rispetto, molta partecipazione. È assolutamente violento intervenire cercando di raddrizzare il corpo, bisogna dare tempo e accogliere senza forzare tutto ciò che lentamente una persona scopre di sé; il lavoro sulle rotazioni è il più delicato perché scopre una totale vulnerabilità.

Quando incominciamo a difenderci

Tutti i muscoli quando sono contratti denunciano la nostra sofferenza fisica e trattengono la nostra sofferenza emotiva. Trattengono cioè l’informazione di ciò che fin da piccoli abbiamo dovuto subire.
I muscoli quindi non possono essere ammorbiditi troppo velocemente perché rischierebbero di non dare la possibilità al paziente di contenere il suo dolore emotivo.
Il lavoro lento e capillare è necessario proprio per poter, in modo non traumatico, passare dal trattenimento della sofferenza emotiva, protetta dalla rigidità muscolare, al contenimento, eliminando il dolore fisico spia di una emozione bloccata ed anestetizzata.
L’essere umano quando nasce ha come unico desiderio quello di essere amato e di amare. È molto debole e vulnerabile, assolutamente dipendente; passa da una situazione di protezione ad uno spazio, per lui illimitato. Deve quindi sentirsi accolto, sicuro e desiderato.
Deve sapere che il suo pianto, unica possibilità di richiamo per esprimere il suo bisogno, non viene ignorato.
Il bambino non può provvedere a se stesso, è in balia degli altri e per calmare la sua paura ha bisogno che si risponda ai suoi sguardi, che la sua pelle venga accarezzata, che se ha sete o fame qualcuno gli dia da bere o da mangiare, che lo si assista con amore e che non si sottovaluti mai la sua difficoltà, che si comprenda la sua paura.
Quando un bambino non ha tutto questo, quando non è preso sul serio, quando scopre che i suoi urli non hanno risposta, anzi vengono puniti o fermati con calmanti, il bambino ha un’unica possibilità per non morire: la rimozione (Cfr. A. Miller, L’Infanzia Rimossa).
La rimozione turba le sue facoltà di sentire, percepire e ricordare ed il bambino non essendo accolto e contenuto trattiene l’emozione attraverso l’irrigidimento dei suoi muscoli che, se immediatamente lo salvano dandogli la possibilità di non morire, lo isolano però contemporaneamente provocandogli disturbi della comunicazione.
I disturbi della comunicazione incominciano nei reparti di maternità dei nostri ospedali.
Il neonato fa conoscenza con questo nuovo mondo in modo assolutamente drammatico; negli ultimi anni dopo le nuove scoperte diLeboyer la situazione in qualche ospedale si è modificata. Appena esce dall’utero il bambino si trova in una sala con una luce che lo acceca, lavato a testa in giù, sculacciato per sentire se urla, poi messo insieme ad altri neonati, in piccoli letti lontano dalla madre che deve riposare. L’unico suono che può udire è quello di altre vittime che stanno soffrendo lo stesso dolore; lontano dalla pelle della mamma, dal suo odore che poco tempo prima era tutt’uno col suo corpicino.
Urla a più non posso, ma per la sua gola lo sforzo è troppo grande, il disagio è insopportabile, e prima di rincominciare ad urlare il suo corpo si irrigidisce e sente un briciolo di sollievo.
Impara presto che più si chiude e minori sono la sofferenza e l’angoscia; gli torna un po’ di forza per ricominciare a chiamare. Ma le cose non sono molto diverse una volta che i genitori se lo portano a casa.
Dopo avergli dato da mangiare la mamma lo mette nella sua camerina e socchiude la porta. Il bambino si sente solo nuovamente, le voci che sente non lo rassicurano, ricomincia ad urlare. Un urlo disperato.
La mamma è combattuta, vorrebbe entrare (il suo cuore la porterebbe dal piccolo) ma sa che non può permettergli delle brutte abitudini; il bambino è già stato cambiato, ha mangiato, non gli manca niente e prima o poi smetterà di piangere.
L’urlo del bambino si affievolisce, il suo corpo si raggomitola, si contrae, è solo e disperato. Sa che il suo urlo non è ascoltato, il suo corpo irrigidendosi tenta di sopravvivere.
Il piccolo sperimenterà la possibilità di isolarsi e la madre avrà la conferma che prima o poi i bambini si calmano se li si lascia piangere.
E da questo momento inizia il rapporto educativo dei genitori con i figli.
In seguito, quando sarà più grande, le cose non cambieranno ma lui avrà già imparato a non sentire ed il suo corpo a ruotarsi ed irrigidirsi (iperlordosi, scoliosi, dorso curvo ecc.).
La cultura in cui viviamo apprezza come forma di buona educazione l’atteggiamento di chi non prende sul serio le proprie sofferenze, tende a sminuirle o ne ride addirittura.
Il bambino mano a mano che cresce avrà già capito sulla sua pelle che è meglio non sentire e la cultura in cui vive costituirà un rafforzamento della sua esperienza fisica.
Da adulto il suo modo di pensare non sarà basato sulle sensazioni ed emozioni vere, non ricorderà le sue ferite ed il suo pensiero si baserà sulla rimozione.
Ma il corpo nei suoi dolori, nei suoi crampi, nelle artrosi, nei disturbi che lamenta, ricorda; il corpo parla della sofferenza di quel bambino dimenticato.
Da grandi vediamo il mondo dal punto di vista dell’adulto e continuiamo a soffocare il bambino condannato al silenzio, ma il nostro corpo ha registrato la verità.

La Rimozione

Se da bambini siamo costretti a dimenticare per sopravvivere, a costringere e distruggere il nostro corpo per non sentire, ci rimangono solo due possibilità: quella della violenza verso gli altri o verso noi stessi “la malattia”, o entrambe.
Ogni persona a cui siano stati negati i bisogni primari perde la possibilità di una buona autoconservazione, e nella vita si sentirà sempre inadeguato, fragile e non desiderato e ne verrà compromessa enormemente la sua vita relazionale.
Il blocco relazionale aggrava la violenza e/o la malattia. Noi ci relazioniamo agli altri con il nostro corpo, con il movimento, con la voce, con lo sguardo e tutto questo è frutto delle esperienze che abbiamo avuto.
Da neonati viviamo le esperienze solo tramite le sensazioni e le emozioni.
Se abbiamo fame e nessuno ci nutre uniremo a questa sensazione una emozione di angoscia. Se veniamo nutriti la uniremo ad una sensazione di piacere. Se i nostri bisogni sono esauditi il bisogno non ci spaventa e da adulti sapremo come soddisfarlo, se non viene esaudito ci lascia prostrati, frustrati con una forte angoscia e da adulti faremo di tutto per negare il nostro bisogno, abbinando il bisogno alla disperazione. «Sulle nostre sensazioni ed emozioni si formerà il pensiero. Sensazioni, emozioni e pensiero sono i tre ambiti relazionali» (K. Stettbacker, Perché la sofferenza).
Se abbiamo dimenticato le nostre sensazioni ed emozioni per sopravvivere, penseremo secondo luoghi comuni e le comunicazioni con gli altri saranno compromesse dai nostri muri del silenzio che ci rendono impermeabili e soli. Se da piccoli era impossibile non rimuovere perché la realtà era troppo dura, da adulti è impossibile vivere imprigionati dai nostri muscoli e disturbati nelle relazioni con gli altri. Tutto ciò produce collera, il bambino non amato impara ad odiare e per questo una volta adulto sosterrà che i bambini hanno bisogno di essere disciplinati e assoggettati alle norme per seppellire ancora di più il bambino bisognoso che è stato e per vendicarsi del male ricevuto.
L’adulto che non ritrova la sua storia e non scopre la verità sulla sua vita, che non ammorbidisce i suoi muscoli rivelatori delle autentiche sensazioni ed emozioni perdute, per quanto dolorose esse possano essere, non è in grado di dare amore ai suoi figli. Inoltre le deformazioni fisiche dovute a irrigidimento muscolare, spalle curve, scoliosi, iperlordosi, artrosi, artriti, dorso curvo, che i medici preferiscono definire ereditari, vengono automaticamente, per la capacità imitativa del bambino, trasferite ai propri figli, trasferendone anche la ferita inconscia. Tutto questo è molto duro e difficile da credere, ma spiega benissimo come mai nel mondo c’è tanta violenza e ci sono tante guerre, come mai l’uomo è riuscito a distruggere la natura ed a procurarsi una vita impossibile che mina la naturale autoconservazione.
Per vivere in armonia con gli altri è importante vivere in armonia con il proprio corpo. L’armonia con il nostro corpo ci viene dal rapporto armonico col corpo della persona o delle persone che ci hanno accolto appena nati e dalle posizioni che fin da piccoli il nostro corpo assume.
I muscoli che ci avvolgono, se sono contratti e rigidi, se ci impediscono una buona respirazione, se bloccano le nostre articolazioni, frenano ogni gesto, ogni movimento ci procura un maggior dispendio di energia a livello meccanico, e a livello emotivo le contratture muscolari trattengono le nostre emozioni. Fisicamente poco elastici, con sensazioni ed emozioni bloccate insieme ai nostri ricordi, pensiamo di condurre una vita normale dando per scontato che gli anni che passano ci induriscano portando dolori inevitabili in tutto il corpo. Spesso quando un bambino piange si dice: «è stanco» oppure: «è la fase»; negli anni si dice: «è l’età» oppure: «è il tempo». Si può dire tutto, l’importante è non rompere il muro del silenzio.
Per vivere in armonia con il nostro corpo, il corpo deve averla conosciuta, deve essere stato scaldato e amato, non punito, non picchiato, non oltraggiato. Rispetto e amore gli danno armonia muscolare, mantengono libere sensazioni e emozioni insieme ad un movimento semplice e naturale, tutto ciò permette una buona comunicazione con gli altri, un corpo caldo e armonioso che non soffre e non si ammala.
Codificare e impostare la crescita dei figli su principi educativi che negano l’ascolto dei bisogni del bambino e del rispetto per il suo corpo ci toglie ogni speranza di allevare figli non sofferenti.

Educazione e rieducazione

L’educazione e la rieducazione percorrono in effetti gli stessi binari e sempre gli stessi binari li percorre l’educazione allo sviluppo fisico.Le rigidità muscolari non vengono solo per dare la possibilità ai neonati di proteggersi ma anche per posizioni e consigli sbagliati dati dagli esperti.
Françoise Mézières sostiene che la muscolatura posteriore è più rigida e più corta di quella anteriore, e che esistono posizioni che aiutano questo accorciamento. Queste sono posizioni da evitare accuratamente proprio nel bimbo appena nato che ha un corpo più malleabile ed è più sensibile sia emotivamente che fisicamente. Nonostante questo tutti i bambini sono tenuti a pancia in giù dando un’ottima possibilità ai muscoli posteriori di inarcarsi e di accorciarsi, soprattutto quelli del collo e della zona lombare. Basta osservare un bambino per vedere quante difficoltà gli pone questa posizione.
Quando il bambino inizia a camminare spesso lo si aiuta con un girello. Il girello sposta il peso in avanti incurvando e contraendo le spalle, spostando l’appoggio del piede rispetto all’asse, dando ancora una volta tutto il peso alla muscolatura posteriore. La parte anteriore del corpo, che già di tendenza è meno forte, rimarrà sempre più inattiva. Di conseguenza quando incomincia a camminare autonomamente il piedino spesso scivola leggermente all’interno e quando il bambino avrà due o tre anni l’ortopedico gli imporrà il plantare che, giustamente risolleva il piede, proprio perché l’ortopedico ha osservato molto bene il piede, ma solo il piede. La caduta della volta plantare è la conseguenza di una zona lombare estremamente inarcata e il plantare alzando la volta aggraverà ancora di più la zona lombare. Un bambino che è rimasto per i primi mesi della sua vita a pancia in giù, inevitabilmente quando inizierà a camminare avrà il piede che cade all’interno.
Mettendo il plantare aggraverà la sua lordosi lombare e per equilibrarla dovrà portare il collo in avanti.
Se dessimo più fiducia alle capacità dell’essere umano potremmo lasciarlo libero di scegliere le sue posizioni e di camminare solo quando può farlo da solo, quando avrà trovato il suo equilibrio e la sua forza (figura n. 1).

Figura n. 1 (vedi libro scaricabil ein PDF a lato pagina)

Nel mio lavoro di fisioterapista ho visto spesso bambini, anche piccoli, con scarpe alte affinché la caviglia possa stare ben ferma e dare più stabilità al corpo.
Ho faticato molto per trovare scarpe basse quando mia figlia aveva due anni, solo alcune ditte francesi le producevano; per i piccoli che iniziano a mettersi in piedi vengono fatte scarpe che bloccano semprela caviglia, questo è il consiglio medico e questo è quello che c’è in commercio.
Tutto è meravigliosamente collegato. Il bambino va bloccato appena cresce, poco dopo viene inserito il plantare. C’è solo una piccola contraddizione:l’ortopedico consiglia di bloccare la caviglia per sostenere il piede e contemporaneamente di camminare il più possibile scalzi per muovere meglio il piede.
La catena muscolare posteriore passa sotto la pianta del piede, fascia il dorso del piede, la parte anteriore della gamba fin sotto al ginocchio.
Mettere scarpe alte vuol dire irrigidire il piede, bloccare la caviglia, accorciare la muscolatura e non permettere alle dita di estendersi come dovrebbero.
Imporre a un bambino sistemi educativi che vanno contro la sua volontà o rieducativi che bloccano il suo corpo vuol dire spezzare una naturale evoluzione, significa ignorare, combattere, violare le sue grandi capacità innate e la sua naturale socialità; significa fargli perdere la sua continuità.
Il bambino non violato con l’educazione e la rieducazione, con attrezzi ortopedici, con supporti, con plantari che rompono la sua continuità, mantiene le capacità innate di imitare, esplorare, camminare, correre, non ferirsi, né ferire, ha un suo ordine, è in buon rapporto col tempo, armonizza il suo corpo e vive un rapporto armonico con l’esterno; manda segnali ad altri piccoli e risponde ai loro, può godere della sua grande socialità innata. Il bambino antisociale è il bambino a cui è stato violato tutto ciò. Oltre a questo grave danno inflittogli lo si fa sentire inadeguato e colpevole della sua rabbia e della sua antisocialità, colpevole di non avere una schiena dritta come gli altri, colpevole delle gambe storte, colpevole di non essere bello. Questa colpa aggrava il suo stato di confusione e spezza totalmente la capacità di ritrovare la propria evoluzione. Fuori da sé si forma come gli altri gli impongono.
Il bambino libero ha un corpo libero.
Un corpo libero è un corpo passionale, è un corpo a cui non è stata spezzata la possibilità di continuare armonicamente la crescita; un corpo libero è un corpo che conosce sani confini perché i suoi confini non sono stati invasi; un corpo libero ospita un’anima selvaggia che continua la sua crescita vivendo nella gioia. Un corpo armonico vive in armonia con gli altri, i muscoli che lo avvolgono non sono né contratti né rigidi e non impediscono una buona respirazione, non bloccano le articolazioni, non frenano gesti di passione, non frenano la libertà nel movimento, non creano dispendio di energia e non trattengono le emozioni. Un corpo armonico è un corpo che non è stato violato e umiliato, che non ha dovuto, per sopravvivere, alzare muri del silenzio. Un corpo libero non è un corpo travestito di buone maniere, un corpo libero non blocca la mandibola quando mangia per timore di essere ineducato, un corpo libero ha la pelle lucente; un corpo libero ha un rapporto con la natura selvaggia.
Il corpo ha bisogno dell’anima selvaggia, l’anima selvaggia ha bisogno del corpo che l’accolga se no anch’essa viene stritolata, soffocata, impedita in ogni sua manifestazione.
L’anima selvaggia possiede una ricca integrità, una forza primitiva che nonostante le violenze subite può, se sente l’antico suono, riaffiorare e combattere per il suo esistere.
L’anima selvaggia e il corpo che la contiene formano l’io selvaggio.

Da piccola avevo le ginocchia valghe e il piede che cadeva all’interno, segno, secondo Françoise Mézières, di contrattura alla zona lombare.
La rigidità e l’accorciamento dei muscoli della zona lombare fa ruotare le anche e le ginocchia all’interno (valgismo) e di conseguenza scivolare il piede all’interno.
Ho portato per anni scarpe alte con plantari e degli strani attrezzi alle gambe chiamate “ghette” che venivano messe la notte per tenere le gambe diritte; erano di ferro ricoperte di gommapiuma. Sono state un incubo per molte notti, mi procuravano dolori ovunque, bloccavano le mie gambe e non potevo girarmi nel letto.
Questa tortura ha ovviamente peggiorato il mio valgismo. Sarebbe peggiorato ancora di più se mia madre non si fosse arresa e dopo qualche mese avesse smesso di mettermele; avrei dovuto portarle per un anno.
Il reale miglioramento al mio valgismo è avvenuto quando abbiamo cambiato casa e siamo andati a vivere in una con un grande giardino, alberi dove potevo arrampicarmi, dove con altri bambini potevo giocare, correre, lottare.
In quei momenti di gioia e di felicità il mio diaframma si ammorbidiva, le paure si liberavano lasciando posto alla passione del mio corpo a contatto con la natura. L’immobilità a cui ero costretta la mattina a scuola si trasformava in una corsa sfrenata di piacere e passione il pomeriggio nel mio giardino. Il diaframma si inserisce nella zona lombare e forma un’unica catena muscolare con il muscolo ileo-psoas; se questi muscoli sono bloccati bloccano automaticamente la zona lombare e anche e ginocchia sono costrette a ruotare all’interno; sbloccando il diaframma, anche e ginocchia ritornano in asse e il valgismo diminuisce.
Il mio valgismo tornò a peggiorare quando mi misero in collegio per un anno.
Ricordo perfettamente tutti i passaggi delle mie gambe e le fotografie mi sono testimoni: l’anno delle ghette, del giardino e del collegio.
Sarebbe interessante se le persone attraverso le fotografie potessero riscontrare come episodi belli o brutti hanno cambiato, soprattutto da piccoli, il loro corpo.
Oltre all’amore e al rispetto il bambino ha bisogno di esprimersi e di manifestare, senza essere punito, le sue emozioni: rabbia, aggressività, gioia e passione.
Ha bisogno di divertirsi, di esprimere la forza vitale attraverso il movimento, nella corsa, nella lotta. La sua felicità dipende dalla possibilità di manifestare emozioni e dall’esprimere, senza colpa, ciò che si agita dentro di lui.
Spesso gli adulti hanno il terrore della disarmonia e non la vogliono vedere nei loro figli; vorrebbero che fossero felici senza liti, senza scontri quando giocano con i coetanei.
Tengono a freno le loro rabbie col mondo, tranne che con i figli, ma non possono permettersi di vedere in loro il frutto del proprio dramma.
Le liti, le emozioni espresse disturbano la falsa armonia che si sono costruiti.
Si sente spesso dire: «sono contenta, è un bambino tranquillo, sereno, ubbidiente», oppure: «non ce la faccio più, non so come tenerlo, è tremendo, non sta fermo».
Sarò sempre grata a mia madre di avere avuto oltre me altre due figlie e quindi di essere stata molto impegnata nei lavori di casa e nella gestione familiare perché questo mi ha dato la possibilità di sfuggire al suo controllo e di vivere per alcuni anni più libera di correre, di sporcarmi, di giocare.
La vera tranquillità c’è dopo la soddisfazione di un bisogno.
Il bambino oltre a soddisfare i bisogni primari ha bisogno di sperimentare per conoscere.
Passioni, rabbia, grida: come può conoscere le sue emozioni se vengono frenate dall’educazione e dalle punizioni ?
Tutto ciò che si può fare per un bambino è con l’esempio comunicargli un codice relazionale di cui ha, durante la crescita, assoluta esigenza per “aggiustare” i suoi bisogni con i bisogni sociali.
Questo processo di “aggiustamento” neurologico ed emotivo sarà armonico e naturale solo se il bambino non avrà negato le sue necessità, solo se avrà conosciuto, scoperto, sperimentato le emozioni che si agitano dentro di lui per poi in seguito integrarle.
Non si possono né integrare né armonizzare emozioni che non si conoscono.
Le Boulche che si è occupato di psicomotricità, ha ampiamente evidenziato le capacità del sistema nervoso e specificatamente della sostanza reticolare di rimaneggiare attraverso l’esperienza e l’osservazione, automatismi anteriormente acquisiti per raggiungere uno schema di controllo automatico.
Quando un bambino inizia a camminare mano mano inserisce elementi, attraverso l’esperienza, che lo portano a camminare, a correre, ad aumentare le sue capacità di movimento in modo del tutto automatico; cadendo, rialzandosi, sperimentando, guardando gli altri aggiunge questi nuovi elementi e aggiusta continuamente il suo equilibrio armonizzandolo all’ambiente.
Per lasciargli la possibilità di aggiustamento occorre lasciarlo libero, senza indirizzarlo o controllarlo; è sufficiente stargli vicino.
Se verrà disturbato nell’esplorazione di sé e di sé con gli altri, rischia di interrompere questo sviluppo naturale.
Non solo nel cammino ma anche quando ancora più piccolo esplora con la bocca, i piedi, le mani, i giochi, se sgridato o interrotto rompe un processo di conoscenza fondamentale per la sua vita.
In ugual modo interrompere la conoscenza delle sue emozioni, delle grida, delle rabbie, dei pianti, del movimento libero, del rotolarsi a terra, come spesso succede in nome dell’educazione, impedisce un aggiustamento neurologico ed emotivo destinato a collegare sensazioni, emozioni e pensiero.
Imporre a un bambino un sistema educativo sociale e desiderarlo tranquillo è come non tollerare il lento “aggiustamento” di un bambino che inizia a camminare.

Il mio giardino

Da alcuni anni sono cosciente che se attraverso il lavoro sul mio corpo non ritrovo le emozioni bloccate non potrò capire e ascoltare né i miei allievi, né mia figlia.
Ma ci sono esperienze felici nella mia vita.
Porto con me da anni un patrimonio di scoperte appassionanti che i miei genitori un po’ per troppo lavoro, un po’ per convinzione non hanno bloccato: gli anni passati nel mio giardino.
Chiamavo il mio giardino “la giungla”.
La scuola elementare era terribile ma durava solo quattro ore, i compiti non li facevo o ne facevo pochissimi subendo le urla di mia madre.
Ricordo che la maestra si lamentava perché non stavo ferma in classe, a volte era tollerante, a volte mi umiliava mettendomi dietro la lavagna.
Il pomeriggio c’era la “giungla”. Mi arrampicavo sugli alberi, correvo, avevo molti amici; litigavamo, ci abbracciavamo, ci rotolavamo in un’aiuola gigantesca al centro del giardino. Le mie ginocchia erano sempre sbucciate. D’estate correvo, sudavo, il sole e il sudore sulla pelle mi davano piacere.
Quando il caldo era forte toglievo la maglietta poi mi rotolavo nell’aiuola.
Spesso, ricordo, correndo urlavo: «sono felice».
La sera al tramonto mi piaceva spogliarmi e salire su un albero a riposare.
Tutto questo è sulla mia pelle, non è imprigionato nei miei muscoli, si è salvato; non faccio fatica a vedere la passione in mia figlia e non faccio fatica a riconoscerla nei miei allievi e lasciare loro la possibilità che venga espressa.
La conosco e la riconosco, è mia e mi accompagna spesso.

Educazione, regole, ordine, limiti, esagerazione.
L’infanzia di un bambino è assillata da queste parole, la sua pelle, i confini del suo corpo sono impregnati di tutto ciò che non può fare e di come deve comportarsi.
Il bambino appena nato, non solo viene battezzato per togliergli il peccato originale, ma lo si continua a considerare una forza ribelle che deve essere instradata per la società futura.
L’educazione madre sovrana fa da padrona su ogni sensazione, emozione, espressione che il bambino tenta di manifestare.
Fin dall’inizio, quando il neonato piange, la mamma è combattuta se prenderlo in braccio o lasciarlo nella culla. È in nome dell’educazione che non lo accoglie fra le sue braccia, per non permettergli brutte abitudini e perché impari a stare da solo.
Sempre in nome dell’educazione, appena è un po’ più grande, a soli pochi anni, il bambino deve mangiare composto, non parlare mentre mangia, correre ma non sudare, non litigare con altri bambini, essere sempre gentile, ubbidire ai genitori ed ai maestri, accettare le punizioni, e sentirsi colpevole vergognandosi se disubbidisce alle norme educative. Gli viene dato dell’esagerato e del diverso se tenta di esprimere sentimenti non adeguati al momento e non condivisi dai genitori, e se addolorato non trattiene il suo dolore e si mette a piangere spesso gli viene detto: «vergognati, piangere così grande».
Il bambino o si adatta o non ha nessuna possibilità, neanche quella della sofferenza.
Se si ribella viene considerato un disadattato; se soffre, se è timido viene deriso, se non è felice viene portato dal medico. Incastrato in ogni sua manifestazione fra regole, limiti, educazione, convenzioni può solo uccidere la sua vitalità e dimenticare, chiudere nell’inconscio il suo odio, la sua rabbia, il suo rancore per la sua vita spezzata; dimenticando riuscirà ad adeguarsi, ma ogni dolore è scritto nel suo corpo, immagine del suo inconscio. La sua vera natura rimane sepolta sotto la corazza muscolare che è costretto a costruirsi.
Per educare un bambino ci si serve, come primo strumento, delle cosiddette regole.
La regola è vista e mostrata al bambino come qualcosa che non appartiene al piacere o al divertimento, è sempre accompagnata dal “ma”, è sempre dall’altra parte della barricata. Ad esempio: è giusto che i bambini si divertano, ma ci sono delle regole, oppure: nessuno vuole negare la libertà ad un bambino, ma ci sono delle regole.
Personalmente penso che la regola sia intrinseca nel piacere, nel gioco, nel divertimento. È un mezzo di comunicazione indispensabile per una buona relazione. Se un bambino vuole fare un gioco è il primo a chiedere come si gioca, quali sono le regole e spesso è lui che ama definirle. Affinché il gioco possa essere piacere e comunicazione è necessario sapere come si gioca e quali sono le sue regole.
Fino a che la parola “regola” verrà dopo il “ma” non sarà mai accolta con amore da un bambino, verrà sempre vista come la negazione della libertà.
C’è da chiedersi come mai viene posta in questi termini.
Se nel nostro inconscio sono bloccate rabbie e rancori per il bambino che non abbiamo potuto essere, la regola, il limite, diventano necessari per non essere distruttivi, e più siamo imprigionati e più infliggiamo regole limitative ai nostri figli separando libertà e piacere dalle regole. Chiamiamo erroneamente regole tutte le torture che ci sono state inflitte, e in perfetta armonia con le istituzioni siamo autorizzati nell’infliggerle a nostra volta.
Una serie di sciocche convenzioni vengono spacciate per regole. Le convenzioni sono in realtà estremamente limitanti per la personalità di un bambino. Si parla di limite, di ordine precostituito, di compostezza, a un bambino di pochi anni, gli si insegna a non parlare a tavola, a masticare con la bocca chiusa, a non appoggiare i gomiti sul tavolo, a non alzarsi da tavola fino a che non abbiano finito tutti, a non litigare con i compagni, a essere gentili con il prossimo. Spesso tutto questo viene smentito dall’esempio che danno i genitori. Sono pochi gli adulti che a tavola non parlano e sono composti, che non litigano, che sono sempre gentili, che non esagerano, soprattutto quando picchiano i loro figli. Non urlare e non picchiare sono le prime cose che un genitore smentisce davanti al figlio, quando urla contro di lui o quando gli dà una sberla per il suo bene affinché impari l’educazione.
Altra cosa che il bambino deve capire molto bene sono i limiti.
Limiti che vengono imposti verbalmente e che contrastano con il comportamento assolutamente senza limiti che il genitore ha sul bambino.
Fin da piccolo al bambino viene imposto di essere ordinato, esiste un ordine precostituito che gli viene insegnato al quale deve attenersi, come riporre la sua roba, i suoi giochi, rimettere le cose al suo posto ecc.
Se le difese naturali di un bambino non venissero distrutte da genitori e insegnanti, il bambino avrebbe la possibilità intrinseca di trovare un suo ordine, una sua organizzazione che gli permetterebbe l’armonia fra il corpo, il movimento e le cose che lo circondano, l’ordine armonico di cui ha bisogno, che desidera e come e dove vuol mettere le cose che ama.
La violenza creata dai genitori imponendo un ordine precostituito rompe questo processo naturale creando un disordine interno con cui il bambino dovrà fare i conti tutta la vita.
Assillato continuamente da un ordine precostituito non avrà la possibilità di relazionarsi in modo armonico con le cose e le persone e verrà leso in questo suo naturale istinto.
La lesione ci sarà comunque sia che si ribelli all’ordine precostituito sfogando la sua rabbia sugli oggetti e creandosi attorno disordine e disorganizzazione, sia che accetti e si adegui all’ordine imposto perdendo la creatività e provando, ad ogni squilibrio dell’ordine, violenta rabbia contro chi disturba la sua ossessione.
Oltre alle convenzioni, i limiti, le imposizioni ad essere ordinato e all’assoluta frustrazione per ogni sua manifestazione emotiva, il bambino deve anche dare prova di moderazione. Ogni volta che i suoi sentimenti sono espressi e non approvati, non solo non vengono accolti e sottovalutati, ma colpevolizzati dalla parola "esagerato".
Da bambina sono stata spesso considerata esagerata ogni volta che manifestavo la mia sofferenza o le mie sensazioni e le mie emozioni; ogni volta che confidavo i miei drammi tutto era esagerato. Circondata da bambini silenziosi, ho cominciato a temere la mia diversità e a colpevolizzarmi io stessa di ciò che sentivo.
Il bambino viene definito esagerato perché supera i limiti consentiti, perché infrange la barriera del silenzio. Paga tutto questo con l’accettazione del silenzio o col vuoto che lascia la diversità.

Nei nostri muscoli sono bloccate le emozioni che non abbiamo potuto esprimere perché non c’era concesso o perché la risposta emozionale agli eventi non era contenibile e abbiamo solo potuto trattenerla rimuovendola.
Sento spesso dire: «i bambini non devono essere troppo protetti, devono arrangiarsi perché nella vita incontreranno molti ostacoli e devono essere pronti ad affrontarli, le esperienze anche brutte forgiano, rafforzano e fanno crescere».
Bambini allo sbaraglio, bambini puniti, picchiati, non protetti, non avranno mai la forza di proteggersi, non ne hanno esperienza, godranno invece di una esperienza di violenza e nelle situazioni difficili della vita sarà l’unica cosa che potranno attuare: il dolore nascosto, rinnovato risponderà con la violenza.
Quando le difficoltà in cui si trova un bambino sono alla sua portata, diventano patrimonio di esperienza e lo rafforzano, ma quando sono superiori alle sue forze, l’impossibilità di sostenerle non crea solo frustrazione ma spesso rimozione e da grande ogni situazione che possa assomigliare al momento in cui è stata necessaria la rimozione farà scattare ansia, incapacità, paura, rabbia.
Non sarà un rafforzamento ma si formerà una rigida corazza che conserverà inesorabile paure e tradimenti non coscienti.
Quando il bambino compie sei anni inizia ad andare a scuola. Gli insegnanti continuano e rafforzano l’educazione già inflitta dai genitori.
Se il bambino non riesce a stare fermo e attento viene punito.
Per un bambino vengono considerate rafforzamento del carattere e rafforzamento della personalità esperienze considerate negative e sminuenti per la personalità dell’adulto.

Bambini in punizione

Tutti sono d’accordo che durante un seminario o una riunione fra adulti sarebbe assolutamente umiliante se un partecipante venisse sbattuto fuori dalla porta, messo in un cantuccio, o dietro alla lavagna, o subisse una nota di demerito scritta, da portare ai suoi familiari.
Sarebbe talmente insolito da far scappar da ridere.
Può succedere che, durante una lite, un adulto venga fatto accomodare fuori, ma ha la possibilità di andarsene, non è costretto ad aspettare fino a che non viene richiamato dentro; non ricordo di aver mai sentito di un adulto messo in un cantuccio a guardare il muro fino a che non chiede scusa.
È assolutamente insolito, ma se accadesse sarebbe scandaloso e tutti si ribellerebbero ad un simile trattamento e ad una così grossa umiliazione.
Nessuno si ribella se questo succede ad un bambino.
Al bambino può accadere quasi tutto, gli si può dare uno sculaccione, lo si può umiliare mettendolo in punizione; maestri e genitori complici possono sgridarlo in nome dell’EDUCAZIONE e per il suo bene.
Tale sistema porterebbe, secondo l’adulto, ad una migliore capacità di adeguamento alle norme, ad un miglior rapporto con gli altri bambini e con gli educatori e, soprattutto, ad una maggiore capacità di apprendimento dell’insegnamento scolastico.
È difficile credere a tutto questo, ma è luogo comune che i bambini devono imparare a stare in classe, stare attenti e capire cosa viene loro spiegato. La parola "non scolarizzato" è per l’insegnante l’indice più alto dell’inadeguamento e dei problemi sociali e di inserimento che può manifestare un bambino.
È sempre luogo comune, anzi buona norma, alla presenza dei figli non contraddire o lamentarsi dei metodi educativi degli insegnanti, anche quando i genitori li trovano un po’ esagerati, per non intaccare la figura dei maestri che deve rimanere integra soprattutto per il bene del bambino.
In questa botte di ferro gli insegnanti svolgono il loro programma pedagogico e scolastico dando anche consigli sul sistema educativo familiare affinché sia in linea con la scuola.
I più recenti studi neurologici hanno verificato come il quoziente intellettivo aumenti con l’amore e come le connessioni neurologiche funzionino correttamente solo quando le informazioni passano attraverso l’area del campo limbico, area del cervello predisposta per la stimolazione del piacere fisico ed emotivo.
Ogni informazione che non passa attraverso un vissuto di piacere, e quindi non accede al campo limbico, non permette alla mente di realizzare libere connessioni neurologiche. Viene così bloccata la creatività e le informazioni non si trasformano in apprendimento ma in addestramento.
Apprendimento e piacere fisico sono assolutamente collegati.
L’amore che riceviamo rafforza il nostro sistema emotivo rendendolo più forte e più sensibile (ad esempio: se un bambino non è amato e rispettato diminuisce la sua sensibilità nei confronti dell’amore e del rispetto e ha un sistema emotivo più fragile).
Il sistema emotivo che si esprime attraverso il neurovegetativo è in stretta correlazione con il sistema neurologico e con il sistema osteomuscolare.
Quindi uno stato emotivo fragile non solo impedisce le connessioni neurologiche ma procura una scoordinazione motoria e una rigidità muscolare.
Come tutti sanno in una situazione di disagio emotivo i nostri muscoli sono più tesi e le nostre capacità di apprendimento diminuiscono.
Negli adulti i muscoli quando sono molto contratti procurano dolori articolari, artriti, artrosi, mal di testa, cervicalgia, mal di schiena; nei bambini rendono più difficile lo sviluppo osseo e di conseguenza la crescita. La rigidità muscolare è anche la causa di deviazioni della colonna vertebrale come la scoliosi, e di altri problemi come il dorso curvo e le scapole alate.
Anche quando il bambino si sente inadeguato e colpevole, perché punito, prova vergogna e umiliazione e reagisce irrigidendosi e adeguandosi o irrigidendosi e ribellandosi, dicendo «non me ne frega niente». In entrambi i casi si distacca dal suo dolore, ma il corpo mantiene la rigidità muscolare che gli è stata utile per sopravvivere.
Per questo motivo se all’interno di una classe è brutta la situazione di un bambino punito è altrettanto grave quella degli altri bimbi che assistono, che si schierano contro il bimbo disubbidiente cercando di essere bravi e buoni per non perdere l’accettazione da parte dell’adulto e, non potendosi esprimere di fronte al potere irrigidiscono i loro muscoli.
Inoltre ai bambini non si può chiedere di stare seduti per ore nei banchi perché come è più che comprensibile, questo non permette un buon sviluppo dei loro muscoli né della loro intelligenza.
Se i bambini non dovessero essere addestrati per accontentare il bisogno degli insegnanti di mostrarsi bravi ed essere confermati nella loro professionalità, si potrebbe soddisfare il loro bisogno di conoscenza stimolando la curiosità e si potrebbe permettere maggiore elasticità nel processo di apprendimento e possibilità di movimento nella classe senza nulla togliere alla conoscenza.
Ma se quando i bambini chiacchierano, quando il loro corpo si ribella, e si muove, questo viene considerato un disturbo e non un segnale di stanchezza; se i bambini vengono puniti con l’abolizione della ricreazione e con l’umiliazione di essere allontanati dalla classe o peggio ancora con l’immobilità in un cantuccio, non si può sperare che essi comprendano quello che viene loro spiegato e che i loro muscoli abbiano un buon sviluppo e quindi una crescita armoniosa.
Inoltre “l’EDUCAZIONE” che viene data ai bambini attraverso le punizioni impone loro di risolvere i problemi ricorrendo alla violenza.
Se un bambino non ha la possibilità di vedere come i genitori e gli insegnanti sanno affrontare e risolvere i problemi in maniera creativa a sua volta non potrà sviluppare tale capacità. L’unico messaggio che riceve è quello che autorizza il potere del più forte sul più debole; messaggio di cui il bambino farà tesoro non appena troverà un bimbo più piccolo e saprà precisamente che da grande in nome dell’EDUCAZIONE e delle regole potrà, se farà il genitore o l’insegnante, punire a sua volta.
La repressione, il dolore, le umiliazioni si sfogheranno, a sua insaputa, senza che possa ricordare, sui più deboli, figli e alunni.

Gran parte della vita di un bambino si svolge a scuola. I genitori non possono affidare a chiunque la vita dei loro figli, devono proteggerli da situazioni come mancanza di rispetto, punizioni, convenzioni; difenderli da insegnanti che bloccano ogni esperienza motoria ed emotiva del bambino.
Spesso i genitori cercano di supplire a questa mancanza di movimento a cui il bambino è costretto per molte ore della giornata con sport, nuoto, danza, pattinaggio, e a volte per il piacere di avere un figlio assolutamente invidiabile lo orientano al pianoforte, al violino o alle lingue straniere.
Come l’educazione comportamentale impone convenzioni che bloccano lo sviluppo del bambino, così l’educazione motoria impone movimenti già precostituiti che non permettono un’integrazione con lo schema posturale preesistente.
Quando un bambino non ha la possibilità di integrare un movimento perché gli vengono proposti degli schemi prefissati, può solo subire un addestramento che impedisce al suo sistema nervoso di maturare un controllo automatico del movimento. Solo dopo i dodici anni quando lo schema posturale termina la sua maturazione (Cfr. Le Boulche, Verso una scienza del movimento umano) sarà possibile insegnare movimenti prefissati.
Inoltre questi sport che richiedono allenamento continuano a rafforzare i muscoli posteriori già rigidi che sono possibili cause di disturbialla colonna vertebrale.

I danni del nuoto

Per un bambino muoversi nell’acqua è una cosa senz’altro molto bella e piacevole: può imparare da solo a muoversi, a giocare e galleggiare; ma i vari stili del nuoto danneggiano decisamente tutta la schiena, sia lo stile libero dove ovviamente si inarca tutta la colonna vertebrale, come lo stile a dorso dove il movimento delle braccia trascina verso l’alto il torace costringendo la colonna vertebrale ed il collo ad inarcarsi.
Per aggravare la situazione, spesso prima di iniziare il nuoto molti istruttori fanno fare allenamento ginnico per potenziare i muscoli.
Per nessun essere umano, ma soprattutto per i bambini, l’allenamento ginnico, il nuoto e altri sport di sviluppo muscolare possono essere fisiologici. La muscolatura posteriore è già troppo forte e rigida perché venga anche potenziata.
Quando un bambino è un po’ gracile non sarà con il potenziamento che si allargheranno le sue spalle. Le spalle sono strette e incollate al busto perché i muscoli, che si comportano come degli elastici, sono così corti e rigidi da non lasciare spazio al torace e da diminuirne le capacità respiratorie. Un bambino che abbia un corpo gracile ha bisogno di allentare la muscolatura, di respirare finalmente, di vivere e di trovare il suo spazio nel mondo.
Mi è capitato spesso di vedere bambini con scoliosi e dorso curvo, costretti in un busto, in quanto il busto è considerato l’unica terapia per rimettere in asse la schiena. Credo che sia facilmente immaginabile cosa può succedere al corpicino di un bambino e alla sua capacità respiratoria quando, avendo una scoliosi, viene costretto in un busto.
Dopo Groddeck, anche Reich e poi Lowen hanno sostenuto che nel corpo è scritta tutta la nostra storia ed è per questo che lavorare sul corpo vuol dire entrare profondamente nella sfera emotiva. Ma quando il corpo non ce la fa più e ci avvisa con il dolore, con rigidità muscolari, con artrosi, artriti e, per i bambini, con dismorfismi (scapole alate, dorso curvo, scoliosi) viene solo considerato una macchina da aggiustare; si va dall’ortopedico, poi dal fisiatra che consiglia una buona terapia di rafforzamento della muscolatura posteriore.
Nel caso di un bambino con una scoliosi importante si spiega ai genitori che è fondamentale mettere il busto se non si vuole che il loro figlio rimanga curvo tutta la vita: non viene assicurato il miglioramento ma si evita di peggiorare questo processo che sarebbe in evoluzione, poiché c’è una componente ereditaria su cui è impossibile incidere. **

**N.B.: A volte è vero che un bambino ha la scoliosi come uno dei genitori, ma più che di ereditarietà
parlerei di imitazione del bambino che cammina, si muove come il genitore prendendone le stesse
movenze e sentendo le stesse oppressioni e le stesse angosce legate all’atteggiamento somatico.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai queste “ereditarietà” si trovano anche nei bambini adottati.

Il bambino metterà il busto tutto il giorno, lo toglierà la notte, e per sottoporsi alla fisioterapia.
Il fisioterapista dovrà rafforzare i muscoli, toccando quel corpicino già ferito solo per imporgli dei movimenti.
È importante vedere la situazione dal punto di vista meccanico (Meziérès) e dal punto di vista emotivo neurologico e emozionale relazionale.
Dal punto di vista meccanico i muscoli del bambino vengono imprigionati in un busto, spesso di gesso, che impedisce i movimenti; il busto è studiato per imporre una rotazione contraria a quella che il corpo del bambino ha preso. Non vengono considerate o non sono ancora conosciute, a cinquant’anni dalle sue scoperte, le teorie di Françoise Meziérès, teorie secondo le quali i muscoli sono fin troppo rigidi e vanno ammorbiditi e non bloccati; non si prende in considerazione che il busto crea un blocco diaframmatico tanto da impedire al bambino non solo una buona respirazione ma anche un buon movimento del diaframma. Bloccando il diaframma si blocca tutta la catena muscolare ancora di più perché il diaframma ha alcune delle sue inserzioni sulle vertebre lombari dove sono inseriti anche i muscoli posteriori; questo procura una retrazione di tutta la muscolatura posteriore aggravando una iperlordosi lombare e cervicale e di conseguenza anche la rotazione della schiena.
Dal punto di vista emotivo-neurologico il bambino viene punito e torturato perché il suo corpo ha dato cenno di malessere, e addestrato a movimenti non fisiologici. Dal punto di vista del rapporto relazionale il bambino non ha certo avuto qualcuno che lo ha aiutato, toccato, testimoniato il dolore delle sue ferite. Se il corpo conosce la nostra sofferenza, quale sarà la sofferenza di un bambino con la scoliosi?
Toccando questo corpo nessuno si è posto questo problema; gli hanno solo messo un busto e lo hanno obbligato a fare una serie di esercizi di rafforzamento.
Anche di fronte ad atteggiamenti scoliotici o dorsi curvi, scapole alate, la medicina interviene con la cosiddetta “ginnastica correttiva” che niente ha di correttivo.
Vengono proposti esercizi alla spalliera o esercizi con un bastone tenuto con le mani e messo dietro le spalle, per portarle indietro, spingendo il petto in fuori.
Questi movimenti spostano tutto il corpo lasciando invariata la posizione delle spalle rispetto al busto, aggravando solo la muscolatura posteriore, inarcando la zona lombare e in particolar modo la zona tra le scapole, incassano il collo e avvicinano fra loro sempre di più le vertebre.
Questi esercizi vengono sempre accompagnati dal consiglio di iscrivere il bambino a un corso di nuoto che lo rafforzerà, aiutandone la crescita e lo sviluppo globale.
«Il nuoto fa sempre bene», «è uno sport completo, globale» e in effetti produce un rafforzamento globale: i gran dorsali si ipersviluppano in proporzione allo sviluppo precedente aumentando in progressione geometrica il dislivello, dato che lavorerà sempre maggiormente il gran dorsale più forte e l’atteggiamento scoliotico diventerà una vera scoliosi. Al controllo medico la risposta sarà: «per fortuna che gli abbiamo almeno fatto fare nuoto».
Quando vedo un bambino con una scoliosi o con altri disturbi alla colonna vertebrale prendo in considerazione le cause che, secondo me, lo hanno portato a ruotare il corpo; sicuramente qualcosa ha disturbato la sua sensibilità e si è sentito ferito al punto da doversi difendere con rigidità e rotazioni muscolari.
Sicuramente un’altra causa è dovuta a sbagliate posizioni che ha avuto da piccolo: causa emotiva, causa relazione e causa meccanica.
Non mi sentirei di aiutare questo bambino se correggessi, sia pure con un metodo meccanico efficacissimo come il Metodo Mézières la sua schiena; scoprirei soltanto queste difese lasciando però vivere il bambino nello stesso ambiente che lo ha tanto ferito.
Sarebbe opportuno che il primo intervento fosse sul corpo dei genitori: ammorbidendo prima di tutto le loro contratture, frutto di emozioni bloccate che inevitabilmente si trasferiscono ai figli. Il secondo, un trattamento individuale sul bambino con un approccio caldo e morbido per sciogliere con molta lentezza alcune delle contratture più violente; poi facendolo lavorare in un gruppo insieme ad altri coetanei, stabilendo un clima di fiducia e facendogli fare esercizi realmente correttivi, ma senza "correggerlo", dando a lui il tempo di fare un processo a ritroso, lento, difficile, ma sicuro, solo quando vuole e quando può (figure nn. 2, 3).

Figura 2: muscolo gran dorsale (vedi libro scaricabil ein PDF a lato pagina)

Figura 3: muscolo gran dorsale - quando
il muscolo gran dorsale si contrae più da
una parte che dall’altra, abbassa la spalla e
il busto si piega dal lato della contrattura.
(vedi libro scaricabil ein PDF a lato pagina)

«La sofferenza, proiezione di difficoltà e di dolore, l’eco in cui si
esprimono le nostre paure e le disperazioni, è la manifestazione di tante angosce accumulate durante l’infanzia che unita ai sensi di colpa sovraccarica la coscienza facendone derivare limiti di comunicazione » (K. Stettbacker).
Sofferenza, disperazione, paura, sensi di colpa portano a un’ interruzione della comunicazione. Il dolore del corpo è un grido di aiuto.
Con la stessa violenza dell’educazione comportamentale e di quella motoria la rieducazione finge di rispondere a questo aiuto.
Sarà impossibile cambiare la rieducazione, avere ascolto per il proprio dolore e quello degli altri se non rifiutiamo norme educative, se non vediamo la violenza degli allenamenti sportivi, se non apriamo gli occhi sull’allucinante vita che un bambino è costretto a vivere, lontano dal rapporto espressivo ed emozionale con gli altri, distaccato dalla relazione con il tempo, occupato tutto il giorno a scuola e nelle attività dopo la scuola. Il sabato e la domenica, per non dimenticare le informazioni avute durante la settimana, occupato nei compiti.
Il bambino è l’unico lavoratore non protetto da nessun sindacato, supera ampiamente le quaranta ore settimanali. Il suo tempo non esiste. E lui esiste? Spesso il bambino si adegua per essere amato, per compiacere genitori e insegnanti affinché abbiano una buona opinione di lui, affinché possa lui stesso avere una buona opinione di sé; affinché possa essere valutato e confermato cerca di essere ciò che gli adulti desiderano.
Ma il suo sistema neurologico ed emotivo viene sovraccaricato. Non ha tempo e possibilità di conoscere le sue emozioni, di sperimentarle e di armonizzarle con le regole sociali, non ha possibilità di conoscere i propri movimenti, di sperimentarli e integrarli per avvicinarsi
agli sport. Ostacolato nei tempi di aggiustamento si irrita, si sente inadeguato, irrequieto, rischia di diventare suo malgrado o un bambino ubbidiente riunciando ai bisogni o un bambino disubbidiente, confuso, colpevole che considera il suo bisogno come elemento distruttivo per una buona relazione con l’adulto.
Con l’educazione sia comportamentale che motoria che gli adulti vantano come buon risultato nella crescita il bambino subisce un danno neurologico ed emotivo, un danno muscolare e un danno emozionale.
Nella giornata del bambino spesso non c’è niente che soddisfi il suo bisogno: scuola, sport, regole, adattamento, addestramento. Il suo bisogno non esiste, non è riconoscibile, non esiste la sua vita di bambino, non esiste il suo tempo.
Il rapporto con il tempo subisce una dittatura cadenzata da impegni non scelti, il tempo è solo finire di esaurire gli impegni.
Alcuni esperti della psiche amano, a volte, spero con autoironia, definire la persona sempre puntuale "ossessiva", quella sempre in ritardo "aggressiva" e quella sempre in anticipo "ansiosa". Ogni sofferenza viene catalogata in patologia da curare. Oltre al danno anche la beffa. Proprio gli esperti continuano però a dare consigli su come instradare i piccoli dell’uomo senza rendersi conto che proprio questa educazione comportamentale e motoria inibisce ogni relazione fra la persona, gli altri, le cose che lo circondano (ordine o disordine) e il tempo.

Se il bambino non ha alcuna possibilità di gestire il suo tempo, da grande sarà costretto a prendere il testimone genitoriale e ad imporsi rigide modalità nell’affrontare la giornata o rigide ribellioni in rapporto alle convenzioni che gli sono state imposte.
Ci sono persone che sono sempre in anticipo agli appuntamenti, in anticipo nelle cose che devono fare non sapendo poi come gestire il tempo che rimane, in una corsa anticipata nei confronti dei doveri che sono stati loro imposti da piccoli e che da grandi loro stessi si impongono; il testimone che prendono dai genitori è tutto ciò che possono permettersi avendo una situazione emotiva non più in equilibrio, una rigidità muscolare che non permette loro altra scelta avendo emozioni e sensazioni sepolte nei doveri e nella razionalità.
Ci sono persone che sono assolutamente puntuali in tutto; hanno arrangiato un equilibrio separato dalle emozioni, ingerito verità assolute, conoscono esattamente domande e risposte, sono in un armonico rapporto con la patologia del mondo.
Ci sono persone che sono sempre assolutamente in ritardo, che in apparenza combattono gli schemi genitoriali perdendo tutta la vita a lottare con questa staffetta, ruotandosi fisicamente, agitandosi ma non muovendosi, pronti a demolire tutto per ricostruire con regole ferree e rigide, pronte a combattere per tutto; sanno che hanno bisogno di qualcosa, combattono con il mondo e con il tempo; a denti e diaframma serrati si trovano immersi in cose da fare, si agitano non comprendendo cosa realmentedevono demolire e cosa devono ricostruire.
In questi tre comportamenti c’è alla base un’unica sofferenza:
l’impossibilità fin da bambini di relazionarsi con il tempo; la difficoltà di poter a volte cambiare idea rispetto all’impegno preso, di poter con elasticità fermarsi a guardare, a sentire, per armonizzare il desiderio di fare una cosa con la possibilità di farla senza ignorare momento per momento gli eventi della giornata o farsi assorbire da essi.
Questa sofferenza denuncia l’interruzione di una continuità innata che l’essere umano ha come patrimonio naturale, come possibilità di rapportarsi al mondo esterno relazionandosi col tempo, con le cose e con gli altri.
Questa interruzione crea confusione e costringe ad appellarsi a canoni prestabiliti non solo nei confronti del tempo e delle cose ma, e soprattutto, nei confronti della relazione con gli altri, relazione chenon servirà per entrare in contatto ma solo per avere un minimo orientamento nel noioso quotidiano.

Jean Liedloff nel suo libro Il concetto del continuum dimostra come rompere la continuità di un bambino imponendo la propria volontà sia come rompere il suo organo motore; spezzare la sua socialità innata attraverso l’educazione è la miglior garanzia per ottenere un adulto antisociale che si troverà sempre in difficoltà ad adattarsi a leggi e regole di diversi ambienti.
Rompere questa nostra innata socialità vuol dire sentirsi persi, essere stranieri nella propria vita, stranieri nel proprio corpo, nella propria casa.
Azzittire significa azzittire i nostri guardiani interni (K. Stettbacker),
rompere il continuum (J. Liedloff), perdere la strada per il ritorno a casa ed avere il proprio fiume interno incapace di scorrere perché ingombro (Clarissa Pinkola Estés). Azzittire significa deviare la crescita impedendoci di essere adulti e deviare anche la crescita fisica. La scoliosi è un chiaro segno di continuum spezzato, di torsione del corpo, di respiro bloccato, di soffocamento e imprigionamento della nostra vera natura. Quando viene sgretolata la guida interna per seguirne una straniera, alcuni, fra coloro che non riescono a subire questo affronto, manifestano il proprio dolore con la distorsione del corpo.
Ho visto un bambino di quattordici anni che portava un busto dall’età di sei anni.
Per otto anni giorno e notte era stato rinchiuso in questa gabbia che
gli stringeva la vita e tutto il torace; dalla parte superiore del busto usciva un ferro che arrivava sotto al mento e gli spostava il viso verso il lato opposto alla deviazione. Le mani, le braccia, le gambe e tutto il resto del corpo erano cresciuti ma il suo torace aveva ancora sei anni.
Quando ho parlato alla madre dei principi del Metodo Mézières e del lavoro che facciamo sul corpo in alternativa al totale blocco del torace che provoca il busto, lei mi ha risposto solo: «perché? Perché queste cose non si sanno? Perché mio figlio già in difficoltà ha dovuto subire ancora?».
Ragioni come questa mi hanno spinto a scrivere questo libro.

Ci sono forme di distruzione, omicidi puniti e altri convalidati dalla società. Mettere un busto, far tacere l’ultimo grido, non ascoltare il pianto di un corpo, creare buio e silenzio imbustandolo è uno fra gli svariati crimini incoraggiati dalla società.
Operazioni alle ginocchia valghe, operazioni agli alluci valghi, operazioni alla colonna vertebrale traumatici e disorientativi distruggono inesorabilmente una continuità già flebile e danno come esito, dopo mesi di riabilitazione, il ritorno alla patologia iniziale.
I medici continuano ad ignorare che tutto dopo poco ritorna come prima, continuano ad ignorare la potenza e la forza dei muscoli, capaci di deviare la colonna, le gambe, le dita dei piedi.
Muscoli rigidi carichi di dolore. Coprire questo dolore, tagliare, rincollare dà, come ho già scritto, la possibilità al medico di dimenticare sempre di più la sua personale storia dolorosa ed erroneamente lo spinge a sperare che ferri e sbarre, possano ridare una continuità e
seppellire una storia. Il continuum perso come può essere riacquistato? Come trovare un
sano modo di sentire la vita, la gioia, la passione, la natura selvaggia senza la quale non possiamo vivere?
Col mio Metodo non voglio guarire; ho solo l’intenzione, forse la presunzione, proponendo un lento e rispettoso lavoro sul corpo, di offrire la possibilità di ritrovare la propria continuità, la propria natura, tutto il resto fiorirà naturalmente.
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Capitolo 3

Il metodo Monari

Nella nostra vita la prima interruzione della comunicazione è corporea.
Come ho già detto è per non dare vizi al bambino che lo si abitua a non stare in braccio troppo spesso. Si segue un sistema educativo che va contro quel naturale rapporto fisico fra la mamma e il suo piccolo. Secondo Leidloff il bambino dovrebbe rimanere in braccio fino a che lui stesso non decide di staccarsi perché altri bisogni, come il movimento e la scoperta di ciò che gli sta attorno prendono il posto della primaria necessità di essere ancora un tutt’uno con la madre.
Se viene mantenuta una buona comunicazione corporea il bambino si sentirà buono, sentirà di non essere di peso. Questa continuità fra la dipendenza che ha quando nasce e i lenti processi di indipendenza che costituiscono la sua crescita, gli darà basi solide e un patrimonio indispensabile per armonizzare con se stesso e con gli altri.
L’interruzione della comunicazione corporea interrompe tutto questo. Il rischio è la fragilità delle comunicazioni future. Durante la vita l’interruzione della comunicazione rinnova il lamento e il dolore passato, e spesso sfocia nella malattia.
Il mio lavoro è un lavoro sul corpo, è un lavoro sulla struttura muscolare affinché le rigidità che interrompono la comunicazione si ammorbidiscano; è un lavoro sulla relazione corporea, è il tentativo di ripristinare una continuità interrotta dal freddo dell’isolamento.
Negli ultimi vent’anni alcuni psicoterapeuti che già ho citato hanno individuato, separandosi dalla psicanalisi classica, le cause della violenza nel mondo.
Jean Liedloff, Alice Miller, Konrad Stettbacker con lucidità hanno analizzato il dramma che i bambini vivono e la violenza soffocata che li porterà a distruggere se stessi e gli altri.
Clarissa Pinkola Estés nel suo libro Donne che corrono coi lupi parla della donna selvaggia, ascolta, sente e vive la natura selvaggia che è in ogni donna; io mi associo e estendo questo concetto ad ogni essere umano; una natura di cui tutti siamo stati privati che è selvaggia e sana.
Jean Liedloff ne Il concetto del continuum parla di una continuità spezzata che rompe e interrompe la nostra natura.
Sono d’accordo con questi psicoterapeuti che insieme ad altri hanno influenzato e rafforzato le basi teoriche del mio metodo.
È il corpo del bambino che ha incominciato a irrigidirsi per non sentire il freddo e la paura di quel distacco, è principalmente in quei muscoli che si è rotta una continuità, è sotto quella corazza che si nasconde una natura selvaggia.
Ho potuto verificare in tanti anni di lavoro come mano a mano che i muscoli sono più liberi - e viene loro data la possibilità di muoversi e di entrare in contatto con il corpo degli altri - sentono per la prima volta l’autorizzazione a vivere la propria natura, ad esprimersi e a ricomporre un’innata socialità.
Penso che solo attraverso un lavoro sul corpo si possa sentire la libertà del movimento, si possa mostrare l’espressione naturale che i muscoli bloccati rendevano ferma.
Penso che solo dopo un ammorbidimento muscolare si possa ritornare ad un caldo abbraccio e si possa sentire quel calore che era stato interrotto. È con la magia del calore che la nostra natura prende vita e forza per disubbidire a rigide convenzioni che la soffocano.

Il mio lavoro viene svolto principalmente in gruppo. Da quindici anni ho aperto un centro a Bologna dove lavoro e dove grazie ai miei allievi ho ampliato le mie conoscenze e la mia esperienza.
Ho privilegiato fin dall’inizio il lavoro di gruppo; forse quando ho iniziato non avevo una vera e propria ragione per non praticare trattamenti individuali; ho semplicemente seguito il mio istinto e il mio desiderio; gli anni di lavoro mi hanno poi fatto capire il perché della mia scelta.
Ho trovato illuminanti, come già detto, le scoperte ed i principi di Françoise Mézières ma onestamente ho sempre temuto l’applicazione di questo metodo. Il metodo Mézières è una tecnica che si propone di allungare le cinque catene muscolari lavorando molto sulla respirazione. Se è vero che i muscoli trattengono le emozioni, trovo che possa esserci il rischio di non rispettare i tempi del paziente imponendo un allungamento muscolare totale. Inoltre penso che se una persona non ha una patologia che le impedisce di camminare o
una cerebropatia grave, valga la pena che faccia un lavoro di gruppo, evitando di delegare il suo corpo al terapista, per poterlo gestire autonomamente conoscendo i propri blocchi, percependo le proprie rigidità. Saprà poi da solo cosa fare per ammorbidirsi avendo nei gruppi sperimentato esercizi per lui importanti, essendo in contatto con i limiti del proprio corpo.
Nessun terapista può sostituirsi a questo; più il lavoro è autogestito più la persona impara a conoscere i propri blocchi e a rispettare i propri limiti. Inoltre in un lavoro individuale non può esserci l’incontro con gli altri e questo è senza dubbio il limite più grosso del trattamento individuale; come ho già detto, il dolore fisico ed emotivo è dato da un’interruzione della comunicazione e non si può fare, a mio parere, nessun tipo di terapia prescindendo da ciò.
Nonostante questo, il mio Metodo prevede anche trattamenti individuali.
Si tratta di massaggi profondi o di trattamenti fisioterapici.
Pur rischiando di contraddire ciò che ho appena scritto sono cosciente che esistono persone che hanno problemi ad entrare immediatamente a far parte di un gruppo; in questi casi vengono fatte alcune sedute preliminari di massaggio profondo per ammorbidire i muscoli e far rinascere il bisogno di socialità. I trattamenti fisioterapici sono indicati per persone con disturbi neurologici e cerebropatie, persone che non sono in grado di camminare e che non possono partecipare al lavoro di gruppo; oppure per persone che in seguito ad incidenti hanno bisogno di una terapia individuale di reintegrazione per ristabilire una continuità meccanica ed emotiva nel proprio corpo.
Il metodo usato per i trattamenti fisioterapici non è il metodo Mézières ma ne vengono fedelmente mantenuti i principi. Ho elaborato un Metodo che a mio parere lascia più libero il paziente di usare i compensi che gli sono indispensabili in quel momento.
Il tentativo è comunque, con i tempi personali di ciascun paziente,
di completare il suo lavoro all’interno di un gruppo.

Formazione dei gruppi

Il gruppo è preceduto da un colloquio individuale con ogni partecipante al corso.
Il colloquio ha lo scopo di:
- stabilire una reciproca conoscenza;
- informarmi sui disturbi fisici o emotivi della persona;
- informarmi sulle motivazioni che l’hanno spinta a voler iniziare questo lavoro;
- dare tutte le informazioni e rispondere alle eventuali domande.
La composizione del gruppo è assolutamente casuale. Non è infatti importante determinarla, in quanto la sensazione trasmessa da ognuno singolarmente si trasforma all’interno del gruppo. Quando si ha un colloquio, la persona che abbiamo di fronte ci propone un’immagine di sé e noi possiamo solo presumere quali siano i suoi bisogni. Solo il suo corpo durante il lavoro parlerà delle reali mutilazioni e sofferenze subite. Inoltre il gruppo durante il lavoro crescerà su basi comuni esprimendo di volta in volta bisogni, sensazioni ed emozioni che lo porteranno ad avere un linguaggio comune, ed è con questo che bisognerà rapportarsi.

Il lavoro di gruppo verte su tre punti fondamentali:

a) lavoro sulla struttura muscolare;
b) lavoro di relazione corporea fra i componenti del gruppo;
c) impostazione di un lavoro di gruppo che tende a rompere le dinamiche che avvengono spontaneamente in gruppi di persone vissute in una società occidentale basata sulla competizione.

a) lavoro sulla struttura muscolare
Sia nel lavoro individuale che nel lavoro di gruppo vengono mantenuti i principi di Françoise Mézières; l’allungamento della muscolatura tiene conto che esistono cinque catene muscolari ma soprattutto è presa in considerazione la forma perfetta del corpo umano di cui ha parlato Mézières.
L’importanza della conoscenza della forma perfetta è, per un terapista, fondamentale: quando un allievo ha una spalla più alta e una più bassa se non si conosce come dovrebbe essere naturalmente il corpo umano non si può sapere quale delle due spalle è nella posizione fisiologica. Fare dell’allungamento o dello stretching senza rispettare la simmetria e senza questa conoscenza, diventa un lavoro assolutamente azzardato.

b) lavoro di relazione corporea fra i componenti del gruppo
Ogni essere umano ha la necessità assoluta di comunicare sempre con gli altri e con il mondo che lo circonda e sicuramente ha la necessità di comunicare con il corpo, di poter entrare in contatto col corpo di altre persone, di sentirne il calore e le vibrazioni.
Il corpo pieno di rigidità e di contratture muscolari non è assolutamente disponibile a un incontro con un altro corpo, è quindi assolutamente necessario ammorbidire prima la muscolatura. Quando i nostri muscoli sono ammorbiditi abbiamo di nuovo la possibilità di avere i nostri cinque sensi attivi che ci mettono in comunicazione con l’esterno; ma questi sensi bloccati per anni, una volta risvegliati possono spaventarci se non trovano accoglienza. Ad esempio se una persona è stata picchiata da piccola, la sua pelle e i suoi muscoli si sono irrigiditi per proteggersi; tolta questa protezione, rischia di spaventarsi a meno che questa pelle e questi muscoli non sperimentino per la prima volta, in una situazione di apertura, che possono ricevere carezze anziché percosse.
In alcuni momenti del mio lavoro, quando, dopo aver proposto alcuni esercizi per ammorbidire la struttura muscolare, propongo un massaggio a coppie, comprendo perfettamente che quelle carezze sono accettate profondamente perché è la prima volta che vengono ricevute e date senza muri di difesa. Solo così una persona può mano a mano abbandonare le proprie contratture scoprendo il piacere di vivere senza di esse e questo diminuisce la paura.

c) impostazione di un lavoro di gruppo che tende a rompere le dinamiche che avvengono spontaneamente in gruppi di persone vissuti in una società occidentale basata sulla competizione
Questa impostazione avviene in quattro fasi che vanno dal lavoro a raggera al lavoro circolare.
Se nel rapporto individuale fisioterapista-paziente è necessario, per la buona riuscita del lavoro, che ci sia un rapporto di fiducia reciproca (è importante infatti che il paziente abbia fiducia nel terapista ma è altrettanto importante che il terapista abbia fiducia nella possibilità di recupero del paziente), nel lavoro di gruppo è fondamentale anche creare un clima di fiducia tra tutti i componenti del gruppo.
I primi lavori di allungamento muscolare e di relazione sono volti a questo obiettivo. Per creare un clima di fiducia, la scelta dei lavori non può essere già precostituita ma va fatta tenendo presenti i componenti del gruppo e le loro rigidità; evitando lavori troppo difficili che possano produrre emozioni di frustrazione e inadeguatezza, cercando invece di dare la possibilità alle persone di prendere confidenza con il proprio corpo e scoprirne le potenzialità.
Questo ultimo punto di solito crea un clima di tranquillità all’interno del gruppo. Naturalmente senza andare a toccare le contratture più profonde, si dà però ad ogni persona la possibilità di comprendere il lavoro, di potersi ammorbidire, di capire che il proprio corpo è malleabile. Allungando infatti una parte si può verificare la differenza di appoggio tra la parte "lavorata" e l’altra, scoprire, ed è ben evidente, come la parte allungata può fare movimenti fino ad allora sconosciuti. Mano a mano che le persone acquistano fiducia in sé e nel gruppo, il lavoro di allungamento può diventare più profondo.
A questo punto una persona può ritrovare la vecchia solitudine nel sentire le emozioni e le sensazioni vere riaffiorare; quando questo succede bisogna avere già creato un clima di accoglienza, perché se ciò accadesse prima, una persona si troverebbe assolutamente scoperta, di nuovo sola e di nuovo nelle stesse difficoltà in cui si è trovata quando queste contratture sono avvenute.
Ammorbidendo le rigidità muscolari sarà più facile fare un lavoro di relazione affinché ci sia un incontro anziché uno scontro, come potrebbe succedere se le rigidità di ognuno prevalessero sul bisogno di relazione.
Il lavoro di relazione ha come scopo anche quello di accogliere i bisogni che sono riaffiorati allungando i muscoli e sbloccando le sensazioni e le emozioni che vi erano trattenute.
Dopo il lavoro muscolare gli allievi si adagiano su un fianco, schiena a schiena o "uno dentro l’altro" per ritrovare l’accoglienza e il calore, per risentire con i muscoli morbidi la continuità di un contatto che a suo tempo si era spezzato. In questi momenti si ripristina una continuità interrotta e si intravvede la possibilità di trovare un nuovo modo di relazionarsi con gli altri.
Nella seduta i lavori di allungamento della muscolatura posteriore sono alternati a quelli di relazione.
I primi lavori di relazione sono basati sul gioco e sul movimento: intanto per sperimentare i nuovi movimenti che il corpo ora è in grado di compiere e contemporaneamente aumentare la solidarietà, la complicità e il contatto all’interno del gruppo.
Tutto il lavoro si basa sull’alternanza e l’armonia di questi due momenti che andranno sempre più in profondità, essendo di sostegno l’uno all’altro: più la muscolatura si sblocca e più ci sarà bisogno di contatto e quindi di lavoro di relazione, più ci sarà contatto e relazione e più si avrà fiducia e coraggio nel cercare tramite lo sblocco muscolare le sensazioni e le emozioni imprigionate.
Lo scopo del mio lavoro non è quello di guarire le persone ma di creare un clima nel gruppo che faciliti la conoscenza della verità scritta nel corpo di ognuno di noi.
Tutti i miei lavori hanno lo scopo di agevolare l’allievo a scoprire i propri blocchi; le persone conoscono la salute, solo non sanno come ritrovarla.
Gli esercizi vengono proposti ma non vengono né mostrati né corretti: non è tanto importante eseguirli quanto scoprire cosa impedisce il movimento; e solo in un clima di non giudizio e di non correzione le persone hanno la possibilità di ascoltarsi.
Spesso, dopo il lavoro chiedo agli allievi come si sentono e che sensazione hanno avuto. Non dico mai ciò che ho visto ma ascolto solo quello che hanno provato.
Dare il mio parere a un allievo e parlare del significato dei suoi blocchi prima che lui stesso ne sia cosciente significherebbe renderlo dipendente intellettualmente da una mia interpretazione, che peraltro può non essere esatta; ma qualora lo fosse, significherebbe staccarlo dalle sue percezioni e farlo dipendere dalle mie conoscenze.
Personalmente ho notato come l’interpretazione dei miei sintomi da parte di alcuni dei miei maestri mi creasse dipendenza e insicurezza.
Fin da quando si è piccoli, dalla scuola materna in avanti, gli insegnanti interpretano e determinano l’atteggiamento degli alunni.
È premiato chi è più degli altri, più bravo, più buono, più bello, più intelligente. In terapia e nella cura è premiato chi, con la guarigione, conferma il lavoro del terapista o del medico, a scuola il bravo scolaro conferma l’insegnante.
Nella scuola elementare il giudizio, che adesso ha preso il posto del voto, mette i bambini in continua competizione fra di loro lasciando incontestata la posizione della maestra; ogni bambino fa riferimento alla maestra, ne teme il giudizio, fa di tutto per essere più bravo perché sarà più amato e più accettato.
Cercare di essere più bravo non vuol dire riuscirci; il bambino molto sensibile sarà più preoccupato di essere escluso che di ascoltare la maestra.
In ogni gruppo che si prefigga uno scopo, anche un qualsiasi corso di lingua straniera composto da adulti, prima che i membri si avvicinino allo scopo, dovranno riattraversare tutte le volte conflitti di inadeguatezza e di esclusione.
Sottoposto allo stress dell’essere il migliore, chi è riuscito ad ignorare i propri conflitti, la paura dell’esclusione e dell’inadeguatezza, riuscendo ad essere il più bravo, si troverà sempre in ogni nuovo gruppo, ad ignorare se stesso per piacere; chi immerso nei conflitti ha ignorato l’insegnante, si sentirà in ogni gruppo inadeguato all’apprendimento.
Il lavoro muscolare comporta la pro

"Io e il tuo corpo"

il libro di
Maddalena Monari

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