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30/01/2008 UN PASSATO DA 'PICCOLA GINNASTA', POCO CONVINTAHo pochi e sfumati ricordi della mia infanzia e quando riguardo l’album delle mie vecchie foto, mi soffermo su di una in particolare, una bambina con due grandi occhi neri che mi rivolge uno sguardo intenso, carico di domande e aspettative. Frugando...[+]
Ho pochi e sfumati ricordi della mia infanzia e quando riguardo l’album
delle mie vecchie foto, mi soffermo su di una in particolare, una
bambina con due grandi occhi neri che mi rivolge uno sguardo intenso,
carico di domande e aspettative.
Frugando nella memoria, affiorano i ricordi del mio primo giorno di
scuola e del volto della mia compagna di banco. Ad uno ad uno rivivo
alcuni momenti di allora. Tutti in fila, nell’atrio della scuola
elementare, ci viene somministrato il vaccino orale antipoliomielite.
Radunati nel cortile della scuola, con grandi occhiali scuri,
attendiamo l’eclissi di sole. E ancora, vengo messa in punizione per
aver copiato un tema, preparato a casa il giorno precedente.
Ricordo molto bene mia nonna, con cui io e mio fratello siamo cresciuti
e ricordo i suoi racconti di quando, pollivendola, andava in bicicletta
a vendere polli e conigli al mercato di Lugo. È sempre stata una
presenza rassicurante, per noi bambini, la nonna, tacita complice dei
nostri piccoli misfatti e sempre pronta a difenderci con i nostri
genitori.
I miei genitori erano tutto il giorno al lavoro e la sera tornavano a
casa stanchi e spesso nervosi. Erano molto severi e quando si
arrabbiavano non c’era da scherzare, per cui preferisco ricordarli nei
momenti più dolci, quando mio padre ci incantava con favole fantastiche
per farci mangiare o mia madre ci assisteva nei compiti, insegnandoci
tabelline e preposizioni.
Sono la primogenita di due figli, ho un fratello più giovane di quattro
anni e ho sentito molto il peso di essere stata la prima e per di più
femmina. Inoltre l’adolescenza è stata per me, come per la maggior
parte dei ragazzi, molto difficile: avevo un corpo che non accettavo e
mi mortificava l’essere presa in giro dai compagni perché grassottella.
Ero pigra e molto golosa e mia nonna, reduce dagli anni della guerra,
anni di sacrifici, risparmi e digiuni, era orgogliosa di poter crescere
i suoi nipoti a tagliatelle al ragù, carne e formaggio, latte e uova.
Non riuscivo a trattenermi davanti ai piatti di pasta ben condita che
la nonna mi preparava. Era una festa quando a merenda trovavo la crema
gialla calda, ma poi la crisi sopraggiungeva, di fronte ad un vestito
da comprare o un costume da indossare, in un’epoca della vita in cui ci
si vorrebbe sentire in perfetta forma, essendo il tempo delle prime
feste e delle "prime cotte".
Non amavo lo sport e non sono mai stata competitiva, a differenza di
mio padre che ha dedicato ad esso tutta la vita ed ha sempre gareggiato
per vincere, non per partecipare. Un po’ per compiacerlo, un po’ per
migliorare il mio aspetto fisico, cominciai a praticare sport, dalla
pallavolo all’atletica, dal tennis all’equitazione, e poi ancora lo sci
e la palestra, con tanta fatica e poche soddisfazioni.
Mi consolava pensare che questi sacrifici sarebbero comunque valsi a
preservarmi dagli acciacchi dell’età adulta, soprattutto dai dolori
alle ossa.
E così per anni ho allenato il mio corpo con esercizi faticosi che
obbligavano i miei muscoli a contrazioni violente, spesso dolorose.
Ricordo in particolare la ginnastica in palestra, gli esercizi alla
spalliera, i pesi, l’aerobica.
Nessuna di queste attività mi divertiva e nessuna riusciva a
rilassarmi.
Di divertimento e di rilassamento avrei avuto invece davvero bisogno,
in quanto avevo intrapreso una carriera di studi e di lavoro molto
pesante, cioè quella di medico.
A ventiquattro anni mi ero laureata in medicina, poi mi ero
specializzata in pediatria ed avevo trovato lavoro come pediatra in
ospedale, la mia massima aspirazione.
Il ruggito ritrovato
È stata per me una spiacevole sorpresa, cinque anni fa, all’età di
trentasei anni, trovarmi alle prese con un fastidiosissimo mal di
schiena, un forte dolore sotto la scapola destra, che mi impediva
persino il riposo notturno. Ero reduce da una settimana di intenso
allenamento sportivo durante una vacanza con amici in Francia, dove
finalmente mi ero sentita con "un fisico bestiale" ed ero riuscita a
fare di tutto, dallo sci estivo all’equitazione, dalla mountain bike al
tennis, riuscendo anche a
divertirmi. Quel dolore non ci voleva, ed ancor più amara fu la
sorpresa quando le lastre rivelarono una colonna con curvature
scoliotiche e segni di artrosi incipiente (così giovane!).
Iniziai così la "via crucis" degli specialisti e delle terapie: il
neurologo ipotizzò una nevralgia, il fisiatra una mialgia,
l’ortopedico, infine, prospettò la possibilità di un osteoma di una
vertebra dorsale, sulla base di una immagine sospetta delle lastre. Si
trattava di un tumore benigno delle ossa, più frequente nell’infanzia e
che in quella sede avrebbe potuto essere pericoloso per il rischio di
danneggiare il midollo osseo, qualora avesse dovuto essere asportato.
E l’asportazione si sarebbe resa indispensabile, se il dolore si fosse
rivelato, a lungo andare, non più sopportabile.
Così, paralizzata dalla sentenza, decisi di fare qualsiasi cosa pur di
eliminare il sintomo. Feci un primo tentativo con i comuni farmaci
antinfiammatori, che poco effetto ebbero sul dolore, ma mi causarono un
tremendo mal di stomaco. Poi mi affidai alle mani di un muscoloso
fisioterapista che si accanì sulla mia schiena, massaggiandola con
vigore, con nessun risultato se non quello di farmi odiare le sue
pesanti manone. Affrontai anche la prova del manipolatore, ma quando
questi prese a "manipolarmi" la colonna con tale energia che pareva
volesse spezzarmela, decisi di sospendere dopo la prima seduta.
Ero disperata. Su consiglio di una collega, mi rivolsi ad una
fisioterapista di nome Maddalena, che lavorava in un centro privato,
vicino a casa mia a Bologna, dove svolgeva un lavoro a gruppi di
"antiginnastica e psicomotricità". Il termine antiginnastica mi ispirò
subito simpatia, mentre il secondo, psicomotricità, mi lasciò perplessa
e forse anche un po’ spaventata, ma ero fermamente decisa a tentare
quella strada.
Ricordo il primo incontro con Maddalena: con le lastre sottobraccio le
dissi che ero medico, che avevo un terribile mal di schiena e che
volevo lavorare con lei. Non sembrò molto interessata a me e al mio
problema. I corsi erano iniziati e con lei non c’era più posto. Ero
decisa a non cedere e così le dissi che mi era stato diagnosticato un
tumore vertebrale. Se il dolore non passava dovevo essere operata e
l’intervento aveva un rischio di complicazioni elevatissimo.
Fui inserita in un gruppo che aveva già iniziato a lavorare, rivelatosi
però molto disponibile ad accogliermi. Ricordo le prime sedute, in cui
avvertivo un grande imbarazzo, soprattutto quando mi veniva chiesto di
riferire al gruppo come mi sentivo, abituata com’ero a chiedere io agli
altri come si sentono. Anche alla fine della seduta, durante i lavori
di contatto, mi sentivo goffa e inadeguata, abituata come ero ad un
mondo in cui nessuno ti guarda, nessuno ti tocca e quasi ci si
impaurisce se qualcuno ti abbraccia con calore.
Non era necessario fare bene l’esercizio ma era sufficiente cercare di
eseguirlo. Nella respirazione non era importante inspirare con vigore,
come mi avevano insegnato nel mio passato di "piccola ginnasta", ma
bisognava soprattutto buttare fuori tutta l’aria e cioè espirare
completamente per rilassare il diaframma. Alla fine di ogni seduta non
ero stanca, ma anzi mi sentivo rilassata e piena di energia. In pochi
mesi mi passò completamente il dolore. Decisi allora di fare una lastra
di controllo, che dimostrò che quella immagine sospetta era in realtà
solo un “artefatto”, o falsa immagine radiologica.
Fui così consapevole che il mio dolore era il risultato di contratture
muscolari che avevano radici antiche. La sofferenza che mi aveva
procurato mi aveva impedito di rimuoverlo e anzi mi aveva costretto a
fermarmi ad ascoltarlo e a cercare di interpretarlo. Continuai così con
entusiasmo a frequentare il Centro Monari, con indubbi benefici sul mio
corpo che acquistava sempre più morbidezza ed armonia nei movimenti,
grazie al lavoro di gruppo che svolgevo settimanalmente.
E via via che i miei muscoli si ammorbidivano ed il mio corpo trovava
un nuovo equilibrio, con la colonna più dritta, il collo meno
contratto, le spalle più basse, la mandibola meno serrata
e gli occhi più aperti, piccoli ma progressivi cambiamenti investivano
tutta la mia sfera emotiva e relazionale.
Non avevo più bisogno di quell’esagerato autocontrollo che mi era stato
imposto fin da bambina e che mi impediva di esteriorizzare le emozioni,
non trovavo più imbarazzante piangere se ne sentivo il bisogno, così
come non sentivo più l’obbligo di trattenermi, se volevo sfogare la mia
rabbia, magari urlando.
Col tempo ho imparato a non soffocare le emozioni, come in passato, ho
capito quanto può giovare esprimerle, mentre il trattenerle fa ammalare
il corpo e soffrire il cuore. Così finalmente anch’io, che ho sempre
ritenuto indecoroso ed inopportuno alzare la voce, in occasione
dell’ultimo stage a cui ho partecipato, ho tirato fuori un potente
ruggito da leone ferito e profondamente offeso, ho gridato a tutti la
mia rabbia, e alla Maddalena, che a fine seduta chiedeva di riferire al
gruppo cosa ci "portavamo a casa" ho risposto: «il ruggito del leone,
che avevo dimenticato nella culla».
Riscoprire i bambini e incontrare il bambino che è in me
Col tempo, anche il mio lavoro di pediatra ha preso nuovi significati.
Fin dai banchi della scuola elementare scrivevo nei temi che avrei
voluto fare la pediatra. Mi affascinava l’idea di prendermi cura dei
bambini malati. Quando però il mio sogno si è avverato ed ho iniziato a
lavorare in ospedale, il mio rapporto con i bambini è diventato sempre
più professionale, da medico a paziente, scegliendo sempre come
interlocutore il genitore e trascurando i bisogni e le paure del
bambino, presa come ero dal desiderio di curare bene ed in fretta la
sua malattia.
Negli ultimi anni questo rapporto è cambiato ed io sono molto più
attenta a ridurre al minimo i traumi, che in ospedale per un bambino
sono tanti, il distacco dall’ambiente domestico, la visita medica, i
prelievi, le punture. Spesso anche le procedure diagnostiche vengono
eseguite tenendo conto più delle esigenze del medico che del rispetto
del paziente, che nel mio caso è un bambino. Emblematico è il caso
della biopsia intestinale, che si esegue in pediatria soprattutto
quando si sospetta una malattia celiaca, una intolleranza ad alcuni
cereali, quali il grano. Si esegue con una capsula metallica che va
introdotta dalla bocca e durante l’esame il bambino deve stare fermo,
per cui i testi medici consigliano di avvolgerlo stretto con un
lenzuolo, a mo’ di mummia, in modo da impedirgli qualsiasi movimento.
Il bambino si trova così legato e solo, perché i genitori vengono
tenuti fuori, per non essere di intralcio agli operatori. Questo è
sicuramente un modo di procedere più sbrigativo e comodo per il medico,
ma estremamente coercitivo e violento per il bambino.
Lasciare il bambino nella sua cameretta accanto ai genitori, spiegare
bene ed in modo semplice la tecnica, chiedere la collaborazione del
bambino stesso se grandicello, o dei genitori se più piccolino,
comporta certamente un dispendio maggiore di tempo e di energia, ma chi
si occupa di persone malate, soprattutto se bambini, non deve avere
fretta, e non deve perdere di vista l’obiettivo principale, che è il
rispetto del malato e della sua malattia.
E così se il bambino si fida, se si sente abbastanza tranquillo, se
anche i genitori collaborano e l’ambiente è rassicurante, sarà ridotto
al minimo il trauma dell’esame ed il bambino non serberà di esso un
ricordo tanto brutto.
Sono cambiate anche le mie convinzioni riguardo allo sport, soprattutto
quello agonistico, svolto il più delle volte dai bambini più per
compiacere i genitori che per loro reale divertimento. Ogni sport
comporta contrazioni muscolari che tendono, col tempo, ad accorciare i
muscoli, soprattutto quelli posteriori ed a ruotare l’asse del corpo,
causando i vari dismorfismi che sono alla base dei dolori ossei
dell’età adulta.
Il movimento è importante, ma bisogna muoversi nel modo più naturale
possibile, senza costringere i nostri poveri muscoli ai lavori forzati,
per cui ai genitori che mi chiedono consiglio su quale sport far fare
ai loro figli, rispondo: «fateli divertire».
Ho imparato a guardare il corpo del bambino nel suo insieme e ad
interpretare meglio i suoi sintomi, e così ora so che i piedi piatti
non devono essere chiusi in scarpe ortopediche per essere sostenuti.
Non sono infatti altro che la conseguenza di una schiena contratta e
rigida.
Anche per altri dismorfismi, quali le ginocchia valghe, la scoliosi, le
scapole alate, so che sono il risultato delle dolorose rotazioni di un
corpo che prima va attentamente osservato e poi riportato in asse,
senza bloccare il movimento con busti, tutori, gessi o altro.
Ho imparato ad interpretare il sintomo non più solo come spia di
malattia organica, ma spesso anche come segnale di disagio che il
bambino prova nell’ambiente famigliare, scolastico e sociale. Il lavoro
fatto su di me in questi anni mi ha insegnato ad ascoltare i segnali
del corpo e questo è stato di grande aiuto a me ed al mio lavoro di
medico. Sono convinta che la salute di una persona, fisica e psichica,
derivi dalla fiducia in se stessi, che si apprende solo attraverso il
processo della vera comunicazione. E così anche nel mio lavoro posso
contribuire a mantenere la fiducia del bambino, cercando di comunicare
con lui o riallacciando comunicazioni interrotte. Il bambino impara più
attraverso il piacere che attraverso la sofferenza e più grazie ai
suggerimenti e alle spiegazioni che agli ordini e tutti coloro che si
occupano di bambini, pediatri compresi, devono esserne consapevoli.
Durante questi anni, quando ho incontrato i miei blocchi muscolari ed
emotivi, ho attraversato momenti faticosi e dolorosi, ed ho avvertito
una grande stanchezza, a volte mista a sfiducia, ma è sempre stata più
forte la spinta ad andare avanti, nella convinzione che solo il lavoro
su di sé può migliorare il rapporto con se stessi e con gli altri.
Negli ultimi anni Maddalena ha definito meglio il suo Metodo ed ha
avviato una “Scuola di formazione”, affinché altre persone, oltre a
lei, lo possano applicare. Insegno anatomia agli allievi della
Formazione ed anche questa è stata per me un’esperienza importante.
Ho cancellato dalla mia testa la vecchia visione del corpo umano,
spezzettato in un numero infinito di ossa e muscoli ed ho riscoperto un
corpo nuovo, una macchina meravigliosa in cui i muscoli si muovono
tutti insieme in catene ed esprimono in modo tangibile bisogni e
disagi.
L’attenzione ai bisogni del corpo è stata la molla per avvicinarmi in
modo nuovo anche ai problemi dell’alimentazione. Da anni mi occupo di
problemi nutrizionali nei bambini, ma solo di recente ho allargato i
miei interessi con lo studio e la pratica del metodo Kousmine, messo a
punto dalla pediatra russa Catherine Kousmine, secondo la quale tutte
le malattie della nostra epoca, soprattutto quelle degenerative quali i
tumori, dipendono da una cattiva alimentazione.
Prendersi cura di sé comporta anche mangiare in un modo più sano, per
mantenersi più a lungo in salute e "dare vita agli anni, non solo anni
alla vita", come dice la Kousmine. Ho ritenuto importante estendere
queste mie conoscenze agli allievi del Centro con alcuni incontri, che
sono stati un’esperienza molto stimolante, per l’interesse che gli
argomenti hanno suscitato.
Ho trovato tanti amici, facendo questo lavoro, persone su cui so che
posso contare e che di me accettano pregi e difetti, come io di loro,
perché questo lavoro mi ha insegnato ad essere più vera e a mostrarmi
per quella che sono, nel bene e nel male, nella felicità e nella
tristezza.
Ed è così che ora, quando osservo la mia immagine riflessa allo
specchio, riconosco il volto e lo sguardo di quella bambina che mi
guarda dalle pagine dell’album di fotografie, una bambina che ho
imparato a proteggere ed amare ogni giorno di più.
Sandra Brusa [-] 30/01/2008 IL PIACERE DI ESPRIMERSI NELLA VITA COME NELL'ARTEIl giorno in cui mi iscrissi al mio primo stage con Maddalena Monari, cinque anni fa, difficilmente avrei potuto immaginare quanto questa esperienza avrebbe influito nella mia vita, nel rapporto con gli altri e nella mia professione. Soffrivo di frequ...[+]
Il giorno in cui mi iscrissi al mio primo stage con Maddalena Monari,
cinque anni fa, difficilmente avrei potuto immaginare quanto questa
esperienza avrebbe influito nella mia vita, nel rapporto con gli altri
e nella mia professione.
Soffrivo di frequenti blocchi alla zona lombare, e certamente la
posizione che il lavoro mi imponeva per diverse ore al giorno - sono
pianista, insegno Pianoforte al Conservatorio di Bologna e svolgo
attività come concertista - non poteva giovare alla mia schiena. Le
cure a cui mi ero sottoposto fino ad allora non sembravano aver portato
alcun miglioramento significativo, e mi fu proposto dai medici
l’intervento di “nucleoaspirazione” di uno dei dischi intervertebrali:
fu una vera fortuna venire a conoscenza proprio allora del Metodo
Monari, così potei evitare questa operazione che avrebbe ulteriormente
ridotto l’elasticità già compromessa della mia colonna vertebrale.
Non ricordo di aver mai sofferto di dolori alla schiena fino al giorno
del primo improvviso blocco, vero fulmine a ciel sereno, ma poi il
succedersi degli episodi pareva diventato incontrollabile, e non
riuscivo a trovare spiegazioni a quell’improvvisa sofferenza.
Oggi invece mi sembra di poterla interpretare facilmente: i muscoli
della mia schiena erano così irrigiditi e la loro sensibilità si era
tanto affievolita che quasi non era possibile provare dolore, e solo
col cedimento del disco questi segnali erano diventati troppo forti per
essere ignorati.
Il problema della rigidezza mi aveva sempre assillato anche nel corso
dei miei studi pianistici, ed era l’evidente limite contro cui mi ero
sempre scontrato negli sport che praticavo da ragazzo; consapevole di
ciò, pur non immaginando cosa può nascondere in realtà ogni nostra
rigidezza muscolare, ero sempre stato attento a cogliere ogni cosa che
pensavo potesse essermi d’aiuto. Speravo quindi di poter avere dal
Metodo Monari anche qualche beneficio per la mia professione, ma ancor
più fui colpito da un’affermazione di Maddalena durante il nostro primo
colloquio: «Abbiamo riscontrato che sciogliere le rigidezze muscolari
facilita la comunicazione tra le persone». Mi sembrò che avesse colto
nel segno: mi ero sempre considerato introverso e tendenzialmente
solitario, e non mi sarebbe affatto dispiaciuto liberarmi, almeno in
parte, di quelle sensazioni di insicurezza che accompagnavano quasi
ogni incontro con persone sconosciute, oppure del timore che spesso mi
impediva di parlare a qualcuno con libertà e franchezza, quando ne
sentivo l’esigenza, o di altre mie croniche difficoltà. Ma poteva
succedere davvero che lavorando i muscoli per curare un mal di schiena
si verificasse tutto ciò?
Non avevo mai sentito dire nulla di simile, però se avesse
funzionato...
Mi presentai quindi al mio primo stage, emozionato e un po’ timoroso,
ma in fondo fiducioso. E fu davvero sorprendente la rapidità con cui il
mio corpo reagì in maniera positiva: ricordo ancora l’emozione ed il
grande senso di libertà che ho provato al termine della prima giornata
di stage, scoprendo di poter flettere la schiena più di quanto
ricordavo di fare durante le lezioni di ginnastica ai tempi del liceo.
Era bastato poco, in fondo, per ridare elasticità alla mia schiena, e
sentii che doveva essere proprio quello il modo giusto di trattare i
muscoli secondo il loro bisogno.
Dopo alcuni anni di lavoro con il Metodo Monari l’assetto del mio corpo
si è sensibilmente modificato: la lordosi lombare si è ridotta ed il
bacino è molto più mobile, le spalle si sono abbassate, liberate dalle
tensioni che le sollevavano, ed il collo è più lungo e diritto; i piedi
hanno ritrovato elasticità ed aderenza al terreno ed ho eliminato i
plantari che portavo, come consigliato dell’ortopedico avendo il piede
“cavo”, recuperando così un contatto naturale col suolo che mi ha
portato stabilità e sicurezza. Il rapporto col mio corpo è
sostanzialmente mutato ed è notevolmente aumentata la mia capacità di
sentirmi, di percepire l’insorgere o il diminuire delle tensioni; gli
episodi di lombalgia sono diventati rari e di intensità assai minore, e
non
ho più fatto ricorso a farmaci perché ho a disposizione mezzi molto più
efficaci per curarmi. Mi sono reso conto inoltre che questi miei
problemi sono segnali, inviati dal corpo, di qualche disagio più
profondo, e che quindi sarebbe tanto importante cercare di coglierne i
significati, di trarne delle indicazioni; non basta affrontarli
cercando semplicemente di evitare il dolore, che è l’approccio,
purtroppo, proposto spesso dalla odierna medicina: scegliere di
eliminare il sintomo a qualunque costo, magari ricorrendo a potenti
antidolorifici o ad operazioni chirurgiche, senza indagare per
comprendere la causa che ha originato quel dolore. È un po’ come
viaggiare in auto ignorando la spia della riserva della benzina: non è
certo prudente, eppure noi tutti ignoriamo ogni giorno, forse senza
volerlo, molte spie del nostro corpo che è la macchina più preziosa.
Proseguendo il lavoro sul mio corpo, la scioltezza nei movimenti
migliorava e contemporaneamente vedevo effettivamente aumentare la mia
capacità di esprimermi e la facilità nel comunicare; le correlazioni
tra rigidezze muscolari e possibilità di rapportarsi con gli altri si
rivelavano via via in tutta la loro logica ed evidenza, aprendomi
prospettive che non avrei mai potuto immaginare. Nel corso del lavoro
non sono mancate scoperte dolorose legate al mio passato:
sono riaffiorate antiche emozioni e paure, seppellite da molti anni
nelle contratture del mio corpo; ogni volta però prevaleva il piacere
della scoperta, o riscoperta, di una parte di me e della mia vita che
pensavo inesistente o persa, ed invece poteva essere ancora vissuta con
gioia. Il rapporto con gli altri è diventato più immediato e ricco -
quanta ricchezza perdiamo in noi stessi e negli altri, quante energie
sprechiamo perché non riusciamo a vedere fino in fondo la nostra realtà
- grazie ad un lavoro che era sempre graduale e mai indirizzato
direttamente ad uno specifico problema. I mutamenti avvenivano in un
certo modo da soli, non cercati esplicitamente, ma come rispondendo ad
un segreto richiamo di ordine ed armonia della persona; e ben presto
confluirono anche nel mio esprimermi nella musica.
Proprio la necessità di comunicare per mezzo del linguaggio dei suoni
mi portò diversi anni fa a scegliere la professione musicale: mi stavo
avviando ormai verso la conclusione dello studio del pianoforte - lo
consideravo il mio secondo studio, frequentando anche l’università - e
mi resi conto che raggiunto il diploma non avrei più avuto la
possibilità di dedicarmi a questa forma di espressione.
Capii che non potevo rinunciarvi e feci quindi la mia scelta, dando
alla mia vita una direzione molto diversa da quella che pareva
programmata ormai da diversi anni. Naturalmente questa scelta mi
imponeva di raggiungere un livello pianistico e di approfondimento
musicale superiori, e decisi di concentrarmi su questo studio – la
volontà di impegnarmi, che è un tratto essenziale di ogni pianista, non
mi è mai mancata - e di colmare le mie lacune, soprattutto quelle
tecniche legate spesso alla rigidezza di cui ero consapevole.
Sentivo quanto esse limitassero le mie possibilità di espressione, e
non credo sia stato un caso che fossi finito proprio al pianoforte, uno
strumento al quale si sta seduti ed in un certo senso immobili. In
passato avevo giocato a pallacanestro e pallavolo; invece il movimento
senza regole in uno spazio ampio e libero mi faceva sentire spesso
impacciato, bloccato, come mi succedeva per esempio nel ballo.
Conoscevo ben poco la possibilità di esprimermi attraverso il corpo
nella sua globalità, e in fondo ne ero imbarazzato, preferivo usare
soltanto una serie limitata di gesti e movimenti, come si può fare
suonando il pianoforte.
In questi anni di lavoro sul mio corpo, ho riflettuto su una certa
“immobilità” caratteristica di diversi pianisti - io ora conosco bene
la mia - che è comunque necessaria nelle lunghe ore di studio
quotidiano; nel tempo, essa è certamente destinata ad accrescersi se il
mancato esercizio dei movimenti estranei al suonare porta ad un
progressivo irrigidimento. Ogni strumento
si suona prevalentemente con alcune parti del corpo mentre altre
assistono quasi immobili, e credo che ogni musicista abbia scelto
inconsciamente di suonare con le parti che nella storia dei suoi primi
anni di vita hanno subito minori traumi e limitazioni; così queste
hanno potuto mantenere al massimo la sensibilità e l’elasticità dei
muscoli, e quindi la possibilità di esprimere e comunicare. Certamente
però, il divario tra parti “vive” e parti “immobili” è di ostacolo ad
una completa libertà di espressione, a quella “naturalezza” della
tecnica che consente di trasmettere emozioni mediante il linguaggio dei
suoni.
Questo concetto di “naturalezza” è ben chiaro nell’insegnamento di
molti grandi pianisti, nei cui scritti e trattati ho trovato preziosi
spunti per portare avanti la mia personale ricerca nello studio del
pianoforte; deve esserci la massima armonia tra tutte le parti del
corpo che partecipano più o meno direttamente al suonare, perché si
suona con tutto il corpo: «Il corpo deve essere rilassato, e bisogna
utilizzare il peso di tutta la parte superiore del busto» (J. Horowitz
Conversazioni con Arrau, 1982). Alcuni intuirono addirittura
l’influenza che potevano avere parti apparentemente irrilevanti:
«Qualunque contrazione nei muscoli della testa, non esclusi quelli
della lingua, può turbare l’indipendenza nei movimenti del braccio e,
quindi, in quelli delle dita» (A. Brugnoli Dinamica pianistica, cap.
VI, 1915).
Tutti poi sottolineano la necessità di equilibrio tra tecnica, emozione
ed intelletto: solo dall’armonia tra la fisicità dell’interprete e la
sua sfera psico-emotiva può nascere la migliore interpretazione.
Claudio Arrau, come altri, estende addirittura al pianoforte questo
senso di unitarietà dell’interprete: «Il concetto è di sentirsi una
sola cosa con lo strumento».
Ho sempre riflettuto a lungo su questi argomenti, alla ricerca della
mia armonia con il mio corpo ed il pianoforte, e le testimonianze dei
grandi che parevano aver raggiunto questa armonia in modo perfetto
erano per me un riferimento importante. L’esperienza fatta col Metodo
Monari ha dato un senso differente alla mia ricerca, dandomi la
possibilità di sentire maggiormente cose su cui mi limitavo
prevalentemente a ragionare.
Credo che se questi grandi interpreti avessero conosciuto i principi
nati dalle scoperte di Françoise Mézières, e avessero potuto
sperimentarne su se stessi la validità, vi avrebbero trovato una
perfetta concordanza con molte loro affermazioni sulla tecnica
pianistica. Tra le fonti d’informazione più preziose che ho trovato nel
corso dei miei studi, oltre all’insegnamento ricevuto da alcuni
maestri, c’è la Dinamica pianistica di Attilio Brugnoli, un trattato
compilato intorno al 1915 che analizza con sorprendente meticolosità la
meccanica dei gesti del pianista. Rimasi colpito dalla sua impostazione
davvero scientifica (ben due capitoli dedicati all’anatomia e
fisiologia, corredati da chiare tavole anatomiche!) e trovo che la
concezione pianistica esposta in seguito sia tra le più complete e
geniali, in pieno accordo con i principi della fisica, e ancora oggi
attualissima. Brugnoli dedica particolare attenzione ai problemi del
rilassamento e della dissociazione (cioè indipendenza) muscolare, che
favoriscono la libertà del movimento e l’utilizzo del peso del braccio
per ottenere una tecnica ed un suono “naturali”; giunge a
considerazioni veramente acute, come quella già citata sui muscoli del
capo.
Ora però sappiamo che è la rigidezza della catena muscolare posteriore
ad agire come freno su tutti i nostri movimenti, e che è quindi
necessario sbloccare ed allungare i muscoli della schiena per dare al
delicato e complesso sistema motorio delle dita la massima
dissociazione, sensibilità e libertà nel movimento. Se Brugnoli avesse
potuto sperimentare la validità di questi principi, allora ancora
sconosciuti, sarebbe andato ben oltre al consigliare semplicemente ai
pianisti un “razionale ed intelligente allenamento... dove si rivelano
le qualità intellettuali e fisiologiche dell’individuo”, come
raccomanda nel capitolo VI.
Lavorando
col Metodo Monari, ad esempio, ho potuto ridurre notevolmente le
contratture facciali che non ero in grado di controllare mentre
affrontavo certe difficoltà pianistiche, migliorando così la fluidità
dei movimenti delle dita; proprio recentemente una mia allieva mi ha
detto di aver notato come fosse diversa la mia mandibola, durante un
concerto, rispetto a ciò che ricordava alcuni anni fa.
Questo cambiamento è avvenuto in modo naturale, senza forzature, e
soprattutto lavorando senza il pianoforte; ricordo invece la mia penosa
sensazione di imbarazzo quando, durante una lezione, un maestro tentò
di risolvere questo mio problema imponendomi un autocontrollo che ebbe
come unico effetto un ulteriore contrarsi di ogni muscolo.
Un’altra importante scoperta riguarda l’uso delle contrazioni
“isometriche”, in cui il movimento viene bloccato da un aiuto esterno,
e si aumenta progressivamente il tono muscolare cercando di vincere la
resistenza, ma senza mutare posizione; questo tipo di contrazione
rinforza i muscoli allungandoli e aumentandone elasticità e
contrattilità su tutta la lunghezza. Poiché i flessori delle dita fanno
parte anch’essi, come i muscoli posteriori, di una catena (che si
estende dalla spalla all’estremità delle dita stesse) essi non devono
mai essere “rinforzati”, ma soltanto allungati per poter sviluppare
naturalmente la loro forza. Viceversa quasi tutti i più noti esercizi
di tecnica pianistica sono costituiti da contrazioni allo scopo di
rinforzare i muscoli, causando inevitabilmente un loro accorciamento ed
irrigidimento (Brugnoli arriva addirittura a consigliare l’uso di
piccoli pesi per irrobustire i flessori delle dita). Si capisce allora
che da questi principi deriva un modo completamente diverso di
esercitarsi al pianoforte, e di affrontarne lo studio tecnico: poiché è
soprattutto l’allungamento muscolare a garantire maggiore velocità e
scioltezza nei movimenti, il miglioramento delle prestazioni non sarà
più rigidamente legato all’allenamento, cioè proporzionale al numero di
volte che viene ripetuto ogni passaggio musicale. La necessità di
ripetere sarà quindi ridotta al minimo per apprendere i passaggi, e per
verificarne la resa allo strumento: è chiaro che muovendosi in questa
direzione lo studio diventa meno rigido e meccanico, ed inoltre assai
più “economico”; lo stesso apprendimento è facilitato dalla maggiore
duttilità e sensibilità dei muscoli più lunghi e morbidi.
I risultati che si possono ottenere lavorando secondo questi criteri
sono talvolta sorprendenti, e inoltre è stato osservato che gli effetti
dell’allungamento sono più duraturi di quelli di un esercizio
convenzionale.
Mi rendo conto però che questi concetti sono talmente rivoluzionari da
non poter essere accettati facilmente; anche nell’allenamento di ogni
sport le fasi di potenziamento ed allungamento
muscolare avvengono separatamente ed entrambi secondo criteri
completamente diversi. Lo stesso concetto di forza che è ben radicato
in tutta la nostra società è sempre associato ad altre idee, come
aggressività, durezza, fatica, piuttosto che all’elasticità, ed è ben
difficile per noi credere che i muscoli possano diventare più forti
semplicemente allungandoli. Eppure il pianoforte è uno dei campi in cui
l’associazione forza-elasticità ha sempre rappresentato l’ideale:
«nell’esecuzione, tendere verso il raggiungimento di quella perfezione
suprema che è la forza leggera ed elastica, il muscolo dell’atleta
riunito alla grazia dell’efebo» (Alfredo Casella Il pianoforte, cap.
VI, 1936).
Ricordo ancora chiaramente l’impressione di armonia che mi venne,
durante il mio primo stage, da un semplice gesto del braccio di
Maddalena per esemplificare un lavoro di movimento; in un solo attimo
pensai alle migliaia di ore che avevo passato alla tastiera curando i
movimenti di braccia e mani, eppure quell’armonia mi era sembrata
nuova: ogni parte si muoveva in perfetta sintonia con le altre,
esprimendo libertà e naturalezza. Mi tornò alla mente anche un’altra
frase di Arrau che mi aveva tanto colpito per la sua efficacia:
«bisogna considerare
il braccio nella sua unità, non diviso in mano, polso, avambraccio,
gomito: dovrebbe diventare come un serpente ».
Molte affermazioni di questo grande artista, che ho sempre ammirato in
modo particolare, si erano impresse nella mia memoria, ed ho poi
scoperto che erano in perfetta sintonia con il Metodo Monari.
Parlando di una sua ideale scuola di musica, Arrau dice che avrebbe
riservato «un posto importante, nel programma generale, alla
psicoanalisi ed alla danza»; mi sembrano ben chiare le sue finalità, ed
io credo che il Metodo Monari sia ancora più adatto ad aiutare un
musicista in queste direzioni. Come ho già detto, devo alla pratica di
questo metodo molte scoperte sulla mia vita interiore, sulle difficoltà
e sulle barriere che porto in me (come ognuno di noi) e che
costituiscono un ostacolo alla comunicazione con gli altri, compresa
quella attraverso la musica; inoltre queste scoperte sono state
raggiunte senza una stretta dipendenza da un terapeuta, ascoltando
sempre i suggerimenti che giungevano dal mio corpo, a volte con tanta
chiarezza da non lasciare alcun dubbio. Anche i lavori proposti allo
scopo di ricercare l’armonia nel movimento possono essere ancora più
adatti della danza agli scopi di un musicista, perché sono
completamente svincolati da schemi prefissati, e quindi meno
condizionanti; inoltre vengono sempre eseguiti dopo il lavoro di
allungamento muscolare, consentendo al corpo di liberare spontaneamente
le sue innate possibilità motorie, ed esprimere sensazioni attraverso
il movimento. Proprio liberando queste possibilità anche la tecnica
pianistica può diventare davvero “naturale”, non solo quindi come
risultato di severi studi ed allenamento costante, ma soprattutto come
spontanea espressione del corpo al fine di comunicare.
Ricordo infine la curiosità che aveva suscitato in me Ralph Kirkpatrick
quando lessi: «si può trovare un gesto interiore che controlli
l’assoluta unità dei movimenti. Il gesto più facile da eseguire è forse
il cerchio, perché è completamente continuo ... io chiedo spesso ai
miei allievi di descrivere dei cerchi continui per acquisire il senso
di una assoluta continuità. Nell’uomo, ogni senso di continuità del
gesto o del movimento deriva dal plesso solare, dal diaframma» cioè dal
respiro (R. Kirkpatrick L’interpretazione del Clavicembalo ben
temperato,
Par. 6.3). Ho poi scoperto che in diversi esercizi del Metodo Monari si
descrivono cerchi, e che molto spesso il diaframma è direttamente
coinvolto.
L’esperienza fatta personalmente mi ha portato dunque a rivedere molte
cose riguardo i miei metodi di studio e quindi d’insegnamento.
Pur avendo frequentato scuole pianistiche scientificamente impostate
sul concetto del suonare rilassati sfruttando il peso del braccio, mi
sono accorto di qualche evidente contraddizione tra questa finalità ed
alcuni metodi di studio che praticavo, ed ho cominciato ad eliminare
tutto ciò che poteva produrre accorciamento e rigidezza; ho continuato
invece a lavorare per allungare i muscoli di schiena, spalle e braccia
(oltre che di tutto il corpo, naturalmente) provando poi ad eseguire
allo strumento con più naturalezza, e con minore ripetitività, i
movimenti corretti. I risultati ottenuti mi hanno incoraggiato su
questa strada, perché ho constatato un sensibile aumento della
scioltezza e del coordinamento dei movimenti, e la possibilità, grazie
a schiena e spalle più rilassate, di scaricare meglio il peso delle
braccia sui tasti producendo così un suono più potente con minor
sforzo. Mi sono convinto sempre di più della enorme utilità, se non
della necessità, che può avere per ogni pianista un lavoro di
preparazione sul corpo eseguito senza pianoforte, in una semplice sala
dotata per questo scopo di pavimento in moquette. Quale allievo
pianista non si è sentito raccomandare dall’insegnante di “tenere le
spalle rilassate”? Eppure tutti ignorano che proprio quelle spalle
hanno memorizzato, fin dai primi giorni di vita, innumerevoli
contrazioni ormai non più controllabili, ed hanno perso quella
possibilità di stare completamente sciolte e rilassate che
solo un lavoro di questo genere può restituire.
A quarant’anni normalmente è molto difficile poter migliorare
sensibilmente la propria tecnica strumentale, eppure posso affermare
che il lavoro con il Metodo Monari ha portato un significativo aumento
della mia efficienza pianistica, ottenuto paradossalmente studiando
meno che in precedenza; ho sentito quindi con urgenza di voler mettere
a disposizione dei miei allievi un metodo così efficace.
Dapprima inviai alcuni allievi presso il Centro Monari; una ragazza in
particolare soffriva di una forte tendinite ad entrambi i polsi che non
aveva risposto a cure di tipo tradizionale, costringendola ad una lunga
interruzione degli studi. Il problema si risolse completamente con
alcuni stages, ed il lavoro sul corpo entrò sempre di più nel suo
metodo di studio, consentendole progressi notevolissimi fino a
conseguire il diploma con il massimo dei voti e la lode. Sentii allora
che per dare organicità a questo lavoro era necessario che fossi
proprio io a guidarlo integrandolo nello studio allo strumento, e
decisi di partecipare al corso triennale di formazione tenuto da
Maddalena Monari, che ora sto per concludere.
Due anni fa ho potuto avviare a Vicenza, dove ho insegnato per diversi
anni presso il Conservatorio, un primo gruppo di lavoro con giovani
musicisti; quest’anno se ne è aggiunto un secondo a Bologna, dove
insegno attualmente. Già dopo pochi incontri non sono mancati risultati
significativi da un punto di vista strumentale: alcuni allievi che
hanno avuto modo di confrontare videoregistrazioni effettuate prima e
dopo tre sole giornate di lavoro, hanno notato quanto si fossero
modificate le spalle, più basse e sciolte, e come i movimenti delle
braccia fossero più liberi. In certi casi, poi, lo sblocco delle
tensioni delle spalle ha consentito di ottenere, con solo tre giornate,
quello che non si era raggiunto nell’arco di mesi di normale studio.
Un’allieva è stata in grado di eseguire alcuni faticosi studi di
Clementi basati su un continuo movimento di rotazione del braccio, che
non era riuscita a risolvere neppure con un allenamento molto graduale
e metodico; il perdurare del movimento causava inevitabilmente dolore
ed irrigidimento delle braccia.
Evidentemente le eccessive tensioni frenavano quel movimento rendendolo
difficoltoso, ed è stato sufficiente allungare i muscoli della catena
posteriore perché esso potesse invece effettuarsi agevolmente.
Oggi quindi propongo questo lavoro ad ogni mio allievo (che non sia
ancora troppo giovane): ho già potuto verificare su un campione
significativo di pianisti che, oltre ad una maggiore scioltezza nei
movimenti ed una qualità del suono più piena e bella, si ha spesso un
miglioramento ed una maggiore intensità nell’espressione musicale,
certamente legata alla accresciuta capacità di sentire ed esprimersi.
Anche se siamo soltanto all’inizio di una più ampia sperimentazione, ho
già constatato che l’applicazione del Metodo Monari all’insegnamento
della musica dà ottimi risultati, e sarebbe di grande interesse poterlo
provare anche su musicisti dotati di particolare talento, che credo ne
ricaverebbero ugualmente preziosi vantaggi.
Quasi sempre le attività di studio sono regolate dalle ferree norme
della disciplina, e i pianisti sono in questo dei veri campioni; troppo
spesso il loro lavoro è affidato molto più a razionalità e a metodo che
non al proprio sentire, anche se in fondo sappiamo tutti che i
risultati migliori si ottengono quando intuizione e naturalezza non
trovano ostacoli. È inevitabile che lo studio, soprattutto affrontato
in questo modo, comporti meccanicità e stress. Il lavoro con il Metodo
Monari viceversa si porta avanti in un clima e con modalità che
riducono questo stress: favorisce il rilassamento e la circolazione
dell’energia, si svolge talvolta come un semplice gioco e tuttavia ci
consente di sviluppare le nostre potenzialità ed accrescere sensibilità
ed armonia, per poter anche migliorare le nostre prestazioni alla
tastiera. Tutto questo offre motivi per profonde riflessioni su come
potremmo affrontare nel modo migliore lo studio e gli impegni.
Gerhart Oppitz è uno di quei pianisti (ben rari, a dire il vero...) che
dichiarano poche ore di studio per mantenere un vastissimo repertorio
ad un livello esecutivo di primissimo ordine; afferma di studiare, da
sempre, una o due ore al giorno, di non aver mai fatto esercizi (che
nella didattica si raccomanda di eseguire quotidianamente!) e di poter
stare anche tre settimane senza suonare non risentendone affatto
muscolarmente: «ho avuto un’infanzia e una gioventù molto normali,
studiavo un’ora al giorno il pianoforte e un’ora per la scuola e avevo
tempo per altre cose...» (da un’intervista per Piano Time).
Purtroppo invece è molto più diffusa, anche tra i grandi, la figura del
pianista che studia otto ore al giorno o più, e che non può
interrompere il suo allenamento per non perdere in precisione
esecutiva.
Personalmente credo che la “soluzione” che Oppitz può permettersi
garantisca una vita migliore: chi non sarebbe felice di possedere nel
suo lavoro un simile rendimento? E credo anche che questo si rifletta
nelle sue interpretazioni al pianoforte.
Il talento artistico e musicale è un fenomeno troppo complesso per
poter essere analizzato e ridotto in formulazioni qualsiasi, ma sono
convinto che lavorare nella direzione del Metodo Monari dia a ciascuno
la possibilità di sviluppare appieno le sue potenzialità di
autopercezione, di movimento e di comunicazione, in una parola la
propria armonia, per poter cancellare il più possibile quei confini tra
tecnica ed espressione che sono indefiniti quanto quelli tra corpo ed
emozioni. Un armonioso sviluppo delle capacità di sentire e di muoversi
consentono di far convergere sempre di più l’impegno nel realizzare con
il piacere dell’esprimersi, nella vita come nell’arte.
Credo che in una normale aula di Conservatorio non si possa sviluppare
tra insegnante ed allievi un rapporto come quello che si crea lavorando
con il Metodo Monari, e sono grato ai ragazzi che hanno accettato
questo mio insolito invito a riunirsi per lavorare sul corpo prima di
trovarci insieme davanti al pianoforte. Suonare meglio non è certo
l’unico scopo: si raggiunge una migliore conoscenza, e si riducono gli
schermi tra insegnante e allievo, legati ai rispettivi ruoli, che tante
volte hanno solo l’effetto di trasformare in noia, o peggio in
sofferenza, la gioia dell’apprendere, del pieno sviluppo della propria
creatività e personalità. Quanto più insegnante e allievo sono uno a
fianco dell’altro nel lavoro, più facilmente può nascere ed accrescersi
quel piacere di comunicare che favorisce l’espressione artistica;
l’insegnante stesso ne trae molti stimoli positivi ed un notevole
arricchimento. Questa esperienza da poco iniziata ha certamente portato
a me un rinnovato interesse ed entusiasmo per l’insegnamento, e credo
abbia aperto ai miei allievi una nuova prospettiva per poter vivere più
pienamente e felicemente lo studio della musica, come ricerca della
propria armonia.
Carlo Mazzoli [-] 30/01/2008 LE COSE BUTTATE 'DIETRO LE SPALLE'«...lo puoi sentire mentre fai l’amore, o d’inverno in un giorno di sole quando non riesci a spiegarti con le parole se nessuno capisce il tuo dolore lo puoi sentire tutto in un momento quando nessuno ti viene incontro che non c’è vita senza...[+]
«...lo puoi sentire mentre fai l’amore,
o d’inverno in un giorno di sole
quando non riesci a spiegarti con le parole
se nessuno capisce il tuo dolore
lo puoi sentire tutto in un momento
quando nessuno ti viene incontro
che non c’è vita senza calore
che non c’è solo con le parole
ma se nessuno ti abbraccia forte
è sempre e solo dolore dolore...»
Sono le parole di un noto cantautore, a me molto caro, che ha vissuto
pur nell’unicità e irripetibilità di ogni vita la mia stessa storia
famigliare.
L’incontro col Metodo Monari è l’incontro con Maddalena Monari, con la
sua costante ricerca di comunicazione attraverso il lavoro sul corpo,
attraverso il movimento, attraverso il contatto.
È iniziato 11 anni fa; ero terapista della riabilitazione da circa 7
anni, professione a mio parere bella, utile agli altri e che esercitavo
con quell’entusiasmo che molto spesso era intriso di onnipotenza e di
desiderio di far stare tutti bene. Desiderio che ha radici lontane nel
mio bisogno di rendere gli altri sempre contenti di me, desiderio che
nasconde ben altri bisogni.
Fisicamente sono sempre stata robusta, con allargamenti e
restringimenti tipici di chi oltre a fare diete e poi smettere, non ha
forse trovato il proprio spazio fra numerosi, in cui vivere, creare,
sentirsi bene; con un aspetto di solidità a detta degli altri che mi ha
fatto sentire tante volte indispensabile per l’altrui tranquillità.
Insieme ad una collega presi contatto con il Centro Monari e mi
iscrissi ad un corso settimanale, con la consapevolezza che mi avrebbe
fatto bene, perché il lavoro quotidiano era pesante e volevo fare
qualcosa per me.
Fu subito chiaro che portata avesse questo tipo di lavoro in me, sentii
i limiti dei miei muscoli, la rigidità della mia schiena e la mia
generale immobilità, anche se non sentivo nessun dolore; solo molto
dopo arrivando ad ammorbidirmi ho cominciato a sentire non solo la
possibilità di muovermi, ma anche il dolore che affiorava, ciò che di
antico era cementato in questa grande, solida schiena; tutte le cose
buttate “dietro le spalle” l’avevano resa insensibile.
Ricordo ancora con quale stupore, dopo poco l’inizio del mio primo
corso, nel costruire ad occhi chiusi una figura umana, vidi che avevo
fatto “un angelo” senza forma con al posto del corpo e delle gambe un
unico, grande camicione! Sentii comunque che quello era il luogo, non
solo fisico, in cui avrei potuto scoprire cosa era rimasto della
bambina chiusa in un’armatura che non faceva trapelare nulla.
Intuii il dolore e la fatica di conoscersi meglio, le paure e le
resistenze mi fecero rifiutare per lungo tempo la partecipazione a
stages, mi accontentai, riconosco oggi, delle consapevolezze che
stavano emergendo ugualmente negli incontri settimanali. Intuii anche
la fedeltà a questi momenti solo miei, in cui con calma ascoltare il
mio corpo, cominciare a “sentire” dove erano le mie contratture e
allungare lentamente i miei muscoli era cosa grossa per me, così
portata a fare, anzi a strafare, per farmi accettare.
La maggior parte delle cose che ho scritto le posso dire grazie a
questo incontro col Metodo Monari; fino al momento in cui non ho potuto
sbloccare e sentire il bacino, non ho avuto la consapevolezza di quanto
fosse imprigionato e di quale emozione fosse carico questo incontro.
Mettere una palla da tennis sotto i glutei, fare rotazioni del bacino
sempre più velocemente, entrare nel blocco che c’è, nella difficoltà
che il corpo fa a lasciarsi andare al movimento, senza voler
controllare, senza volersi sforzare, ma solamente ascoltare, entrare in
contatto. Ecco come ho potuto lentamente ricucire alcune ferite che il
mio corpo porta difese dietro le contratture. Ciò è stato possibile
grazie al lavoro di gruppo, al calore e all’energia che circola fra le
diverse persone che sono alla ricerca di questo contatto, ad una
conduzione di gruppo che non vuole creare dipendenze, né guarire per
forza, ma che vuole essere testimone consapevole di questa rinascita.
Così, piano piano che l’incontro col mio corpo avveniva, anche il
rapporto con il corpo dei bambini con cui quotidianamente lavoro, si è
modificato e sono ora meno tesa a volerlo guarire per forza, a tutti i
costi, quasi con accanimento. Cerco di rispettarlo con i suoi limiti e
i suoi tempi, consapevole dell’importanza di essere vicino a loro nella
dolorosa strada di accettazione di un corpo che non sempre risponde
come desidererebbero, ma che è vivo, pronto per incontrare... per
comunicare...
Grazia Carboni [-] 30/01/2008 LEI ERA LI', DALLA MIA PARTESe ripenso a quel giorno di sette anni fa in cui varcai per la prima volta la soglia del Centro Monari, mi vengono i brividi dall’emozione, tanto nel profondo è mutata la mia vita: un nuovo corpo, nuove possibilità, un nuovo lavoro. Avevo letto un...[+]
Se ripenso a quel giorno di sette anni fa in cui varcai per la prima
volta la soglia del Centro Monari, mi vengono i brividi dall’emozione,
tanto nel profondo è mutata la mia vita: un nuovo corpo, nuove
possibilità, un nuovo lavoro.
Avevo letto una pubblicità e interessata giunsi a Bologna per il
colloquio preliminare sapendo qualcosa di ginnastiche dolci e di
antiginnastica ma ignorando completamente cosa significasse nella
pratica il termine psicomotricità, affiancato allora al nome del
Centro. Ero comunque piena di fiducia e speranzosa di poter risolvere
il problema che in quel periodo mi affliggeva, o almeno questo era
quello che mi suggeriva il mio intuito.
Negli ultimi tempi provavo sempre più spesso un dolore profondo in
tutta la parte superiore sinistra del corpo, un invisibile cordolo
legava insieme il collo, la spalla, il seno fino al capezzolo e il
braccio sinistro perdeva spesso forza e sensibilità.
Dentro di me, in silenzio, avevo pensato anche al peggio ma non dicevo
niente a nessuno, come se qualcosa di ineluttabile dovesse accadere, ma
era un segreto.
Fin dall’età di dieci-undici anni soffrivo di una scoliosi dorsale a
cui si era presto aggiunta una cifosi e dieci anni dopo un’artrosi
localizzata in più punti. Col passare degli anni credevo che il mio
andare avanti nonostante tutto, anche con qualche leggera crisi
depressiva, la felice vita di coppia - che tanto aveva contribuito al
raggiungimento del mio equilibrio - il successo negli studi, avessero
sepolto il passato. E invece il mio corpo aveva accumulato una serie di
malesseri che non tardarono a farsi sentire: le spalle curve mi
procuravano dolori, mi sentivo goffa, sentivo fitte lacinanti tra le
scapole ogni qual volta provavo a portare in avanti le braccia,
soffrivo di vertigini e nelle braccia e nelle gambe la muscolatura non
aveva tono; il professore di educazione fisica al liceo diceva che era
come se io non li avessi proprio i muscoli.
Durante il colloquio Maddalena mi propose di fare uno stage
residenziale di una settimana e io accettai di slancio con molto
entusiasmo.
Avevo parlato delle mie cose, anche le più intime, a una estranea come
non avevo mai fatto, ma mi ero sentita subito a mio agio, capita,
accettata, rassicurata mentre raccontavo la mia storia, i miei dolori,
lei era lì dalla mia parte. Il mio dolore non era stato giudicato una
malattia da dover curare. Non mi era stato promesso nulla, immediate e
sicure guarigioni, ma avrei potuto iniziare un lavoro su di me del
quale io stessa avrei potuto decidere le tappe. Ed è stato proprio
così.
Quando ripenso a questi anni di lavoro, che non è ancora finito, mi
viene in mente la sensazione provata durante le camminate in montagna.
Il sentiero, che a guardarlo dal punto di partenza si perde subito alla
vista inerpicandosi ripidamente, si apre piano piano sotto i nostri
passi e ci appare tutt’affatto diverso mentre lo si affronta con la
giusta andatura e con le pause necessarie che ci fanno assaporare
appieno il piacere di farcela.
Mi buttai nella prima settimana di lavoro con lo spirito di sempre,
anche un po’ superficialmente, pensando di conoscere tutto del mio
passato e fidando nella mia “naturale” estroversione. In fondo si
trattava di un piccolo gruppo di persone in confronto a quelli abituata
a sostenere in quel momento per il mio lavoro. Parlare davanti a
persone estranene non mi creava problemi né tantomeno toccare gli
altri, almeno così pensavo. Ho compreso poi che il mio era sempre stato
un modo di incoraggiarmi per non sentire la mia agitazione
nell’affrontare l’altro.
Già in quei primi giorni, mentre cercavo di seguire le indicazioni di
quella voce così calda e profonda, sentii tutto il disagio di essere
nel mio corpo, così rigido, compatto, stretto in una corazza che non lo
lasciava respirare. Sentii quanto fosse sospesa in aria la mia cassa
toracica, che l’aria non era libera di circolare nel mio torace e nel
mio ventre divisi da un legaccio che stringendo teneva così in alto,
irraggiungibili le coste e il diaframma. Il respiro mi si strozzava in
gola.
Da piccola avevo in effetti rischiato di rimanere soffocata, mi
avevano salvata, ma la gola era sempre stato il mio punto debole.
Era un bel dire «contraete il gluteo destro e poi rilassatelo» il mio
restava fermo, immobile, sentivo la voglia di muoverlo ma era
impossibile farlo. Allora la voce calda veniva in mio soccorso «Non è
importante quanto e come lo muovete, è importante inviare il comando».
È avvenuto nei tempi necessari ai miei muscoli: il gluteo si è mosso e
con esso il pube, il bacino, regalandomi col tempo la gioia di ballare.
Io che non lo avevo mai fatto nell’adolescenza, che alle poche feste
cui partecipavo restavo seduta e da socievole e ridanciana diventavo
triste e silenziosa sentendomi goffa, inadatta e brutta.
Tornai a casa trasformata; le costole si erano abbassate grazie
all’intenso lavoro, ma soprattutto grazie al clima di serenità e
fiducia instaurato nel gruppo, al piacere del riposo comune stretti
l’uno accanto all’altro dopo aver sentito il dolore “benefico” dei
muscoli che si sciolgono. Per la prima volta non mi ero sentita
giudicata, e non avevo dovuto darmi da fare per essere accettata da un
gruppo e soprattutto dalla “maestra”.
In questi anni ho frequentato tanti stages sia con gruppi nuovi che con
il “mio gruppo”, che è stato sostanzialmente lo stesso per alcune
stagioni, provando sempre il piacere dell’incontro. Ho lavorato molto
intensamente favorita anche dal fatto che ogni stage a Bologna era per
me un “residenziale” in quanto lasciavo a casa preoccupazioni e impegni
e in quei giorni facevo solo una cosa per me.
Attraverso il lavoro sul corpo e il lavoro di relazione ho preso
confidenza con il mio corpo e con quello degli altri. È indescrivibile
la gioia provata nel sentire che alcune parti del corpo di cui non
avevo alcuna percezione si potevano muovere e provare così la loro
esistenza, la loro vitalità. Ho sentito cosa vuol dire provare piacere
nel toccare un corpo senza invaderlo, senza fretta, nel rispetto delle
proprie emozioni e di quelle altrui.
Ho sentito con profondo dolore quanto mi era costato essere una persona
estroversa, che apparentemente non aveva difficoltà a rapportarsi con
gli altri, quando mi ero dovuta sbattere nell’intento, che per me era
di vitale importartanza, che qualcuno si accorgesse di me e mi
dimostrasse un po’ di affetto, quell’affetto e quell’amore che mi erano
stati negati nei momenti in cui ne avevo più bisogno; mi ero svenduta
fino ad allora senza salvaguardare e rispettare il mio patrimonio di
emozioni che finalmente stava riaffiorando.
Tutto ciò insieme all’aver sentito nel più profondo dell’essere che il
mio storcermi era avvenuto sotto il peso di responsabilità che erano di
altri e di una fanciullezza non vissuta, e che altro non era stato se
non la difesa che il mio fragile corpo aveva dovuto e saputo opporre
per poter sopravvivere, mi hanno reso molto meno esigente con me
stessa. Ho finalmente accettato l’idea di dare un po’ di tregua alla
mia esistenza che aveva fino ad allora sempre dovuto dimostrare di
farcela da sola, di non avere bisogno di nessuno, perché di nessuno si
poteva fidare.
Ho finalmente sentito quali erano i miei tempi scoprendo che la
cognizione del tempo appartiene alla sfera emotiva e non a quella
razionale, che è servita solo a suddividerlo poiché sessanta secondi
sono diversi per ognuno di noi.
Mia madre una volta, parlando degli inizi del suo matrimonio, mi ha
confessato che non mi ha mai visto piccola, che aveva solo me e a me si
era aggrappata per sopravvivere in un mondo che sentiva estraneo;
subito dopo il matrimonio si era trasferita in un’altra città ed era
così diversa da mio padre. Poi nacqui io, la sua àncora, la
primogenita, quella che poteva mettere tutto a posto, buona, brava,
intelligente, generosa. Poi vennero altri figli... Ma ormai ero io che
mi preoccupavo per i miei fratelli perché sentivo di dover loro
risparmiare quello che di brutto era capitato a me, che avevo mille
occhi, mille orecchie, sempre pronta a intervenire rapida in difesa, in
appoggio. Nonostante tutto il mio darmi da fare, il vigilare, non sono
stati risparmiati
neanche a loro e per me è stato duro sopportare anche questo.
Insieme a ciò l’invasione e la privazione di essere la prima: i bisogni
degli altri che DEVONO venire prima dei tuoi “tu puoi capire”, “dallo a
lei che tu sei grande e lo sai che lei piange”. Daglielo, faglielo,
mostraglielo, regalaglielo... A me che restava?
La fuga nel sonno e nelle letture, il piacere nella trasgressione del
disordine e delle discolate concesse a chi in fondo è sempre così buona
e brava. Il peso di una grande solitudine, il grande freddo, dei
bisogni congelati per non sentirli e la rabbia si lenivano di notte,
quando nessuno vedeva, in un lungo pianto nel silenzio del mio letto e
mi sentivo estranea in quella famiglia dai cui membri ero così diversa
e pensavo di esserle stata affidata per necessità dalla mia vera
famiglia. Preferivo sentirmi abbandonata piuttosto che non
amata.
È indescrivibile a parole, la cappa di oppressione nella paura di fare
qualcosa di sbagliato che c’era nei nostri occhi di bambini, assente la
gioia di vivere. Sempre imbronciati, magrissimi pur mangiando molto.
Mia madre portò me e mia sorella - in quello che ricordo come un lungo
viaggio in treno - a fare delle radiografie per vedere se eravamo
malate, se c’era qualcosa che non andava. Oggi so, perché l’ho sentito
trattenuto nei miei muscoli, che mi mancava un nutrimento più
importante del cibo, quel calore affettivo fatto di abbracci, baci,
carezze e soprattutto del piacere di stare insieme in allegria e
leggerezza.
Finché quel corpo, tirato tra il dovere e il volere, costretto dalla
vergogna e dalla paura, ha ceduto e per sopravvivere si è storto. Con
lo sviluppo immancabilmente è sopraggiunta la scoliosi: magrissima,
alta e storta.
Lo strazio emotivo della scoperta. Estate al mare, gli occhi di mio
padre si appuntano sulla mia schiena, la chiamata a raccolta di mia
madre con un tono che non lascia presagire nulla di buono, ma non so
cosa, lo sconcerto di trovare un difetto, una macchia, l’agitazione, la
sabbia mi si apre sotto i piedi, lo stomaco ha un tuffo e immediato
sopraggiunge il senso di colpa di non essere perfetta. Perché proprio a
me che sono tanto brava?
Qualsiasi evento che non scorreva nei binari di una normalità decisa
dai grandi e molto discontinua era vissuto con estrema, intensa
agitazione emotiva; quella in cui sprofondava mia madre sotto la
pressione e l’incalzare delle parole e degli sguardi di mio padre.
Mi sono fatta carico anche di questo nell’intento di alleviare questa
pena.
Con la scoperta della scoliosi è iniziata la solita trafila: visite,
ginnastiche, busto. Ricordo di aver fatto impazzire il costruttore di
cotanta aberrazione perché non mi andava mai bene, sentivo dolori
ovunque, ovunque mi premeva troppo. Non lo volevo.
Imposi di portarlo solo a casa, mi vergognavo troppo, mi faceva male.
Ben presto non lo misi più: troppa insofferenza, rabbia e disagio.
La ginnastica correttiva invece bisognava farla, mi è stato risparmiato
il nuoto solo per impedimenti pratici. Mi tornano ancora in mente i
ricorrenti attacchi di mal di testa e la nausea all’ingresso di
palestre e centri fisioterapici. Smisi anche quella. Preferivo tenermi
quella che in casa veniva chiamata “la gobba” e avere un corpo che non
mi piaceva.
Quando, dopo aver tenuto il bastone sotto la colonna vertebrale, per un
tempo divenuto ben presto insopportabile, nel momento di toglierlo
sentii una fitta lancinante tra le scapole, la mia ferita riaperta mi
fece sprofondare nel dolore provato e accumulato in quegli anni. Un
pianto dirotto mi scosse tra le braccia amorevoli di Maddalena. Provai
sollievo nel sentire la schiena del compagno che respirava unita alla
mia. Trovai accoglienza, per poter lenire il dolore, nella mano che ha
toccato con rispetto e amore la mia ferita nel lavoro di relazione che
seguì. E la mia schiena cessò di essere un ammasso informe; la parte
sinistra incominciò a uscire dalla “gobba” di tanti anni, le scapole si
mossero separatamente.
Mi ero sempre occupata di tutti quelli che mi stavano intorno
(fratelli, genitori, compagni di scuola, amici, insegnanti)
finalmente potevo prendermi cura di me, chiedere aiuto senza sentirmi
in colpa.
Riscoprendo e unificando i pezzi del mio corpo iniziavo a trovare il
mio posto nel mondo.
Non permetto più a nessuno di vivere la mia vita, sto ritrovando il
piacere di fare cose che il senso del dovere mi aveva distrutto. Il
piacere di aver ritrovato la chiave per l’ascolto delle mie emozioni,
delle mie sensazioni è la cosa più straordinaria che mi sia successa
durante il lavoro, dandomi la possibilità di riconoscere immediatamente
e con certezza chi desidera il mio bene senza altri scopi.
Accanto a tutto ciò ci sono naturalmente dei grossi cambiamenti fisici.
Non soffro più di vertigini, la cifosi è scomparsa, non devo più tenere
dritta la schiena perché ormai si sostiene da sola, la muscolatura
delle gambe è più tonica - i quadricipidi finalmente si vedono -il capo
è ben dritto con giovamento per tutto il viso che naturalmente ha
assunto lineamenti più rilassati, sono aumentata di 2-3 centimetri, in
quanto si è ridotta la scoliosi. In sostanza mi sento meglio
fisicamente e per la prima volta a quarant’anni mi piaccio e il più
delle volte guardandomi allo specchio mi vedo bella come mi sento:
ho “rimesso a posto” qualcosa, lenito qualche ferita, reintegrato parti
di me senza compromessi.
Il mio corpo non è più per me uno sconosciuto e, liberandosi in parte
dalla sua corazza, mi lancia dei segnali che io riesco ora a
riconoscere, rendendo finalmente possibile il dialogo continuo tra le
mie sensazioni e le mie emozioni.
Quando Maddalena mi ha proposto di frequentare il Corso di Formazione
per diventare terapista del suo Metodo, senza pensarci un attimo e
seguendo solo il mio istinto ho detto sì.
Sentivo che finalmente potevo occuparmi degli altri nel modo in cui
avevo sempre desiderato: con passione e piacere.
Non mi preoccupò affatto di non essere una fisioterapista, né che avevo
un altro lavoro in un’altra città e ho fatto bene, perché oggi, grazie
al mio essere terapista ho reso migliore anche il mio essere storica
dell’arte.
Il mese di corso è stato fantastico. Finalmente libera da
condizionamenti, nel clima adatto, ho appreso spontaneamente senza
l’obbligo di dover imparare per gratificare l’insegnante. Ho appreso
per me e solo per il piacere di farlo. Tutti i miei insegnanti hanno
sempre investito su di me. Volevano che io facessi e fossi quello che
loro non erano stati capaci e non avevano potuto fare o essere. Questo
molte volte mi ha creato ulteriori sensi di colpa, perché non si può
vivere la vita di un altro e quindi alcune volte non sono stata
“all’altezza” delle aspettative.
Tutto quello che ho appreso è entrato a far parte del mio corpo e della
mia vita con naturalezza. Certo senza il lavoro su di me, che continuo
con la costanza di prima nella certezza che un terapista per accogliere
il dolore degli allievi deve aver scoperto e accolto il proprio, non
avrei mai potuto farcela.
Nell’apprendere i principi del Metodo Monari i miei occhi hanno
iniziato a vedere lucidamente e le mie mani a sentire, ascoltare,
vedere.
Al termine dei tre anni di corso il momento più emozionante, condiviso
con Maddalena e le mie compagne di corso ormai amiche: la consegna del
diploma. È l’unico tra quelli conseguiti che ho deciso di appendere al
muro non solo perché, pezzo unico diverso per ognuna di noi e colorato
con i nostri colori, ma perché è l’unico conquistato dalla mia
passione.
Oggi è guidata dal mio intuito, da tutti i miei sensi, dalle mie
emozioni che ogni volta entro in palestra ed entro in contato con i
miei allievi. Ritrovo così il mio ritmo, i miei tempi, la mia voce, la
mia serenità, la lucidità. Il piacere di essere lì in quel momento ed
essere testimone delle loro scoperte. I miei occhi allora si illuminano
insieme a loro.
Attualmente sto vivendo un periodo molto particolare e delicato della
mia vita. In seguito a un incidente automobilistico si è rotto,
sfondandosi, il piatto tibiale esterno della mia gamba destra e si è
incrinato l’astragalo del piede corrispondente. Al trauma di un
incidente da brividi sull’autostrada è seguito
il trauma dell’operazione al ginocchio per sistemare la frattura
articolare. Alla degenza ospedaliera sta seguendo il periodo di
recupero del movimento in previsione della seconda operazione per la
rimozione dei tre chiodi inseriti nella tibia, a cui farà seguito un
altro periodo di recupero.
Quattro-cinque mesi di fermo, forse sei, in cui tutta la mia attenzione
è stata e sarà dedicata a ritrovare il movimento perduto.
Non ho seguito e non sto seguendo una terapia rieducativa di tipo
tradizionale, che avrebbe previsto subito dopo l’operazione, poiché non
sono stata ingessata, il piegamento passivo del ginocchio con l’ausilio
di macchine (Kinetec) e quindi l’intervento di un fisioterapista che in
un modo o nell’altro flettesse il ginocchio.
Poco importa se la macchina procura un dolore insopportabile e fa
venire la febbre: «È naturale, con quel ginocchio ancora gonfio e
infiammato!». Poco importa se i muscoli rimangono senza ascolto e le
contratture causate dai traumi subiti senza considerazione: «Bisogna
muoverlo, che vuole che sia un po’ di dolore!».
D’altronde se l’operazione è riuscita e meccanicamente il ginocchio si
può articolare, allora si DEVE articolare. La risposta DEVE essere
immediata, se no come si vede il risultato? come si possono sentire
gratificati gli artefici?
Se può forse iniziare a passare l’idea che nelle contrazioni e nelle
rotazioni di un corpo si nascondono ferite profonde, quanto è ancora
rivoluzionario pensare che un incidente, in cui in fondo c’è stata solo
una frattura di un osso, lasci nei muscoli ferite altrettanto profonde!
Mi sono così affidata alle cure di Maddalena per sciogliere le rigidità
senza sfibrare i muscoli, per dare ascolto al profondo dolore e alla
sgomenta paura che si sono insediati nella mia gamba, nel mio
ginocchio, nella mia caviglia, nel mio piede terrorizzati.
Non potrò mai dimenticare il tremore che ha sconvolto per ore le mie
gambe, anche quella non ferita, subito dopo l’incidente. Un tremore
interno, profondo che non si sarebbe placato con tutte le coperte del
mondo, ma con delle mani calde che le avvessero toccate, scaldate,
accolte, fatte sentire sicure di potersi fidare.
Non solo questo è mancato! Giunta al Pronto Soccorso in sala radiologia
ho dovuto io, traumatizzata, piena di lividi e impaurita, fare uso di
tutte le mie capacità perché qualcuno finalmente capisse che il tremore
si sarebbe placato, almeno in parte, e le lastre sarebbero venute non
mosse se almeno mi fosse stato collocato un appoggio sotto il
ginocchio, rimasto flesso dal momento dell’incidente.
Non ero mai stata in ospedale, stavo imparando in fretta e a mie spese
quanto è raro essere visti, ascoltati, considerati e rispettati da chi
non dovrebbe fare che questo. Dovevo considerarmi una paziente non
tanto e non solo perché soffrivo, ma soprattutto perché dovevo avere
molta pazienza. Ma perché dovevo avere pazienza, perché spettava ancora
a me, che non avevo altro desiderio che di potermi fidare e riposare,
il compito di mettere gli altri a proprio agio e consentire loro così
di non trattarmi male? Dovevo per forza tornare ad essere brava e
buona, allegra e simpatica per non essere maltrattata?
Si è molto disarmati quando si soffre, indifesi quando si dipende
completamente dagli altri perché non autosufficienti anche nelle cose
più semplici, come un bambino. E come un bambino ho sentito spesso
rabbia contro chi, con sguardi o parole, ha inibito un mio
movimento per paura che mi facessi male.
Ma non era ancora finita!
Ho dovuto subire l’angheria di un primario che invece di dirmi con
calma che la mia frattura era particolare e necessitava, per essere
sicuri del recupero, dell’intervento di un esperto, mi ha vomitato
contro tutta la sua paura e la sua incapacità, senza preocupparsi di me
in alcun modo, senza rispettarmi, facendomi sentire in colpa per
essermi io procurata “una frattura così brutta!”, lasciandomi senza
parole e nel più profondo sconforto. Come da piccola, quando i miei
fratelli e io se ci facevamo male dovevamo nasconderlo a nostro padre,
se no erano guai. Al danno seguiva inesorabile la beffa.
Ho potuto reagire con l’aiuto delle persone a me care che hanno trovato
l’esperto e mi hanno fatto cambiare velocemente ospedale.
Quando poi, dopo l’operazione, si è trattato di togliere il drenaggio
inserito nell’articolazione e per il dolore devastante ho pianto e
urlato, mi sono sentita dire dalla dottoressa «Esagerata!!!, si vede
che non ha mai avuto figli lei!». Al danno ancora la beffa. L’insorgere
delle mie compagne di stanza, a quella che era un’evidente cattiveria,
un’offesa del tutto gratuita, la loro complicità, il loro affetto mi
sono stati di grande aiuto.
Da quel momento non ho più permesso a nessuno di avvicinarsi al mio
ginocchio. Ero sempre pronta a fermare mani che intuivo pericolose.
Ero in allerta, nuovamente sfiduciata. Ho provato la stessa dolorosa
emozione di agitato sconforto provata da bambina verso i “grandi” di
cui purtroppo non mi potevo fidare.
In tanti mi hanno descritto l’impotenza provata al risveglio
dall’anestesia, quel voler parlare e non poterlo fare, la paura provata
nel non poter comunicare. Un urlo strozzato. Ho sentito l’impotenza e
provato paura quando dopo l’operazione, ho impartito il comando al
ginocchio e non si è piegato. Era lì immobile, come separato dal resto
del corpo, e non mi apparteneva. I traumi subiti avevano interrotto lo
schema motorio. Per giorni l’ho sentito come una parte estranea, la
riunificazione è avvenuta lentamente tramite il contatto.
Ho sentito la gioia quando, nelle prime sedute di terapia, finalmente
toccato con amore e passione, il ginocchio ha iniziato a flettersi e
l’articolazione, senza dolore, si è aperta come i petali di un fiore.
Nel corso della terapia, mentre le mani penetrano i muscoli per
scioglierli e ridargli la perduta elasticità sto vivendo emozioni
intense, che mi aiutano a reintegrare la mia gamba nel mio corpo. Ho
sentito quanta rabbia, impotenza, dolore si erano asserragliati in
alcuni muscoli, duri come sassi, nel momento in cui mi sono resa conto
che stava per succedere qualcosa di tragico, che io non potevo
scappare, che era ineluttabile e io non potevo mettere tutto a posto.
Ricordo di essermi rassegnata; ma a che costo?
So, per il lavoro fatto in tutti questi anni, quanto coraggio ci voglia
a entrare in contatto con le proprie ferite dolorose, ma ho compreso
solo ora fino in fondo e sulla mia pelle di quanto coraggio abbia
bisogno un terapista per permettere al ”paziente” di sentire il suo
dolore. Ci vogliono mani calde, non timorose di entrare in contato con
il dolore trattenuto nella rigidità e accoglierlo. È importante sentire
che il terapista è li accanto a te non tanto con la sua testa e la sua
tecnica, quanto con le sue mani e il suo cuore. Solo così il muscolo,
nella fiducia ritrovata, si è lasciato andare.
Anna Maria Cerioni [-] 30/01/2008 STORIA DEL MIO INCONTRO CON IL METODO MONARIPassato remoto- Sono già passati molti anni dal giorno nel quale ho cominciato a frequentare questo Centro che ora fa talmente parte della mia vita che mi sembra quasi impossibile che sia esistito un prima tanto lungo. Avevo infatti 48 anni quando, a...[+]
Passato remoto- Sono già passati molti anni dal giorno nel quale ho
cominciato a frequentare questo Centro che ora fa talmente parte della
mia vita che mi sembra quasi impossibile che sia esistito un prima
tanto lungo.
Avevo infatti 48 anni quando, anche su sollecitazione di un’amica, mi
sono decisa a varcare la porta di questa insolita palestra. Da anni
leggevo i manifesti affissi per Bologna e devo dire che la parola che
più mi incuriosiva in essi era “antiginnastica”, anzi per la precisione
era proprio il prefisso “anti” ad attrarmi. Non ero niente affatto
interessata dall’idea di fare ginnastica come avevo fatto a scuola o
come aveva invano cercato di farmi fare mio padre, portandomi durante
l’infanzia assieme ai miei fratelli in un centro sportivo. In queste
situazioni mi ero sempre sentita del tutto inadeguata, grassottella e
impacciata nei movimenti com’ero. La competizione non mi interessava e
probabilmente rifiutavo tutti gli aspetti di necessaria disciplina e
ripetitività che la pratica ginnica comportava. Ma questo posso dirlo
ora, e ne sorrido, fino a qualche anno fa ero talmente preoccupata di
mostrarmi adeguata che non avrei mai ammesso la mia insofferenza verso
la disciplina. Non che in questi anni io abbia perso ogni controllo, ma
allora ero terribilmente perbene. Signora di mezza età, madre
onnipresente di due figli, laureata in pedagogia, al mio primo
colloquio con Maddalena ricordo di essermi presentata con le mie
scarpine col mezzo tacco (che allora mi era indispensabile per potere
camminare) e il tono sicuro di chi sa di avere gli strumenti culturali
per affrontare qualunque situazione nuova. Se avessi avuto il coraggio
(o l’umiltà) di ammetterlo, avrei dovuto presentarmi strisciando,
piangendo, gridando il mio bisogno di essere aiutata.
Stavo attraversando in quei mesi un’esperienza terribile e in realtà
ero a pezzi. Avevo da mesi il mio secondogenito ricoverato in ospedale
dopo un gravissimo incidente stradale nel quale si era fratturato tutti
gli arti fuorché il braccio sinistro. Le sofferenze fisiche erano tutte
sue, ma in me c’era gravosissima la fatica di essergli vicina per
giornate intere. Il peso delle sue lunghe gambe ingessate che era
necessario spostare dal letto alla carrozzella era ben poca cosa se
paragonato all’incombere del dolore e della preoccupazione per la sua
paura, la sua depressione. Aveva dovuto affrontare più volte la sala
operatoria e avrebbe dovuto ricominciare ad imparare a camminare.
E i sensi di colpa, i fantasmi di inadeguatezza e di rimorsi che
assillano un genitore, specialmente se è solo a crescere e cercare di
educare i figli. Insomma, ero in uno dei momenti più complicati di una
vita che non era stata generalmente semplice. Eppure, abituata com’ero
ad essere la prima della classe, pensavo di dovere dimostrare a tutto
il mondo che comunque ero in grado di affrontare anche questa
situazione, stavo addosso a mio figlio come una gatta selvatica,
probabilmente soffocandolo con un eccesso di cure e di presenza, mi
sembrava che nessuno potesse occuparsi di lui meglio di me. La fatica e
lo stress erano a tal punto che il mio corpo si era definitivamente
irrigidito. Avevo paura di piegarmi, perché spesso per il dolore non
riuscivo più a rialzarmi.
Era la fase finale di un processo di irrigidimento e ripiegamento
cominciato fin dall’adolescenza. Dopo essere stata una bambina
vivacissima, direi quasi scatenata, ero diventata una ragazzina e poi
una donna ingabbiata in forme di severo controllo, imposte
dall’educazione e dalle circostanze di vita. Il mio corpo magro e
scattante nella prima infanzia era diventato goffo e impacciato,
l’impegno ad essere brava in tutto quello che facevo si era stampato in
una decisa scoliosi. Non sapevo mai dove mettere le mani, non ero
riuscita ad imparare a pattinare o a sciare (quel movimento accelerato
verso lo spazio libero mi terrorizzava), soffrivo di vertigini al punto
di non riuscire ad affrontare un sentiero di montagna. Il matrimonio e
la maternità avevano dato il colpo di grazia alla mia mobilità. Ero
sempre stata molto brava a scuola,
il pensiero almeno si muoveva, e cercavo di fare con serietà la mia
professione. Ma moglie e madre volevano dire ancora di più: e allora la
corsa frenetica per organizzarmi fra studio e ciambelle per la
colazione, fra presenza culturale e organizzazione efficace della casa.
Attenta a tenere tutto sotto controllo, dimenticavo di avere un corpo e
a soli ventisette anni soffrivo di dolorosissime forme di artrosi
discale, naturalmente poco curate anzi quasi del tutto sottovalutate.
Era per me vietato piangere, lamentarsi, mostrarsi debole, perdere il
controllo.
L’unico spiraglio di libertà che mi concedevo era di tipo mentale e qui
torno a parlare delle mia irrefrenabile attrazione per l’anti. Ogni
movimento politico o culturale che fosse di rottura mi incuriosiva e
trovavo del tutto naturale rendermi disponibile ad esso. Ero un curioso
miscuglio di severa adeguatezza ad un modello tradizionale di moglie e
madre e un disinvolto partecipare ad esperienze insolite per una
signora borghese di quei tempi. Come facessi a conciliare dentro di me
le due cose non so, probabilmente si trattava più che altro di un
conflitto che si rispecchiava sempre di più nel mio corpo, diventato
una specie di corazza.
Quando ho cominciato a frequentare il Centro Monari mi vedevo, ed è già
strano che mi vedessi, come una gallina: un gran torace gonfio su due
gambine rinsecchite. La scoliosi mi aveva infastidita durante le
gravidanze, l’artrosi aveva inchiodato la colonna vertebrale, i miei
piedi soffrivano di una borsite cronica e i miei muscoli posteriori
erano tanto accorciati che camminare con i tacchi bassi mi era
impossibile.
Eppure marciavo eroicamente, sola nei miei deliri di onnipotenza.
Se penso che al colloquio iniziale con Maddalena ho parlato del più e
del meno, del male di schiena e di piedi e non ho nemmeno accennato al
ricovero di mio figlio, alla sua necessaria riabilitazione, vengo
ancora sommersa dallo sgomento. Dovevo veramente essere disperatamente
convinta che al mondo non ci fosse nessuno disposto e capace di
aiutarmi, che dovevo comunque cavarmela da sola, visto che ad ogni modo
era colpa mia... tutto (quanto dovrà sacrificarsi ancora questo brutto
anatroccolo per diventare degno di essere amato?).
Passato prossimo- Prima esperienza al centro Monari con la frequenza di
un corso a incontri settimanali. Sempre sorridente, accondiscendente e
preoccupata di piacere, navigavo in realtà in un profondo disagio. Il
momento iniziale é di ogni incontro durante il quale in cerchio ognuno
parlava di sé, dei propri dolori fisici e delle proprie emozioni, era
quasi un tormento. Fin dall’infanzia mi era stato insegnato che parlare
in pubblico della propria sofferenza non è dignitoso e oltretutto è
inutile perché nessuno può aiutarti come puoi fare da sola. Quindi non
comunicavo niente di reale, poche parole possibilmente spiritose.
Oltretutto mi domandavo come ci si potesse fidare di messaggi, allora
veramente incomprensibili per me, come “tu non respiri” o “quando
camminerai con le gambe” pronunciati da Maddalena e dal suo allievo che
l’aiutava, sempre con molta dolcezza però, senza nessuno spirito
critico. Nel compiere i "preliminari" che venivano suggeriti scoprivo
nel mio corpo contrazioni dolorose che mi spaventavano e qualche volta
mi irrigidivo ancora di più nello sforzo di fare l’esercizio bene. A
dire la verità l’esigenza di fare tutto bene era solo mia, perché mai
nessuno si accaniva nel correggere le mie posizioni sbagliate o mi
rivolgeva parole di disapprovazione.
Fortunatamente, il gruppo di quell’anno era particolarmente affettuoso
e nei momenti di contatto, di riposo abbracciati, trovavo molto calore
e la consolazione alle mie sofferenze che non richiedevo ma della quale
avevo tanto bisogno.
Forse se il metodo non prevedesse questi momenti di contatto non sarei
mai riuscita a concedermi al dolore fisico prima e allo sblocco emotivo
poi, probabilmente avrei abbandonato la palestra che mi sarebbe
sembrata solo inutilmente faticosa. È stato proprio durante un lavoro
sulle mani di una giovane donna, rigida e contenuta come me,
che ho riconosciuto la mia angosciosa solitudine. Ho cominciato a
piangere senza potere più fermarmi, come non facevo da quando ero
bambina piccola. Non sapevo più cosa fare, perché mi sentivo in dovere
di finire il lavoro sulle mani della mia compagna, ma appena ho potuto
sono scappata nello spogliatoio. Evidentemente allora non mi sembrava
dignitoso allagare la palestra con le mie lacrime, mostrarmi a tutti
debole e disperata. In quello spogliatoio ho cominciato a parlare,
quando il gruppo è venuto a cambiarsi e solo la settimana dopo ho
raccontato a Maddalena di mio figlio. Il suo problema è stato accolto
immediatamente con un calore ed una generosità pari solo alla
delicatezza e al rispetto che sempre si trovano qui.
Ancora in stampelle, ha cominciato a frequentare il centro per dei
trattamenti individuali che poco alla volta lo hanno riabituato a
rendersi conto che dal suo corpo potevano emergere anche piacere e
fiducia e non solo dolore e paura. Poi anche lui è entrato in un gruppo
del quale ancora fa parte, compiendo un suo cammino.
E così anch’io, per la prima volta nella mia vita, mi sono fidata ed
affidata. Ci sono voluti però due anni perché mi decidessi a
partecipare ad uno stage, durante il quale è possibile compiere un
lavoro più approfondito sul corpo e sulle emozioni. Ora abitualmente
frequento il gruppo settimanale e uno o due stages all’anno. Nello
stare assieme al gruppo per giornate intere, condividendo anche i pasti
e i momenti di riposo, si sono approfondite amicizie e ho del tutto
dimenticato la preoccupazione per gli aspetti formali dei rapporti.
Ora se mi sento stanca so che posso appoggiare la testa sulle gambe di
chi mi sta vicino, se ho voglia di piangere lo faccio dovunque mi
trovo. Ma non è tutto qui: ho scoperto che mi piace ballare, scherzare,
giocare. Ogni tanto sorprendo tutti ammutinandomi con leggerezza.
Il cammino è stato lungo, è difficile raccontare tutte le tappe.
L’aspetto che mi è sempre piaciuto di più riguarda la possibilità che
questo metodo lascia ad ognuno di fare il suo percorso, senza forzature
con i relativi possibili traumi fisici (avevo visto con i miei occhi lo
scempio che la fisioterapia tradizionale era capace di compiere quando
‘curavano’ mio figlio in ospedale) e con i possibili traumi emotivi che
portano a ricadere, semmai in forme ancora più accentuate, nelle
rotazioni, nelle lordosi difensive che tutti usiamo per proteggerci.
E così è venuto fuori, senza che debba vergognarmene, anche il mio
desiderio di autonomia: che mi senta fragile o che mi senta forte mi
piace decidere da me cosa fare, aderire autonomamente, per fiducia e
non per dovere, a quanto mi viene proposto.
Ricordo con emozione la scoperta delle zone più rigide del mio corpo.
Ammorbidendo i muscoli di esse ho spesso messo a nudo abissi di dolori
pregressi, di negazione dei miei bisogni. Sono stati momenti di grande
paura che però si è sempre stemperata nel clima di accoglienza creato
dal gruppo e dai fisioterapisti.
Il corpo più morbido mi ha permesso di mettere a nudo i sentimenti,
prima a me stessa poi, un poco alla volta - e qui ho ancora strada da
percorrere - agli altri. Alcune parti si sono del tutto ammorbidite,
altre presentano ancora lordosi ed irrigidimenti, ma ho imparato ad
amare e a rispettare anche i miei limiti, a non accanirmi per mostrarmi
migliore di quello che sono.
Insomma, da questo lavoro è scaturita un’accettazione serena della vita
che mi ha permesso in questi ultimi anni di affrontare anche lutti
molto dolorosi senza fare pagare al mio corpo la fatica di elaborarli.
Ho imparato ad aspettarmi aiuto dagli altri, in fondo viene anche senza
essere troppo richiesto.
Chi di noi frequenta il centro da più anni ha vissuto, con l’entusiasmo
che deriva da una condivisione autentica, le trasformazioni
dell’attività e dell’ambiente fisico. L’aprirsi della scuola di
formazione sul metodo Monari ha determinato l’approfondimento e la
precisazione delle metodologie da usare nei gruppi, che naturalmente
risentono positivamente della ricerca comune che viene compiuta da
qualche anno.
E poi da un anno il nuovo Centro, le nuove palestre, gli ambienti per i
trattamenti individuali e in più il giardino e il soggiorno,
accoglienti ed allegri, sempre disponibili per chi ha voglia di
rilassarsi, incontrare i suoi amici, socializzare attraverso il piacere
di mangiare insieme.
Forse una sorta di isola felice, che però non spinge ad isolarsi, ma
anzi fornisce gli strumenti per navigare con disinvoltura e sicurezza
nel mare, tempestoso o paludoso, che sta fuori della porta.
Presente-Futuro- Mercoledì 7 dicembre 1995. All’inizio della riunione
settimanale ho trovato il coraggio di proporre di lavorare la nuca e la
mascella, luoghi del mio corpo dove ancora la rigidità esprime le
umiliazioni che ho dovuto coprire, il dolore per non essere stata
nutrita dall’amore.
Tieni la testa alta, stringi i denti, altrimenti rischi di cadere a
pezzi!
Il lavoro sui piccoli muscoli dietro alle orecchie e attorno alla
mascella si rivela molto doloroso, una morsa d’ansia mi crea una
leggera nausea e molta paura. Quando provo ad alzarmi in piedi, scopro
che il diaframma si è contratto al punto di impedirmi quasi di
respirare.
Mi fermo dove sono, ma sono tranquilla perché so che nel gruppo nessuno
farà caso al fatto che resto a gattoni e che Maddalena saprà come
aiutarmi. E infatti vengo immediatamente soccorsa da un piccolo
trattamento individuale sulla zona dorso-lombare e subito dopo tutto il
gruppo viene scaldato da un lavoro sulla schiena che ci aiuta a
ritrovare la fiducia in noi stessi, nonostante le prove che la vita ci
ha inferto. I saluti fra noi, prima di andare a casa, sono questa sera
particolarmente pieni di tenerezza.
Morale della favola- Il buffo di tutta questa storia sta nel fatto che
quando ero giovane (e le fotografie mi dicono che ero bella) non mi
piacevo, invidiavo le ragazze che sapevano muovere seduttivamente i
lunghi capelli e indossare con disinvoltura sottane sportive.
Ora che ho i capelli bianchi e qualche ruga di troppo comincio ad
apprezzarmi. La mia ammirazione va soprattutto alle mie gambe, che non
sembrano più quelle di una gallina, ma sono dritte come sono sempre
state e in più morbide e piene ai punti giusti e senza un filo di
cellulite. Indosso con piacere mocassini senza tacco e forse quando
compirò sessant’anni mi comprerò la minigonna che non ho mai portato. Marcella Ruocco [-] 24/11/2006 RIVIDI QUELLA BAMBINA AL MARE......Non credo che la mia vita sarebbe quella che è oggi se non avessi potuto lenire le profonde ferite provocate da una biografia familiare sfortunata. I miei genitori erano troppo distratti dai loro problemi per darmi l’affetto minimo necessario a cost...[+]
Non credo che la mia vita sarebbe quella che è oggi se non avessi
potuto lenire le profonde ferite provocate da una biografia familiare
sfortunata. I miei genitori erano troppo distratti dai loro problemi
per darmi l’affetto minimo necessario a costruire una personalità
serena. Mia madre soffre di depressioni da prima che io nascessi. Le
sue crisi ricorrenti segnavano, e segnano tuttora, lunghi periodi di
assenza domestica: tali periodi spesso coincidevano coi ricoveri
psichiatrici, in passato ampiamente utilizzati dalla medicina, e talora
invece significavano tempi di rabbia, di liti e di pianti, insieme a
lunghe degenze nel letto di mia madre in casa.
Mio padre faceva il frigorista e in più si occupava di politica; per
questo era alquanto rispettato, ma come genitore e marito era meno
onorabile. Noi figlie, mia sorella ed io, ci siamo fatte compagnia
salvandoci dal disastro: abbiamo condiviso giochi e lavoro domestico,
ceffoni, guai e momenti di apparente normalità, riportando tuttavia
tracce indelebili di quel passato comune.
A me venne la scoliosi.
In una delle rare foto della mia infanzia, ripresa un po’ dall’alto
rispetto alla sua statura, è ritratta una bimbetta di cinque anni dallo
sguardo imbronciato, col costume da bagno, in piedi su un moscone.
Ha il capo grande rispetto al corpo magro, le ginocchia sono valghe, i
piedi piatti.
Sua madre a volte la porta alla mutua a fare delle visite. La bambina
ricorda il grigiore degli ambulatori, con gli arredi di alluminio e il
pavimento di linoleum verde, sempre uguali. In mutandine e canottiera
deve mostrare come cammina. Che male ci sarà poi a camminare?
- si chiede la bambina - sentendo su di sé gli occhi di sconosciuti
giudici dal camice bianco, che le prescrivono prima cicli di raggi
ultravioletti per il rachitismo, poi la ginnastica correttiva per la
schiena storta.
All’Ambulatorio Salus gli arredi erano quantomeno diversi: se li
ricorda chiaramente per le interminabili attese nella sala d’aspetto,
dove negli anni ‘60 si avvicendarono grandi masse di bolognesi. La sola
cosa piacevole era che l’accompagnava l’adorabile nonno, l’unica
persona tranquilla della famiglia: quei gesti pacati, quel tono di voce
dolce glielo facevano preferire a chiunque altro.
Ma con l’entrata in palestra si smetteva di essere bambini: bisognava
diventare un po’ soldati, e i soldati, si sa, devono marciare. Al posto
del fucile i bastoni di legno, su, giù, dietro le spalle, davanti.
Numeri da raggiungere, dieci volte di questo, venti di quello. Era
tutto molto faticoso, comprese le esercitazioni alla spalliera e le
flessioni.
Nonostante tanti sforzi, la bambina deve mettere il reggispalle, che fa
male, e per di più sicuramente si vede sotto il grembiule di scuola.
Il senso di inadeguatezza si acuisce, e allora, come si può piacere,
così conciata, a quel bambino seduto nel banco dietro di lei? Come se
non bastasse, le mettono gli scarponi ortopedici grazie ai quali
“corregge” rapidamente il difetto ai piedi: prima li ruotava verso
l’esterno, nel giro di pochi mesi li porta immancabilmente all’interno.
Dopo l’apparecchio ai denti e il nuoto “che fa bene” arriva, con lo
sviluppo, una tregua. La ragazzina si guarda allo specchio e nota di
avere le costole di destra più alte di quelle di sinistra, ma pensa che
con gli abiti alla moda nessuno se ne accorgerà. In casa continuano le
crisi, meglio uscire il più possibile... Passano alcuni anni, densi di
eventi, con la contestazione, i viaggi, gli amori, l’uscita di casa.
Verso i venticinque anni la schiena comincia a dolere in modo
fastidioso, persistente; il collo spesso si inchioda, l’umore gli va
dietro. Ma dopo il nuoto, l’aerobica e lo yoga il dolore continua.
Dietro consiglio di un amico decide infine di iscriversi ad un corso
settimanale di “Psicomotricità-Antiginnastica” tenuto da Maddalena
Monari. Interrrogandomi sul significato di quelle parole, impresse
sulla targa del vecchio “centro”, ne varcai la soglia , per la prima
volta, dieci anni fa.
L’incontro con il metodo delle possibilità, l’invito emesso da una voce
soave a fare degli esercizi
“antimilitareschi” mi provocarono, sulle prime, un certo
disorientamento: si trattava di un lavoro fisico totalmente diverso da
quelli precedenti, al termine del quale, stranamente, stavo molto bene.
Togliendo le palline da tennis da sotto i glutei, dopo aver svolto
diligentemente l’esercizio richiesto, provai una sensazione
indimenticabile di liberazione e di espansione, un piacere inaspettato
che scaturiva dai muscoli stessi al liberarsi, distendendosi, dalla
tensione. D’altra parte però il mio approccio era quello di sempre:
come da bambina affrontavo un duro lavoro, svolto in solitudine e
fondato sullo sforzo e l’obbedienza, il che significava associare il
dolore al piacere, il controllo all’abbandono, il carcere alla libertà.
Seguii per qualche anno un gruppo settimanale, all’interno del quale
iniziai un lavoro graduale sulla struttura corporea: dopo qualche tempo
cominciai così a percepire lievi modificazioni nei miei gesti e nelle
piccole cose della vita quotidiana. In effetti da qui cominciò il mio
lavoro.
Una signora nel gruppo aveva fatto notare come la massaia contribuisca,
pur in modo involontario, all’oppressione storicamente esercitata su di
lei quando, per esempio, porta un’unica grande pesante borsa della
spesa anziché due, più equilibrate nel peso, e come questa fatica
risulti in ogni caso ancor più gravosa per l’ansia e la fretta che
troppo spesso vi si aggiungono.
Sperimentai allora che ansia e fretta si fanno sentire quando puoi
ascoltare come si portano quei pesi: contraendo i muscoli più del
necessario già, da dentro le spalle, le braccia rigide funzionano come
una leva che aumenta il carico anziché essere semplici vettori di una
forza muscolare meglio distribuita a partire dalla schiena.
Quella fu l’epoca in cui cominciai a risparmiarmi nel lavoro domestico.
Mi resi conto che i miei movimenti nella quotidianità somigliavano
enormemente a quelli di mia madre e questo, oltre a contraddire le mie
idee femministe, non mi piaceva. I gesti rapidi e scattanti che avevano
contraddistinto mia madre nei momenti di ripresa dalle crisi, cessarono
così di essere l’unico schema di movimento (domestico) possibile, pur
restando il principale. L’immersione nel contatto con gli altri membri
del gruppo mi portava lontano, verso dimensioni diverse dal dover fare,
che rimanevano impresse per qualche tempo nel mio immaginario
arrecandovi nuovo materiale.
Ricordo un autunno durante il quale, quando salivo in automobile
all’uscita dal gruppo settimanale, sentivo la spalla sinistra dolorante
e accartocciata e tale percezione, spesso associata ad un senso di
oppressione, mi accompagnava anche nei giorni successivi. Il mal di
schiena però era ormai un ricordo, mentre il mio corpo aveva iniziato a
scrivere il suo libro raccontandomi, nei primi capitoli, la sua storia
più recente. Io potevo leggerne qualche pagina, ma poi chiudevo quel
libro richiamata al presente dalla realtà.
Il gruppo settimanale è stato come tante piccole gocce che hanno pian
piano diluito una vernice molto densa, un lavoro lento ma continuo che
ogni volta mi rammentava il bisogno, altrimenti dimenticato, di
rilassarmi e che mi dava inoltre la possibilità di uscire
dall’isolamento antico della ginnastica correttiva. Con me c’erano
altre persone, non più anonime, con le quali mi potevo confrontare,
possibili compagni di gioco o di lavoro che conoscevo nelle versioni
autentiche, quelle del tocco di una mano o di un abbraccio o di un
ballo scatenato.
Con gli stages la lettura del mio libro è entrata nel vivo: lentamente
ma con coraggio, ho cominciato a sfogliarne le pagine più dolorose.
Spesso, durante il lavoro, affioravano nella mia mente dei ricordi,
flash del passato, oppure delle immagini nuove, a cui associavo la
sensazione emotiva che stavo provando: rividi quella bambina al mare, e
per lei piansi più volte. La sua deformità mi faceva male, mi sarebbe
piaciuto essere stata bella, allegra e pasciuta, mi vedevo proprio
bruttina; d’altronde mi ricordai anche che qualcuno, un professorone di
odontoiatria, me l’aveva detto che ero un mostro. Ho sofferto
molto per poter guardare quella bambina con altri occhi, ma quando ci
sono riuscita ho capito quanto avevo introiettato quel giudizio che mi
aveva reso, tra l’altro, un soggetto difficilmente fotografabile per
tutta la vita. Sentivo che non avrei potuto essere diversa, avevo
ancora lo stesso corpo tutto contratto che aveva quella bambina, come
tanti elastici che si attorcigliano e si sovrappongono tra loro creando
nodi e parti dure, e che si tendono ulteriormente negli arti superiori
ed inferiori. A poco a poco trovai le ragioni di tanta tensione perché,
man mano che la mollavo, durante il lavoro, rivivevo dolori antichi, a
volte dimenticati, e tuttavia trascritti nel libro del mio corpo. Una
volta mi rividi nella culla, in una stanza di una casa che non esiste
più, mentre sgambettavo, poi un’ombra, qualcuno che si stava
avvicinando e all’improvviso, fortissima, una sensazione di
soffocamento. Non so se mia madre abbia tentato di soffocarmi davvero,
oggi non importa, l’importante è stato aver bisogno di respirare:
l’informazione trasmessa dal corpo durante il lavoro muscolare mi ha
permesso di comprendere, nel tempo e da dentro, perché la mia bambina
era così magra e aveva le costole sollevate. Il mio diaframma era
completamente bloccato, questo mi faceva sentire sospesa, ansiosa e
bisognosa dell’approvazione altrui, mentre prendere respiro significava
stare dentro di me, osservare ciò che mi circondava partendo dalla
certezza che io c’ero, per porre fine allo “stile acciuga” che mi aveva
sempre caratterizzato. A tutto questo si associava l’emergere di un
grande bisogno di affetto e di tenerezza, mai ricevuti da piccola, che
potevo soddisfare con i miei pari, coi membri del gruppo dopo, nel
lavoro di relazione. Ho vissuto incontri bellissimi, degni di un film:
vicinanze nel dramma che ci hanno reso solidali, nutrimento affettivo
che è andato a colmare dei vuoti, fino allo scambio e al poter dare
spontaneo, quando il dover dimostrare di essere “in un certo modo” ha
cominciato a non interessarmi più. Ho vissuto momenti di grande
felicità, di immersione totale nell’oblio, di abbandono al fluire del
tempo, dei colori e delle sensazioni.
Il libro del corpo, quando si svela, è ricco di storie che ributtano
inaspettatamente all’indietro, al momento in cui le emozioni si
imprimono su un essere in via di sviluppo, che non potendo ancora
distinguere se stesso dagli altri, riporta a sé tutta la realtà. Mi
ritenevo l’unica responsabile di quello che succedeva, non potevo
delegare a nessun altro, di cui potessi fidarmi, possibilità diverse,
dovevo essere brava e tesa per far andare bene il mondo. Questi
meccanismi avevano coperto ciò che di più vero mi andava rivelando il
corpo: la solitudine, la rabbia e il disagio che provavo durante il
lavoro di allungamento dei muscoli e che avevano contrassegnato la mia
infanzia.
Una volta, dopo un lavoro sulla bocca, sentii che il mio viso si
contorceva come quando, da giovane ragazza, vidi la “paralisi isterica”
di mia madre: fu una delle sue tante crisi che in quel caso le provocò
il blocco dei muscoli della parte sinistra, evidente, a livello
facciale, soprattutto nella bocca. Il “ghigno” che avevo anch’io, e che
tanto deturpava il mio sorriso, esprimeva allora, oltre al dolore per
quella sofferenza, la beffa di un destino di cui, oltretutto, mi
sentivo inconsciamente colpevole, trasferendo sul mio viso e dentro di
me il dramma di mia madre. Non importa se sei già adulto, quando ciò
che succede ti tocca nel profondo come quando eri bambina.
Quel giorno rivissi anche, attraverso la memoria del corpo, i due
interventi chirurgici che avevo subìto, entrambi nella parte sinistra
della bocca: uno alla mandibola inferiore, l’altro nella mascella
superiore; si trattava di episodi che facevano parte, in questo caso,
della mia anamnesi personale, senza essere per questo meno dolorosi.
Precipitai in un cupo silenzio e quella notte feci sogni strani che non
rammento, ma il mattino dopo, con la faccia “caduta”, la bocca
finalmente chiusa in maniera naturale, mi ripresentai al gruppo e
pacatamente raccontai
cosa mi era successo. I ricordi del corpo non si possono mistificare,
perché emergono, intensissimi, come quando gli eventi lasciano la loro
impronta; la mente può giocare per adattarsi a soddisfare in maniera
deviata i bisogni inappagati, mentre il corpo grida tutto il suo
disagio, senza mezzi termini. La mia bocca era la mia storia:
mostrandomi i suoi dolori, cominciava ad assumere una sua dignità.
Avrebbe voluto un cibo che non le era stato dato, avrebbe desiderato
sorridere, ma non le era stato permesso, ma ora poteva ”trovare una
casa” in un viso lavorato, godere di questa scoperta così riposante, e
poi andare in giro per il mondo, guardare, ridere, cantare. Molte parti
del mio corpo, e non solo la bocca, mi hanno svelato via via i loro
ricordi, attraverso le sensazioni e le emozioni che ho rivissuto
durante il lavoro. Per parecchio tempo ho avuto bisogno di piangere
lacrime disperate, per le quali pareva non esserci sollievo come quando
ero bambina, ma dopo, negli esercizi di contatto, mi placavo. Spesso
trovavo braccia accoglienti che mi consolavano, occhi comprensivi che
legittimavano il mio dolore, dolci carezze che mi scaldavano.
La parte lavorata, dopo la catarsi affettiva, entrava, carica di
energie, nella relazione con gli altri, attraverso le “verifiche di
movimento”. Muovere e percepire parti del corpo, prima bloccate, nel
momento dell’incontro con le persone è fonte di emozioni intense legate
alla scoperta di nuove possibilità di partecipazione. Un pezzetto in
più, un tassello ulteriore si andava così ad inserire nel mosaico del
corpo, portandosi dietro il suo giovane bagaglio di esperienze
relazionali.
Dopo tale momento, le nuove parti lavorate possono inserirsi nello
schema corporeo in maniera più significativa.
Mano a mano che il lavoro scendeva sempre più nel profondo, mi
accorgevo di poter disporre di tutte le mie facoltà nella loro massima
potenza. L’attenzione che rivolgevo al gruppo, ad esempio, si
intensificò enormemente: come sotto l’effetto di una pozione
miracolosa, tutto e tutti cominciarono ad appassionarmi, ognuno di loro
aveva qualcosa da insegnarmi e potevo ascoltarli come mai prima
d’allora.
L’essere così dentro me stessa non escludeva affatto il poter essere
con gli altri. Se nei primi stages ero andata alla ricerca del mio
simile e del familiare, delle coetanee del tipo mentale e nevrotico
come me per costruire alleanze e rivalità, dopo, col tempo, ho avuto la
fortuna di incontrare anche il diverso. Da timida e insicura, tesa e
controllata, come se mi sentissi sempre osservata e giudicata, sono
diventata, poco a poco, tranquilla e aperta. Questo è ciò che succede
quando non hai più bisogno di sentirti guardata per esistere. Non ho
più avuto paura di esprimermi a livello affettivo, non ho più
sussultato quando mi si avvicinava il conduttore del gruppo e non ho
più calcolato quando e quanto lo faceva con me in confronto agli altri.
Mia madre, poveretta, si dannava a vestire me e mia sorella in modo
uguale, a picchiarci altrettanto per non fare differenze, ma quando ho
sentito che non è un reato avere delle preferenze e che ognuno ha per
questo i suoi perché, ed ho pensato inoltre che era lei, mia madre, la
terza di tre sorelle, ad avere proiettato le sue paure di esclusione su
di me, ho potuto smettere di spendere energie a controllare cosa mi
veniva riservato. Soprattutto ho iniziato a chiedere aiuto se ne avevo
bisogno.
Il lavoro di gruppo, condotto con metodo non direttivo da Maddalena, è
stato il mezzo della mia crescita: nella relazione con gli altri,
uguali e diversi, nella comunanza dei momenti felici così come di
quelli drammatici, nelle storie di vita che ognuno di noi ha regalato
ai vari componenti, nelle dinamiche che abbiamo potuto osservare mentre
le vivevamo, si è costruita la complessità sociale.
Ho trovato spesso questi termini quando studiavo per l’esame di
“Sociologia dei gruppi” all’Università. “L’individuo nel gruppo è
qualcosa di più di un semplice atomo, eppure conserva la sua identità
senza disperdersi come nella società. È un livello intermedio di
relazione”, capace di fornire una grande ricchezza di stimoli,
probabilmente maggiore di quella della relazione terapeuta-paziente. La
forza e l’energia che si sviluppano all’interno del gruppo non sono la
pura sommatoria di quelle individuali, ma qualcosa di diverso.
Ecco che se il gruppo “gira bene”, se esso stesso cresce come gruppo,
questo potrà andare a costruire un pezzetto significativo di realtà che
sostiene i singoli anche fuori da quel laboratorio.
Ho fatto parte di un gruppo chiamato “il combinato” per diversi anni:
in alcuni momenti si è trattato di una combinazione veramente molto
felice di elementi umani, insieme ai quali ho elaborato e condiviso
temi e tesi che nascevano dal lavoro sul corpo e non a tavolino.
A partire da questo, il livello di profondità e di potenza della
trasformazione di cui io, ma non solo, ho potuto usufruire, è stato
tale da poter dare una vera svolta ad un processo che, lentissimo, era
iniziato dieci anni prima. Dallo stages residenziale di Ischia del ‘93
in avanti, ho iniziato a godere di uno stato di grazia, di allegria e
di serenità davvero insperati.
Contemporaneamente si è drizzato il busto, è aumentato il seno, si è
rilassato il viso e la bocca, si è riempito lo scarno. Lo sguardo si è
addolcito, l’approccio si è fatto più spontaneo, il movimento
armonioso.
La mia apertura dal punto di vista fisico ha coinciso con quella
mentale, la quale mi ha permesso di lasciare indietro alcuni fantasmi,
senza voltarmi più. Ho visto la mia verità di bambina che aveva un
immenso bisogno di amore, e non ho scusato i grandi, pur vedendo le
loro verità. Da quando ho accordato il diritto di cittadinanza al mio
dolore, posso riascoltare quella bimbetta che è rimasta dentro con
tenera comprensione verso me stessa ma anche verso gli altri e,
nonostante le evidenti ferite, godere dell’immenso piacere di vivere la
mia vita.
Lilia Collina
[-] 24/11/2006 LA GIOIOSITA' DELLA BAMBINA DI UN TEMPOLa mia schiena ha cominciato a piegarsi da quando avevo otto anni.Ma è nell’età dello sviluppo, quella in cui avviene la metamorfosi da bambina a donna, che la mia figura ha assunto un aspetto informe, senza armonia, senza “senso” e ... [+]
La mia schiena ha cominciato a piegarsi da quando avevo otto anni.
Ma è nell’età dello sviluppo, quella in cui avviene la metamorfosi da bambina a donna, che la mia figura ha assunto un aspetto informe, senza armonia, senza “senso” e senza la sensualità delle forme femminili che avrebbe potuto sviluppare. La colonna vertebrale era diventata una S che, ovviamente, aveva spostato l’asse del corpo deformandolo quasi tutto: il viso, il tronco, i piedi, le gambe. Inoltre, aveva così compresso i polmoni che di uno avevo perso quasi completamente l’uso. Come ovvie conseguenze di tutto questo ho avuto per anni blocchi della mobilità, difficoltà respiratorie e dolori fortissimi, che mi hanno costretta a stare per lunghi periodi immobile nel letto. A corollario di quello che era diventato un vivere nel dolore perenne, venne aggiunto l’interminabile pellegrinaggio dai tanti luminari della ortopedia nazionale. Le cure prescrittemi erano quelle classiche di tutte le scoliosi ad esse italica, e cioè la ginnastica correttiva, che doveva “potenziare e irrobustire” la muscolatura posteriore, e busti di ogni sorta: impalcature di ferro e plastica che mi bloccavano completamente il corpo e che, spesso, ho dovuto portare anche durante la notte per “evitare movimenti troppo liberi” che avrebbero “danneggiato la schiena” (parole testuali di uno dei tanti professori). Alla prescrizione della fisioterapia si univa, sempre, il refrain sulla indispensabilità di eseguire un intervento che, su stessa ammissione dei medici, avrebbe avuto come conseguenze certe l’immobilità totale della schiena, l’insorgere di dolori nuovi e la necessità di seguire terapie riabilitative per tutta la vita. La conseguenza probabile al 50- 60%, era la paralisi totale delle gambe e delle braccia. Questa situazione si protrasse per circa diciott’anni e mi portò ad uno sfinimento tale che, a 32 anni, avevo ormai deciso di giocarmi il tutto per tutto e stavo per farmi operare. Ma, proprio pochi giorni prima di andare a prenotare il ricovero in ospedale, un’amica di mia sorella che era già allieva di Maddalena Monari, mi parlò del suo Centro e di quanto fosse stato importante per lei averlo incontrato. Un po’ spinta dall’idea che ne avevo provate tante e che avrei potuto fare anche quell’ultimo tentativo, un po’ affascinata dal racconto di quel modo diverso di “curare” il corpo, mi iscrissi al primo stage. E, come si dice, fu subito amore: percepii immediatamente che lì mi avrebbero aiutata a ritrovare quelle potenzialità che erano ancora intatte e che mi servivano per uscire dal tunnel del vivere da malata. La prima cosa che sentii fu il rispetto che c’è nel “trattare” il corpo seguendo il Metodo Monari: non più qualcosa di estraneo da correggere ma una parte fondamentale di me stessa da aiutare. Il corpo cominciò da subito a lanciare segnali precisi che mi fecero capire come quella era (ed è) la via giusta e, da allora, è cominciato quel risveglio fisico che ha cambiato tutta la mia vita. È stato proprio il prendere in considerazione il corpo come entità viva che mi ha fatto fare tante scoperte. La prima, e più grande, è stata quella che non mi portavo dietro un ammasso indistinto di ossa e muscoli, ma che il corpo è un insieme che si sviluppa e vive secondo “leggi naturali” e che è parte di quel sistema più grande, complesso e completo che è tutta la persona; sistema che, a sua volta, è regolato da una “legge generale”, propria e unica di ogni individuo, che indirizza e governa tutta la “macchina” umana, dalla fisicità, alle capacità intellettuali, alle emozioni. Lavorare il corpo in modo diverso da quello che avevo conosciuto da bambina, mi ha portato a prendere coscienza del fatto che la mia scoliosi non era dovuta ad un qualche strano virus o, come qualcuno asseriva, ad un vizio congenito, ma che la mia schiena si era piegata, indebolita e schiacciata perché la bambina che ero stata, aveva dovuto subire e accettare, oltretutto come prove d’amore, le altrui continue violazioni di quelle leggi naturali e generali che ne regolavano l’equilibrio. Il lavoro su di me con il Metodo Monari è stato il tramite attivo per cui ho (ri)conosciuto queste idee e ho capito quanto mi appartengono e che l’averle dovute negare e rimuovere, è stata la causa unica e vera del mio essere, sentirmi e dover vivere come se fossi stata spezzata in due: mi ha fatto acquisire quella conoscenza dell’unicità del mio essere che mi era del tutto ignota, aiutandomi a (ri)trovare il senso che unisce il corpo all’emotività e alla razionalità. Da subito, sono stata ammaliata dal fascino dei legami che esistono tra cuore (= emozioni) e corpo, tra ricordo e creazione di possibilità future e tra tutti questi “elementi” assieme. Il mistero dei robusti fili che legano emotività-fisicità-razionalità si è svelato proprio andando a lavorare sul corpo: quando la “pelle” ha cominciato a sentire il piacere di essere amata, quando i muscoli hanno cominciato ad ammorbidirsi e a tornare alla loro forma naturale. Da lì è cominciata la mia gioiosa rinascita, dentro una tribù che mi accoglieva per quello che ero, che mi era vicina senza chiedermi niente in cambio, che mi aiutava a riconquistare quell’aria e quello spazio negati, che mi faceva assaporare il piacere del vivere in branco e del (ri)costruire le tante storie dei propri componenti, ognuno per proprio conto ma, contemporaneamente, essendo ciascuno importante per gli altri. Faccio un esempio, anche se credo che le parole non riescano a rendere fino in fondo tutto quello che avviene “dentro”. Con una serie di esercizi che hanno ammorbidito e riallungato la muscolatura posteriore, ho percepito e si sono sbloccate le anche e i fianchi, tanto contratti per cui ne conoscevo l’esistenza solo per il dolore che mi provocavano, ma di cui mi era sconosciuta la vera utilità. Sbloccando quelle parti, dolorosamente ma, assieme, con un gran senso di liberazione, ho percepito che qualcun’altro aveva provocato quel blocco in un passato apparentemente lontano ma, emozionalmente, ancora vicinissimo. Ho sentito che quei muscoli erano rimasti paralizzati sotto una massa di sottile violenza, riversatami addosso sotto le mentite spoglie di amore. Contemporaneamente il bacino si è “messo in moto”, cioè ho potuto finalmente fare tutti quei movimenti che non conoscevo perché non avevo mai potuto neanche “sperimentarli”. Poi, nel lavoro di contatto che è seguito, nell’abbraccio caldo e consolatorio di un’amica, ho rivissuto tutto il dolore provato dalla bambina di allora: qualcosa di profondamente mio mi era stata tolto, anzi strappato con una brutalità tanto grande che avevo preferito non ricordare più. Oggi, con il bacino libero da “legacci” e con tutta l’emozione che viene da un movimento (ri)trovato, ho voglia e, soprattutto ne ho la possibilità di saltare, correre, ballare, ancheggiare senza sentire dolore né fisico né emotivo. È stato proprio attraverso la ricerca del “cosa” aveva deformato il mio corpo, che ho potuto scoprire la grande mistificazione che ha stravolto me e il mio senso della vita, ossia, la vera natura di quei sentimenti che mi sono stati spacciati per amore. È stata questa ricerca che mi ha portato a scoprire come il corpo si è contorto per la lotta che la bambina di un tempo doveva combattere contro se stessa per doversi adattare, a tutti i costi, ad essere plasmata, ammaestrata, educata secondo canoni, necessità e prospettive di vita che altri si erano prefissi, avendo, al contempo, la costante certezza che sarebbe comunque risultata poco conforme alle aspettative riposte su di lei. Alla bambina allegra, vivace, curiosa, pronta a socializzare non erano riconosciute né le sue capacità, né le sue esigenze, né lo spazio necessario ad esprimersi. Le si disconosceva il diritto ad esistere, forzandola ad essere altro, ad immedesimarsi in un gioco delle parti che le era estraneo. Le peculiarità venivano svilite. Le veniva lentamente inculcata la paura di essere comunque “al di sotto” e, quindi, diversa dagli altri per “patologia” e non perché ognuno è uguale solo a se stesso. La semplice e naturale necessità di crescere accompagnata nel mistero della vita finché non ne avesse trovato la sua chiave di volta, la voglia di “muoversi” per il mondo, di trovare e prendersi lo spazio che pensava le spettasse, tutte queste “ovvie” necessità legate alla fragilità ma, anche, alla magia dell’infanzia, si sono schiantate prima contro e, poi, dentro, la gabbia di dolori, frustrazioni, paure, rabbie, insofferenze e indifferenze altrui, che le furono caricate sulle spalle per umiliare e soffocare l’essere che preludeva alla donna. E il suo corpo non ha potuto far altro, appunto, che piegarsi sotto questo peso, cercando di adattarsi come poteva a quella “sovrastruttura” che, violando in continuazione tutti i confini, fisici e non, si insinuava fin nell’intimo più profondo, togliendole l’aria e lo spazio. In sostanza, il messaggio che mi veniva lanciato e, soprattutto, quello che io percepivo era che la mia (supposta ma mai apertamente dichiarata) scarsa capacità intellettuale, l’incapacità di essere autosufficiente, la cupezza del carattere, la timidezza, così come la scoliosi, erano vizi di fabbricazione, qualcosa di congenito. Cosicché, con l’andare degli anni, avevo raggiunto un’unica certezza: quella di essere storta nel corpo e nella mente, di essere stata io ad inceppare qualche pezzo del meccanismo. E non potevo che giungere a quella conclusione visto che, diversamente, avrei dovuto riconoscere che chi avrebbe dovuto amarmi era stato, in realtà, la causa prima dei danni che avevo subito e delle beffe che a questi si erano aggiunti. Ma, il prendere coscienza di questa mia non colpevolezza, era molto più difficile e doloroso che non fare ammissione di colpa. Se, con tutti i mezzi, hanno cercato di convincerci che siamo inguaribilmente “sbagliati”, ingrati, ottusi, che viviamo male solo per colpa nostra, perché non abbiamo saputo apprezzare ed utilizzare l’amore che ci sarebbe stato dato, era più facile, più ovvio pensare ad una mia naturale colpevolezza, piuttosto che ad una naturale innocenza. Oggi, però ho la sensazione che le mie, onnipresenti, insofferenza e insoddisfazione siano state il segno più evidente del fatto che, seppure nell’inconscio più profondo, ho sempre percepito la vitalità, la gioiosità, la forza della bambina di un tempo, che, in definitiva, la bambina stessa, non era morta ma era rimasta in una sorta di doloroso limbo, intorpidita e impedita a nascere veramente. Klarissa Pinkola Estés sostiene che «... Da qualunque cultura sia influenzata, la donna comprende intuitivamente le parole donna e selvaggia. Quando le donne odono queste parole, un’antica, antichissima memoria si rimescola e torna in vita. La memoria è della nostra assoluta, innegabile e irrevocabile affinità con il femminino selvaggio, sepolta dall’addomesticamento eccessivo, messa fuori legge dalla cultura circostante, o non più compresa per niente. Possiamo aver dimenticato i suoi nomi, possiamo non rispondere quando chiama i nostri, ma nelle ossa la conosciamo, ci struggiamo tendendo a lei; sappiamo che lei ci appartiene e che noi apparteniamo a lei». Credo che, per quanto mi riguarda, mai richiamo sia stato tanto forte come quello della mia “selvaticità”, cioè del legame giocoso, gioioso e naturale, che mi unisce alla vita. Ma la sofferenza, la frustrazione, la disperazione della bambina avevano bloccato, per forza di cose, l’avvicendarsi della Donna Selvaggia: non avevo potuto riconoscere questa perché ero impegnata nel costante tentativo di far definitivamente “venire al mondo” la bambina. Mi erano stati inibiti a priori, fin da quando ero una “cucciola”, l’udito per ascoltare il richiamo della Donna Selvaggia, la voce per risponderle e la forza fisica necessaria a seguirla. Dunque, la mia “natura primordiale”, la capacità di intuire e percepire la vita e gli altri esseri, la possibilità di capire quali erano i miei confini naturali sono state offuscate. Si è annebbiata la capacità di sentire e vivere le emozioni e, visto che è lo specchio di quello che ha vissuto e subìto lo “spirito” (o come lo si voglia chiamare), si è ammalato il corpo e la sua capacità di percezione dei limiti fisici che gli dovevano essere propri, quei limiti che ne costituiscono la forma e che permettono di poterlo sentire come proprio. Il mio corpo era diventato la sola e unica valvola di sfogo rimastami per segnalare la rabbia, il dolore, la frustrazione che non riuscivo ad esprimere: mi erano stati bendati gli occhi, otturate le orecchie, messa la museruola e legate le zampe per cui non potevo vedere cosa fare della mia vita, non potevo sentirne il richiamo, non potevo cantare la gioia di vivere e non potevo camminare né, tantomeno, correre verso quello che, seppur inconsciamente, avrei desiderato fosse un futuro positivo. Speranze e sogni erano avvolti nella più profonda nebbia dell’insicurezza, perché mi era stato insinuato il dubbio di essere sempre inadeguata, poco adatta, naturalmente incapace a capire, troppo debole per poter andare da sola. Ero certa che avrei avuto costantemente bisogno di qualcuno che mi indirizzasse, che decidesse per me, tanto che l’idea di dover procedere nella vita senza l’appoggio, o meglio, l’indicazione della direzione da prendere e, poi, l’approvazione di qualcuno “più capace ed esperto”, mi dava il panico. Non mi rimaneva che chiudermi sempre più in me stessa, visto che, oltretutto, la mia socialità era stata annientata; mi avevano sempre parlato degli “altri” come estranei invadenti, pericolosi, rapaci, ambigui, di cui temere la naturale propensione alla violenza e, allo stesso tempo, mi era stata inculcata nella mente l’idea che l’unica unità di misura valida per valutare le persone era la capacità e la conoscenza intellettuale: il cervello è l’unica bussola valida per orientarsi nella vita, il resto è tutto un sovrappiù. La prima cosa da fare, mi dicevano, è razionalizzare le emozioni, ragionarci sopra e non lasciarsi “trascinare” da esse. Ed io, sempre considerata come un tipo “troppo emotivo” (e, l’eccesso di emotività, veniva inteso come debolezza e dabbenaggine), sono stata pian, piano presa dal terrore di confrontarmi con le altre persone; ero totalmente impedita, incapace di costruire quel mondo di rapporti umani che, sotto sotto, avrei desiderato: la timidezza era diventata il paravento dietro cui nascondere la paura di essere sempre più stupida e inetta. La paura del contatto, non solo fisico, mi paralizzava e, anche se ero in un gruppo di amici, ero comunque e sempre sola, isolata, incapace di difendere la mia unicità, incapace di accettarmi e, quindi, di propormi per quello che ero (e sono). Ecco, la paura mi è stata per tanto tempo costante, scomodissima e paralizzante compagna di viaggio. Spesso, anche per cose apparentemente banali, era la paura che sconfinava nel panico o nel terrore. Era una sensazione fisica molto forte: mi rendeva inerme, mi immobilizzava il corpo, e si attaccava alla bocca dello stomaco (tanto che, già verso i sette anni, parallelamente alle prime avvisaglie della scoliosi, venne fuori la gastrite). Mi faceva sentire vigliacca e, perciò, ancor più stupida di quanto non mi sentissi già. Mi accompagnava nelle “piccolezze” della vita quotidiana come nelle grandi cose. E non riuscivo a vincerla perché mi pensavo troppo debole per affrontarla. Oggi so che quella paura, seppure tanto scomoda e intralciante, è stata in qualche modo un mezzo di salvezza, una inconscia manifestazione di forza: mi segnalava che i miei confini erano stati violati e che, quindi, non avendo sviluppato un buon sistema di difesa, dovevo essere vigile perché potevo essere facilmente attaccata e non avevo le armi per rispondere. La paura, o meglio, le tante paure, hanno cominciato a scemare quando ho capito che ad una “ferita” del cuore ne corrisponde una del corpo, che tutte e due hanno lasciato una cicatrice, che il dolore può tornare quando rivivo situazioni simili a quelle che hanno provocato il danno e che, tuttavia, il dolore può convivere con la gioia di vivere, con la costruzione di aspettative per il futuro. Da questo punto in poi il mio corpo ha cominciato a riprendere la sua forma naturale; man mano che esso è tornato alla sua normalità, io ho cominciato a riprendere in mano anche tutto il resto della mia vita. Dare un nuovo senso alla mia vita è anche un ulteriore modo per ricostruire tutta la mia storia, un modo per arrivare meglio alle radici del mio stare male. Per esempio, curare il corpo in modo amorevole, mi ha premesso di vedere con un occhio diverso il percorso terapeutico che ha preceduto il mio incontro con il Metodo Monari, e mi ha fatto capire come i vari busti e ginnastiche più o meno correttive, per me, sono stati una ulteriore punizione, un aggravio di pena dato ad una persona che segnalava il proprio disagio verso l’ammaestramento, il soffocamento della propria “indole selvaggia”, un aggravio di pena per chi continuava a “dire la sua”, seppure esprimendosi in modo così doloroso. Questo è potuto accadere soprattutto perché viviamo in una società complessivamente e profondamente malata, instabile, insicura delle proprie basi, che, perciò, a qualsiasi idea (politica o religiosa) si faccia riferimento, non ammette la non conformità ai propri canoni morali e materiali. Esiste comunque un conformismo a cui si deve sottostare, pena l’esclusione, l’essere posti “fuori dal gruppo” e, quindi, considerati come elemento di disturbo da “risocializzare”, “rieducare” per essere ricondotti entro l’ambito di quei canoni. È una società che “fa ammalare” chi non risponde a quegli schemi rigidi che la regolano, facendo diventare comunque un “mostro” chi non si sottomette, costringendolo a enfatizzare tanto la sua diversità fino a farla diventare una abnorme anormalità e fino a farlo dibattere nel dolore di non riuscire ad adeguarsi a quei canoni. Ed è stato proprio leggendo in questo modo la piccola società in cui aveva vissuto la bambina di un tempo, che ho scoperto la “positività” e la funzione del dolore, quel dolore che un tempo rifuggivo o, peggio ancora, negavo. Oggi lo vivo fino in fondo perché, risentire un dolore antico, mi serve a riconoscere, capire e, quindi, alleviare un dolore di oggi, a trasformarlo in una “azione positiva” verso me stessa. Ho lo strumento che mi permette di vedere e valutare l’ostacolo. So che la schiena può farmi male quando mi sento piegata sotto il peso dell’umiliazione, dell’offesa, del non veder riconosciuta la mia capacità o la mia intelligenza. Ma la conoscenza del legame fra questo dolore fisico e questo dolore emotivo l’ho conquistata solo dopo che mi sono calata in quello della Bambina che ha visto umiliata, offesa, negata la propria intelligenza, le proprie capacità, le proprie emozioni. Affrontare e vivere il dolore mi ha dato, soprattutto, la possibilità di riprendermi la mia corporeità, il mio esistere tutta intera, fatta (come tutti) anche di materia palpabile, che può trasmettere sensazioni e dialogare con gli altri allo stesso modo, anzi, per me, alzando il livello della comunicazione, più di quanto non si possa fare con le più belle parole. Molto spesso, le emozioni più grandi sono solo filtrate dalle parole, perché se non sono accompagnate da uno sguardo, da un gesto, difficilmente si può renderne il senso vero. Ho cominciato a sentire con piacere che il corpo è vivo e può parlare, che non è più uno sgraziato ed ingombrante scatolone, utile solo a portare in giro un cervello neanche tanto sviluppato, ma che, finalmente, è diventato fisicità; intelletto e sfera emotiva sono diventati un tutt’uno; si è aperto quel dialogo fra loro che mi permette di non sentirmi più spezzata. Riprendermi il mio dolore mi ha fatto anche (ri)scoprire il piacere. Capire il dolore che c’era dietro al non trovare o di non riuscire a “gustarmi” fino in fondo un qualsiasi piacere, mi ha portata a capire che non sta scritto in nessuna legge della natura che il provare piacere è un male, una perversione, che non deve affatto essere accompagnato dal dolore per aver ricevuto qualcosa di immeritato. Anzi, credo proprio che l’aspirazione al piacere è un diritto sacro e inviolabile, una giusta e sana aspirazione insita nell’animo umano. Ho scoperto le tante facce del piacere, molte per me del tutto sconosciute: il piacere fisico, fatto di tanti piccoli e grandi piaceri, come quello del contatto “di pelle” con persone anche sconosciute, ma con cui si può creare un “feeling” solo perché, magari, mi prende l’odore o lo sguardo; il trovare consolazione, affetto, solidarietà nell’abbraccio di qualcuno che vedo per la prima volta ma che sa trasmettermi calore, passione, emozione e il piacere di potermi abbandonare a questa sensazione; il piacere di scoprire che il corpo può seguire un desiderio del cuore senza dolore ma, anzi, essendo stimolato a guarire; il piacere di azzardare, di rischiare, di mettermi in gioco; il piacere grande di sapere che posso stare bene con me stessa e di avere la consapevolezza che posso reggermi da sola, sulle mie gambe e con la mia testa, pur avendo la necessità di avere vicino il “resto del mondo”, che è di importanza vitale per la Donna Selvaggia, grande “animale sociale” che ama la sua solitudine tanto quanto il vivere in branco. Lasciarmi andare al piacere di gustare il piacere. Sembra un gioco di parole, ma è la conquista della consapevolezza di essere nel pieno diritto di seguire l’onda delle mie emozioni, dei miei desideri, dei miei bisogni, senza sentirmi in colpa e senza avere la sensazione di tradire qualcuno. È la certezza che niente e nessuno può più arrogarsi il diritto di far seguire una punizione ad un piacere provato, ad un desiderio realizzato, ad un bisogno appagato. È la ritrovata forza del non dover sempre, come si dice, razionalizzare ogni sensazione, ma il riuscire, finalmente, a vivere le emozioni come vengono e per quello che sono. È la certezza che il corpo, se amato come parte integrante di se stessi, non ha bisogno di correzioni, ma vuole semplicemente essere assecondato nel suo evolversi. È guardarmi allo specchio e vedere un corpo femminile, seppure ancora con dei problemi. È stato lo scoprire di avere peculiarità che neanche sospettavo e che mi danno grande soddisfazione, come il saper parlare e il saper trasmettere questo piacere agli altri; il saper ricevere quello che gli altri mi offrono di sé; l’essere divertente, allegra, scanzonata; l’essere considerata da persone che stimo, e il sentirmi io stessa, come una “forza della natura”, parte integrante di quella natura che non si lascia sopraffare con tanta facilità ma che sa come conservare almeno parte della sua integrità. È avere la certezza che ho delle capacità e delle possibilità, volutamente e sicuramente diverse e non più confondibili con quelle aspettative che qualcun’altro aveva riposto su di me, è la necessità, ovvia per una Donna Selvaggia, di non poter stare chiusa e ferma in piccoli spazi (siano essi fisici o mentali), ma di avere insito in sé il bisogno primario di muoversi, di poter viaggiare col corpo, con la mente e con il cuore. Ma è un piacere anche la coscienza dei miei “limiti”, perché so che questi mi danno la misura dei miei confini ritrovati; non sarà facile farli rispettare, ma è già molto averli individuati e sapere che a me stessa debbo il dovere e il piacere di difenderli da sola, che non ho bisogno di cavalieri senza macchia e senza paura che stabiliscano quali sono e come vanno difesi. Il Metodo Monari mi è servito, dunque, da “guida” per arrivare alla (ri)scoperta e all’amore verso la “mia” bambina e, contemporaneamente, alla acquisizione della coscienza che la Donna Selvaggia è ancora viva in me, che io sono una Donna Selvaggia. Per dirla meglio, riprendendomi la mia corporeità, ho capito che tutto il mio squilibrio era la conseguenza del non aver potuto percepire la connessione che pure esiste tra la mia bambina e la Donna Selvaggia, cioè del non aver potuto dar corso alla naturale evoluzione della prima verso la seconda. Il Metodo Monari è stato il “luogo” fisico, mentale ed emotivo per cui ho potuto (ri)stabilire il contatto fra la mia Bambina e la Donna Selvaggia, che si sono finalmente trovate, e vivono a loro agio, nella loro casa rinnovata che è il mio corpo. Molti fili li ho già riannodati e il passaggio di consegne è già avvenuto. Roberta Gravano [-] 27/10/2006 IL MIO INCONTRO CON IL METODO MONARIHo incontrato il Centro Monari quasi per caso. Circa un anno prima mi avevano diagnosticato la Sclerosi Multipla. Non riuscivo a crederci e a farmene una ragione, non era possibile, una malattia cosi grave proprio a me. La paura dell’infermità progr...[+]
Ho incontrato il Centro Monari quasi per caso.
Circa un anno prima mi avevano diagnosticato la Sclerosi Multipla. Non
riuscivo a crederci e a farmene una ragione, non era possibile, una
malattia cosi grave proprio a me. La paura dell’infermità progressiva e
irreversibile che mi era stata presagita, era enorme, più grande di me.
Ma è proprio quando la paura è molto forte che ci viene spontaneo
compiere atti di coraggio altrettanto forti. Nonostante fossi
terrorizzata, la mia testa era piena di pensieri cupi e poco ottimisti,
pensavo che doveva esserci, da qualche parte qualcosa, qualcuno che mi
aiutasse a guarire, non era possibile che fosse irreversibile. Mi
chiedevo spesso: e adesso cosa faccio?!
Raccolsi tutte le mie forze, tutto il mio coraggio e decisi di non
farmi sopraffare da quella diagnosi nefasta. Volevo e dovevo provare
altre strade, diverse da quelle della medicina ufficiale che si era
dichiarata impotente. Mi ripetevo spesso che non avevo nulla da
perdere, forse comunque era solo questione di tempo, però almeno ci
avevo provato, mi ero battuta e non arresa. Avevo sempre considerato la
salute come un dato di fatto, qualcosa che nonostante tutto non potesse
venirmi meno. Qualcosa a cui, siccome è gratuita, ci viene data a
corredo quando nasciamo, non sapevo dare valore. E invece ora dovevo
fare i conti con la malattia. Una malattia incurabile e progressiva,
che avrebbe a poco a poco distrutto il mio corpo, la mia vita, i miei
sogni. Avevo ancora così tante cose da fare, tante emozioni da provare.
Pensavo e ripensavo spesso a come era potuto accadere, cosa mi era
sfuggito. Mi sembrava di sapere tutto sul corpo, lo avevo studiato sui
libri di scuola. Sapevo come era fatto, come funzionava, e come
soddisfare i suoi bisogni materiali, che credevo fossero gli unici
possibili. Però, non sapevo nulla del mio corpo. Il pensiero che più mi
stupiva, ciò di cui non riuscivo a capacitarmi era che mi aveva
tradito: mi sentivo tradita dal mio corpo, si era ammalato seppur cosi
giovane. Seguendo i miei pensieri incappai in una domanda insolita:
oltre a ciò che mi dicevano gli altri ( medici, terapisti vari, libri,
ecc.), del mio corpo cosa sentivo?! Improvvisamente mi ravvidi e lo
sentii come estraneo, come fosse il corpo di un altro, uno che
conoscevo poco, e poi cosa voleva da me, perché si era messo a urlare?!
Ripensai a quanti segnali di disagio mi poteva aver sussurrato in tutti
questi anni di convivenza, e a cosa ne avevo fatto, visto che non mi
ero accorta del suo stare male, del mio stare male. Dove ero stata
tutto quel tempo, mentre lui continuava a vivermi accanto.
La malattia incalzava e io sentivo che non avevo tempo da perdere,
dovevo rinsaldare i rapporti, “ripristinare la continuità interrotta”,
dovevo muovermi, agire. Bella prova per me che mi stavo paralizzando.
Ero frastornata e confusa. Da dove cominciare? Cercai più informazioni
che potevo su questa malattia semisconosciuta, non escludendo nessuna
fonte. Trovai dei libri che parlavano dell’igienismo, una filosofia di
vita basata sul vivere il più naturalmente possibile, e questi aprirono
la mia mente a nuovi e più ampi punti di vista. Lessi che questi medici
consideravano la malattia come una risposta benefica e vitale del
corpo, e che è grazie ad essa che l’organismo scarica le tossine e si
riporta in equilibrio. Di come l’alimentazione naturale sia
fondamentale per la salute, di come sia importante il rispetto dei
tempi fisiologici del corpo, e che è la Natura che agisce da guaritrice
universale, noi glielo dobbiamo solo permettere.
Ero affascinata da questi concetti che sentivo appartenermi, sono
cresciuta in campagna e la Natura era spesso la mia compagna di gioco,
ma cosi diversi da quelli che ero abituata a sentire e che avevo
studiato sui libri di medicina. Solo da piccola avevo sentito dire a
mia nonna che lei era il medico di se stessa, ma lei era una semplice
contadina, non un emerito professore di università.
Decisi che dovevo seguire il mio cuore, ovunque mi portasse, io avevo
ancora la vita, avevo ancora me stessa ed era da qui che volevo
partire. Sapevo che per fare questo dovevo andare contro la paura di
tutti: medici, famiglia e soprattutto contro la mia di paura. E’ più
facile seguire una strada conosciuta o anche solo affollata, seppur
devastante, che avventurarsi da soli per una strada isolata e
sconosciuta. Applicai diligentemente e rigorosamente i nuovi principi
igienisti, soprattutto riguardo al cibo, perché pensavo che solo così
avrebbero potuto dare i risultati che prospettavano. E infatti queste
nuove scelte mi portarono a un notevole miglioramento, tanto da fermare
la progressione della malattia e dopo circa un’ anno darmi la forza e
la possibilità di rispondere attivamente alle nuove domande che avevo
in testa.
Però comunque, non stavo come volevo io: ero sempre molto stanca,
insicura, depressa, mi sentivo come legata a un filo. La lotta contro
la paura della mia famiglia e le loro continue critiche e insicurezze,
contro la mia paura del futuro e i miei dubbi, contro la solitudine che
le scelte controcorrente portano, mi svuotava. A volte pensavo fosse
meglio abbandonarsi alla malattia. Avrei avuto tutti ai miei piedi,
pronti a rendersi utili, fino a che non fossi diventata un peso e
allora forse mi avrebbero scaricato per sopravvivere essi stessi. Ma la
mia vita non poteva essere solo questo trascinarsi. Sapevo che tutto
quello che facevo non era abbastanza, avevo bisogno di altro
nutrimento, avevo bisogno di qualcosa di più. Un di più che mi portasse
dentro alla malattia, alle sue ragioni, per capire, per sapere, per
conoscere. Ma di nuovo non sapevo da dove cominciare. Il mio corpo era
spossato e privo di forze, era come spento. Provai diverse terapie:
shiatsu, analisi, chiropratica, ecc.. Ottenevo dei benefici, ma che si
annullavano in troppo breve tempo. Io volevo qualcosa che “svegliasse”
il mio corpo alla sua naturale capacità di guarire, come dicevano gli
igienisti, solo così mi sarei liberata dalla malattia, io rivolevo il
mio corpo sano e pieno di vita. Un giorno gironzolando per una libreria
in cerca di intuizioni, trovai un libro dal titolo “Io e il tuo corpo”,
di Maddalena Monari. Il titolo mi suonava curioso e provocatorio. Lo
sfogliai attentamente, volevo capire cosa proponeva. Il suo era un
parlare strano. Parlava della violenza dell’educazione, diceva che nel
corpo è scritta tutta la nostra storia ed è per questo che lavorare sul
corpo vuol dire entrare profondamente nella sfera emotiva. Diceva che
nei nostri muscoli sono bloccate le emozioni che non abbiamo potuto
esprimere, che ogni dolore è scritto nel nostro corpo, immagine del
nostro inconscio. Che siamo costretti a distruggere il nostro corpo per
non sentire e che abbiamo solo due possibilità: quello della violenza
verso gli altri o verso noi stessi, cioè la malattia. Era ciò che
cercavo: l’origine sconosciuta del mio stare male. Mentre leggevo mi
sentivo emotivamente coinvolta, come se stesse parlando di me.
Conoscevo la violenza, l’umiliazione di cui parlava, conoscevo il
rancore, l’odio, la rabbia che non avevo potuto esprimere perché mi era
stato proibito, e che sentivo di avere ancora dentro. Quanta paura mi
facevano questi sentimenti distruttivi, mi sembravano draghi le cui
bocche fiammeggianti avrebbero distrutto me e le persone che avevo
intorno, se solo avessi osato liberarli. Non comprai il libro. Pensavo
che il centro si trovasse a Milano, e poiché mi sentivo ancora troppo
debole per affrontare trasferte in altre città, era inutile che mi
concentrassi su qualcosa che non potevo fare. Però non appena le mie
condizioni fisiche me lo permettevano, volevo farne esperienza, provare
su di me direttamente, anche per una sola volta. Nei giorni seguenti,
le frasi lette, continuavano a girarmi nella testa. Le sentivo così
vere. Avevo zittito il mio corpo per non sentire troppo dolore, per non
sentire tutto quel dolore che avrebbe potuto farmi impazzire, paura
ricorrente delle mia adolescenza. Capivo che in qualche modo dovevo
compiere il cammino a ritroso, dovevo andare dove avevo seppellito il
mio terrore. In ogni racconto, sono le scelte del protagonista
che portano ad una data conclusione della storia, piuttosto che a
un’altra. Dovevo rileggere riga per riga la mia vita, e vedere come e
se potevo riscriverla, cambiare la fine del romanzo, perché la fine che
mi aspettava non mi piaceva. La mia vita non poteva finire così. La mia
vita non poteva essere solo questo. Nella mia ricerca di tracce, di
spunti per la guarigione, mi capitò tra le mani un libro di W. Reich e
una frase fece breccia nella mia mente. Diceva che “ogni tensione
muscolare contiene una storia ed il significato della sua origine. Il
suo scioglimento libera non solo l’energia, ma riporta anche alla
memoria la situazione stessa in cui il trauma ha avuto luogo”. Che
rivoluzione era mai questa!? Attraverso l’allentamento delle tensioni
muscolari, avrei potuto rivivere i traumi subiti e in qualche modo
riscriverli. Però non sapevo come fare, avevo fatto più di due anni di
analisi e non mi aveva portato da nessuna parte, facendomi capire che,
evidentemente, non era la mia strada giusta, che avevo bisogno d’altro.
Qualche giorno dopo, sfogliando l’elenco del telefono trovai, per caso
e con grande sorpresa, l’indirizzo ed il numero del Centro Monari, che
era proprio a Bologna dove io abitavo. Ero fortemente attratta dalle
parole del libro, e anche se non avevo capito, perché non mi ero
soffermata abbastanza sul lavoro che proponeva, decisi che dovevo
sperimentare qualcosa per capire dove volevo andare, e poi avevo
bisogno di aiuto. Non capivo bene, ma avevo bisogno di aiuto, anche se
non sapevo come e a chi chiederlo. Perciò provai a chiamare per fissare
un’eventuale appuntamento. Mi presentai al centro alquanto titubante,
l’unica cosa di cui ero certa era che avevo la Sclerosi Multipla e che
volevo almeno fermarne l’avanzata. Mi sembrava di ricordare che il
lavoro si rivolgesse soprattutto a persone con problemi
osteoarticolari, perciò mi ero preparata ad un rifiuto impotente.
Sapevo di avere una malattia grave e che ci voleva coraggio a lavorare
con me. Quando entrai al centro, notai subito che era diverso da tutti
quelli che avevo frequentato, non era così spartano. Era stato pensato
per essere prima di tutto accogliente, i colori tenui dell’azzurro e
del verde pastello, il giardino interno, la tranquillità, la luce
soffusa. Poi incontrai Maddalena, anzi incontrai subito i suoi occhi, e
nonostante mi incutesse timore, sentivo di potermi fidare. Era bella e
morbida nel suo vestito lungo, calda nel parlare e sicura. Avevo
bisogno di qualcuno che mi aiutasse senza invadermi, avevo bisogno di
qualcuno che mi fosse empaticamente vicino, ma abbastanza lontano da
non impaurirmi. Una persona malata si sente indifesa, impaurita e sola.
Lei mi dava come l’impressione che avesse capito tutto, che sapesse
tutto di me anche se ancora non le avevo parlato. Non c’era quasi
bisogno di parlare, il sentire era più forte. Era come se da lei
traspirasse sapienza, che sento forte ancora oggi, e che non avevo mai
percepito in nessun altro terapista, nessuno mi era mai entrato così
dentro. Era come se il mio essere e il suo essere comunicassero in
un’intesa profonda, finalmente qualcuno mi capiva senza faticare tanto.
Le parlai della S.M. . Mi ascoltò in silenzio, senza dire niente,
perché non c’era niente da dire ma solo da fare, e per fortuna decise
di lavorare con me. Così cominciai piano quello che sarebbe stato il
cammino più difficile e coinvolgente della mia vita, tutto il mio
essere ne era partecipe. Era un lavoro diverso dal solito, non sapevo
cosa mi aspettasse e non sapevo casa aspettarmi, non ero abituata a
lasciar fare al corpo, ma sentivo che era l’unico lavoro che dovevo
fare. Io volevo ritrovare il mio corpo, il suo amore per la vita,
volevo dargli voce o forse dovevo solo ritrovare il coraggio di
ascoltarlo. Comunque cominciai con degli incontri settimanali di un
paio d’ore. Il lavoro si svolgeva in gruppo e per me, incazzata col
mondo, solitaria e introversa, era un problema, ma non volevo e non
potevo tirarmi indietro. Si dovevano mettere delle palline da tennis
sotto ai muscoli e questi,
come per magia, mollavano le tensioni, si rilassavano a tal punto da
allungarsi vistosamente. Seguivo le indicazioni diligentemente, così
come è nel mio carattere, non volevo perdere nessuna sensazione di quel
poco che sentivo, volevo capire cosa stava succedendo. Sentivo i
muscoli rilassarsi, sentivo tutto il mio essere sprofondare in un
rilassamento mai provato prima, ma nonostante ciò, comunque, dopo
diversi mesi di lavoro, capivo che era un lavoro come di superficie, io
avevo bisogno di qualcosa di più forte, che entrasse più dentro, che
riuscisse a passare oltre la mie barriere. Poi Maddalena mi propose un
lavoro a suo dire più profondo, strutturato in stages di alcuni giorni,
per diverse ore al giorno. Mi fidavo di lei, ne avevo bisogno, e
provai. Capii subito cosa volesse dire con lavoro più profondo, capii
subito perché fu li che incontrai il mio dolore, che incontrai il
“peggio di me stessa”, il mio lato oscuro, quella parte di me che
volevo nascondere, che non volevo incontrare perché mi faceva paura,
che non volevo sentire, di cui mi vergognavo. Stavo aprendo la stanza
degli orrori. Incontrai la disperazione che da bambina avevo rimosso
per poter sopravvivere. Incontrai la disperazione di stare in un corpo
sbagliato. Ad ogni stage, trovavo pezzi della mia infanzia che, non
avevo dimenticato, sapevo che c’erano, ma dei quali non ricordavo più
il dolore, e quel dolore si ripresentava in tutta la sua forza
devastante, ma questa volta potevo permettermi di sentirlo, potevo
abbandonarmi al dolore travolgente perché questa volta c’era Maddalena
che non mi perdeva. Ora potevo affondare nella mia disperazione, potevo
immergermi in essa fino in fondo perché sapevo che non mi avrebbe
annientato. Avevo bisogno di qualcuno che accogliesse il mio dolore, il
dolore che da bambina mia madre non aveva potuto accogliere, e lo
portasse fuori da me. Ogni volta che “riemergevo” dall’incontro con il
passato, mi sentivo più forte, più sicura di me stessa, con più
energia, cosi come avevo letto nella frase di Reich. Avevo incontrato
il drago e la paura di affrontarlo, ma alla fine avevo visto che era
solo un mulino a vento. Era un lavoro pesante, impegnativo, lento e
lungo, che riverberava i suoi effetti anche dopo, finito la stage. Ma
io volevo farlo: solo quel lavoro mi avrebbe resa libera, avrebbe
liberato il mio essere, mi avrebbe dato la libertà che volevo, cioè la
libertà di partecipare il mio sentire. Io volevo liberarmi da tutto il
dolore del mondo che sentivo imprigionato nel mio corpo, che avevo
sempre considerato come un luogo di sofferenza da cui scappare, il
responsabile di tutti i miei problemi. Lo avevo ritenuto colpevole, per
la sua fragilità, di essersi ammalato: era il mio nemico da combattere,
e dopo quarant’anni di battaglie ero stanca, forse la vita era anche
altro. Volevo liberarmi da tutto il ciarpame che avevo raccolto durante
gli anni dell’educazione, che mi aveva portato lontano dal mio corpo,
dal mio sentire, facendomi affondare in quella disperazione. Credevo
ciecamente in ciò che facevo, volevo immergermi completamente
nell’esperienza della guarigione. Stavo a poco a poco sempre meglio,
sentivo sempre di più che quel lavoro era la mia strada giusta e la
percorrevo, pur tra mille paure con sicurezza. Ogni volta toccavo il
fondo e ogni volta lo raccontavo. C’era un gruppo di persone che mi
ascoltava, che si emozionava per me e con me, al quale comunicare
l’esperienza che stavo vivendo. C’era Maddalena, come testimone
consapevole, e c’ero io, fragile e indifesa dal passato, ma allo stesso
tempo forte e determinata. Ogni volta raccontavo la disperazione che
avevo incontrato e questo mi liberava. Liberava la mia mente, liberava
il mio corpo, liberava la mia vita. Fino a quando, l’anno scorso,
durante uno stage, provai una sensazione a me sconosciuta, qualcosa che
davvero non avrei mai pensato di provare. Finalmente incontrai il
“ben-essere” di stare nel corpo, di stare nel mio corpo, non volevo più
scappare, non mi faceva più rabbia, non avevo più paura di incontrare i
suoi bisogni.
In qualche modo sentivo che sarebbero finite le battaglie di
auto-distruzione, potevo prendere fiato. La percezione della malattia
si affievoliva sempre di più. Ero diventata più curiosa rispetto a ciò
che mi circondava, e ora potevo spostare la mia attenzione anche fuori
da me. Capivo che per guarire avevo dovuto concentrarmi solo su di me,
mi ero chiusa su me stessa da escludere tutto e tutti. Il percorso di
guarigione era un fatto così impegnativo da non permettere distrazioni.
Ma ora che potevo alzare lo sguardo, ora sentivo che mi mancava
qualcosa, e quel qualcosa erano gli altri. Mi mancava l’apertura, lo
scambio emotivo con l’altro. Non ero però ancora così forte da potermi
fidare, da poter entrare in intimità con qualcuno. Ma chi erano gli
altri, quelli diversi da me? Quelli che mi facevano così paura? Quale
era il loro sentire. Non li conoscevo, li avevo esclusi perché ne avevo
paura. Potevo fidarmi di loro e aprirmi, potevano entrare e devastarmi.
A volte nei gruppi, mi sentivo soffocare, cosi mi limitavo a starmene
in disparte, partecipavo ma non ero coinvolta. Ero chiusa nella mia
personalità introversa, nella mia disperata solitudine. Pensavo che
nessuno mi capisse, li sentivo prepotenti, aggressivi e incapaci di
amare, facevo fatica a toccarli e a farmi toccare. Compresi che questo
era ciò che avevo sentito da piccola e che aveva provocato la mia
disperazione. Era stato l’altro di cui mi ero fidata, a cui mi ero
affidata che si era comportato così, e il ricordo e la paura di quel
dolore erano così forti che avevo deciso di chiudere per sempre con
l’altro, chiunque fosse. Ma qualcosa era cambiato in me. Se il mondo,
se gli altri erano gli stessi, io non ero più la stessa, non ero più la
bambina terrorizzata che aveva deciso di barricare il suo cuore per
proteggerlo. Ero stanca di vivere di nulla, di vivere di vuoto, di
vivere nel vuoto della paura e della solitudine. Ero stanca di
costruire muri. Sempre nei gruppi, quando gli altri parlavano della
loro sofferenza, mi accorgevo di vederli in modo diverso da ciò che
erano, anzi mi accorgevo di non averli mai visti. Compresi che è solo
nell’amore che riesci a fidarti, che riesci ad entrare in contatto con
l’altro, che puoi non avere paura dell’altro, del mondo che ti
circonda. Ma per riuscire ad amarli, così come volevo io, dovevo
conoscerli. Dovevo conoscere i loro cuori, conoscere la disperazione
che li aveva costretti a difendersi così duramente, come era successo a
me. Dovevo quindi mettermi dall’altra parte, dalla parte di chi
ascolta. Volevo occuparmi, nel mio piccolo, della loro sofferenza per
comprenderla. Perciò mi sono iscritta al corso di formazione del Metodo
Monari, e questo studio mi ha aperto a livelli di conoscenza così
profondi, non solo degli altri ma anche e soprattutto di me stessa, che
non avrei mai pensato possibile. Mentre riuscivo a sentire e a farmi
rapire dalla bellezza della Natura, dalla grazia degli animali e dei
bambini, nell’essere umano adulto non riuscivo a scorgere la sapienza
dell’Energia Vitale che tutto permea. Ora invece, quando osservo un
gruppo lavorare, vedo che le loro armature si allentano, l’espressione
dei loro volti cambia e finalmente scorgo anche nei loro corpi la
saggezza, la meraviglia della Natura. Vedo i loro occhi ravvivarsi,
vedo che i loro corpi diventano aggraziati, i loro gesti gentili.
Finalmente li vedo pieni di Energia Vitale e sento che non c’è un posto
più sacro del nostro corpo, del mio corpo, e ringrazio la Vita per
avermi dato un luogo dove tutto questo può accadere. E allora
ripercorro a ritroso la mia storia e ritrovo Maddalena, e penso che il
centro è la storia della sua solitudine, del suo dolore, e di come ha
saputo accoglierlo e trasformarlo. Lei ha voluto entrare nella sua
stanza degli orrori e ha visto. Ha voluto fare i conti con la propria
sofferenza, ha voluto capire da dove veniva, perché è solo con
l’incontro con le verità scomode, è solo se si ha il coraggio di non
cedere al silenzio imposto dall’educazione, ai dogmi culturali, che si
può darne testimonianza agli altri.
Il suo metodo è la storia di una persona che si è messa in discussione,
che ha messo in discussione la sua vita. E’ la storia di una persona
che ha rotto con l’ottusità della medicina ufficiale, esponendosi in
prima persona, ogni volta che arriva da lei qualcuno che la medicina
ufficiale ha abbandonato a se stesso. E lei che ha dato parola al suo
dolore, ha voluto dare la possibilità al dolore muto e sconosciuto
delle persone che vengono al centro, di sciogliersi in parole. Ogni
volta che arriva qualcuno, porta con sé il proprio dolore scritto sul
corpo, scritto nel corpo, come espressione di un disagio, di una
disperazione più profondi. Arrivano così, come sono arrivata io, in
cerca di ascolto, in cerca di qualcuno che sappia offrirsi senza
chiedere, che sappia offrire senza invadere. Che sappia leggere il loro
dolore dalle tensioni, anche minime, scritte nei loro muscoli, scritte
dai loro muscoli e che nessuno ha saputo leggere limitandosi ai
protocolli. E’ solo se hai saputo leggere i tuoi segni, decifrare le
tue tensioni, che puoi leggere quelle degli altri. Arrivano al centro
perché loro non sanno dargli voce. Arrivano affamati di tenerezza, di
una intimità che a nessuno è concesso di esplorare, neanche a sé
stessi, nascosta nei loro muscoli rigidi, nascosta dietro al sintomo,
prigioniera del sintomo. Ed è attraverso il paziente lavoro sui muscoli
che si fa al centro, che il dolore diventa dapprima sensazioni, e poi
parole. Diventano storie piene tutte della stessa sofferenza, ma ognuna
con un sintomo diverso, perché ognuna vissuta in modo diverso.
Maddalena, in tutti questi anni, ha ascoltato, ha offerto la sua
presenza con passione, ha riconosciuto nelle storie la sua storia, e ha
saputo creare un luogo dove la sofferenza isolata, solitaria, disperata
e muta del corpo, dei corpi, potesse incontrarsi. Un luogo liberato sia
dall’aggressività terapeutica che dal giudizio morale. Ha creato un
luogo dove rendere possibile l’avvenimento dell’ascolto e della parola.
L’ascolto del dolore racchiuso nel sintomo e del diritto di parola che
finalmente gli abbiamo dato, della capacità adulta di trasformarlo in
parole. E qui, in questo luogo, il sintomo trasformato lascia il corpo,
libera il corpo. Mi sono chiesta tante volte, dov’era il potere, la
forza che permetteva l’alchimia della trasformazione, la capacità di
ridare vita al corpo. Un giorno un pensiero mi sorprese. Mi ricordai
del fastidio che provavo per il mio corpo malato e muto, del fastidio
che provavo per la sua sofferenza e le sue limitazioni. Mi ricordai
anche di quando vidi una farfalla appena uscita dalla crisalide, con le
ali stropicciate e umide, tenera e indifesa. Mi innamorai di lei, della
sua vulnerabilità. Aprii le mani e la circondai nel tentativo di darle
calore e
forza, per vederla spiccare il volo e restituirla alla vita. Le due
immagini si sovrapposero, e io mi vidi come quella farfalla nelle mani
di Maddalena. Lei era stata capace di innamorarsi della mia
vulnerabilità, della mia sofferenza fino a farmene innamorare, fino a
farmi superare il rifiuto della malattia e prenderla tra le mani e
dolcemente trasformarla. Avevo carpito, inconsciamente, l’amore al di
là della tecnica, e questo mi dava vita, riempiva la mia fame d’amore
che ancora non sapevo di avere. Quell’amore gentile che da bambina non
avevo sentito, rispettoso di me e della mia volontà, rispettoso dei
miei limiti. Poiché un corpo contratto è incapace di sentire sia il
bisogno di amore, sia l’amore che gli viene dato, solo dopo essermi
liberata dalle contratture riuscivo a comprendere. Io, così come ha
fatto Maddalena, mi sono messa in discussione ogni giorno. Ogni giorno,
quando la struttura del mio corpo cambiava, dovevo confrontarmi con i
miei limiti e decidere se cambiare, se seguire il mio corpo verso la
sua naturale propensione alla salute e andare avanti, o fermarmi e
tornare indietro verso la malattia. Se andare verso l’apertura o
tornare indietro verso la chiusura. Ho scelto di cambiare, poiché
conoscevo il finale della storia e perché volevo inventarmi una storia
nuova, con un finale diverso. Volevo sperimentare nuovi schemi corporei
che sempre più mi facessero ritrovare la centralità del mio essere, la
vitalità del mio corpo, sentivo di averne la forza. Capivo anche che
significava reinventarsi la vita, ma io non avevo nulla da perdere. Era
stata questa convinzione che all’inizio, aveva fatto scattare in me la
voglia disperata di provare strade diverse che escludessero la chimica,
la violenza dell’estirpazione del sintomo a tutti i costi. Attraverso
il sintomo il mio corpo mi parlava, estirparlo significava zittirlo,
violentarlo ancora una volta. Mi diceva cose che non capivo perché
avevo dimenticato il suo linguaggio. Ho dovuto, come dice Maddalena,
ripristinare la continuità interrotta, per ridargli fiducia, per
portare il suo linguaggio alla corteccia e poterlo tradurre in parole,
per aiutarmi ad uscire dal mio disagio. E’ stato come decodificare una
lingua antica e sacra, dimenticata nel sintomo, la quale mi ha fatto
ritrovare lo splendore della Natura nel mio corpo, perché il corpo è la
Natura, agisce con i suoi tempi e segue le sue leggi, le leggi della
Vita. Finalmente ha ritrovato la voglia di vivere questa vita, la
fiducia nel mio corpo e nelle sue potenzialità, la fiducia nel futuro,
la fiducia in me stessa ( mi sono abituata a credere di farcela e
soprattutto a farcela da “sola”, nessuno sa meglio di me cio’ di cui ha
bisogno ). Non ho più avuto ricadute, ma anzi ho recuperato le
menomazioni che la malattia mi aveva lasciato. Il fantasma della
malattia non mi aleggia più intorno, ha liberato la mia mente e non mi
fa più paura. Ho imparato che per sentire si deve solo saper ascoltare.
Proprio qualche giorno fa, durante uno stage, ho provato uno stato di
benessere tale da sentirmi pronta per andare incontro ad un “ brillante
futuro “. Io che avevo sempre e solo visto il buio della disperazione,
ora vedo la gioia e la luce della speranza. Mondini Carla [-] 11/05/2005 I RISULTATI SORPRENDENTI DEL METODO MONARII risultati sorprendenti del Metodo Monari. Cara Maddalena ti volevo raccontare un fatto accaduto a un mio allievo. Ad ottobre 2004, Paolo, 42 anni, si rivolge a me per un mal di schiena che lo affligge da alcuni mesi e per una grossa tensione muscolar...[+]
I risultati sorprendenti del Metodo Monari.
Cara Maddalena ti volevo raccontare un fatto accaduto a un mio allievo.
Ad ottobre 2004, Paolo, 42 anni, si rivolge a me per un mal di schiena
che lo affligge da alcuni mesi e per una grossa tensione muscolare a
tutto il corpo soprattutto al risveglio. Corre da quattro anni e tutte
le sere si allena per circa un'ora.
Mi chiede di partecipare ad un gruppo settimanale. E' molto rigido e
non riesce a stare seduto a terra con le gambe distese.
Durante l’inverno continua ad allenarsi e ( 45-50 Km alla settimana) ed
a partecipare agli incontri settimanali dedicando anche a casa qualche
momento al lavoro con le palline.
Il 24 aprile scorso partecipa alla maratona di Padova, 42 Km che
conclude in 3 ore e 36 minuti riportandomi la sua incredulità per il
risultato ottenuto . Mi racconta di non aver sentito la fatica e di non
aver avuto alcun dolore durante la corsa ( evento che spesso accade e
che può portare ad interrompere la gara) e di non aver avuto, nei
giorni successivi, alcun accumulo di acido lattico.
Il vincitore è arrivato in 2 ore e 30 minuti.
Ha partecipato alla stessa maratona anche nel 2003 con un tempo di 4
ore e 35 minuti e nel 2004 in 4 ore e 16 minuti. Come puoi vedere,
rispetto all’anno scorso, il suo tempo è migliorato di 40 minuti: a
detta di chi corre è un risultato sorprendente non giustificato
dall’allenamento effettuato che è risultato essere minimo per chi vuole
partecipare a questi eventi sportivi.
Paolo ha dichiarato inoltre di non aver fatto uso di alcuna sostanza
dopante.
Ancora una conferma della validità e potenza del tuo Metodo!
In attesa dei calciatori.........ti abbraccio forte Gloria Spiritelli Terapista del Metodo Monari - Mantova, 2 maggio ’05 [-] |

