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IL MIO INCONTRO CON IL METODO MONARI

Pubblicato il . Sezione: Testimonianze

Ho incontrato il Centro Monari quasi per caso.Circa un anno prima mi avevano diagnosticato la Sclerosi Multipla. Nonriuscivo a crederci e a farmene una ragione, non era possibile, unamalattia cosi grave proprio a me. La paura dell’infermità progressiva eirreversibile che mi era stata presagita, era enorme, più grande di me. Ma è proprio quando la paura è molto forte che ci viene spontaneocompiere atti di coraggio altrettanto forti.

Nonostante fossiterrorizzata, la mia testa era piena di pensieri cupi e poco ottimisti,pensavo che doveva esserci, da qualche parte qualcosa, qualcuno che miaiutasse a guarire, non era possibile che fosse irreversibile. Michiedevo spesso: e adesso cosa faccio?!Raccolsi tutte le mie forze, tutto il mio coraggio e decisi di nonfarmi sopraffare da quella diagnosi nefasta. Volevo e dovevo provarealtre strade, diverse da quelle della medicina ufficiale che si eradichiarata impotente. Mi ripetevo spesso che non avevo nulla daperdere, forse comunque era solo questione di tempo, però almeno ciavevo provato, mi ero battuta e non arresa. Avevo sempre considerato lasalute come un dato di fatto, qualcosa che nonostante tutto non potessevenirmi meno. Qualcosa a cui, siccome è gratuita, ci viene data acorredo quando nasciamo, non sapevo dare valore. E invece ora dovevofare i conti con la malattia. Una malattia incurabile e progressiva,che avrebbe a poco a poco distrutto il mio corpo, la mia vita, i mieisogni. Avevo ancora così tante cose da fare, tante emozioni da provare.Pensavo e ripensavo spesso a come era potuto accadere, cosa mi erasfuggito. Mi sembrava di sapere tutto sul corpo, lo avevo studiato suilibri di scuola. Sapevo come era fatto, come funzionava, e comesoddisfare i suoi bisogni materiali, che credevo fossero gli unicipossibili. Però, non sapevo nulla del mio corpo. Il pensiero che più mistupiva, ciò di cui non riuscivo a capacitarmi era che mi avevatradito: mi sentivo tradita dal mio corpo, si era ammalato seppur cosigiovane. Seguendo i miei pensieri incappai in una domanda insolita:oltre a ciò che mi dicevano gli altri ( medici, terapisti vari, libri,ecc.), del mio corpo cosa sentivo?! Improvvisamente mi ravvidi e losentii come estraneo, come fosse il corpo di un altro, uno checonoscevo poco, e poi cosa voleva da me, perché si era messo a urlare?!Ripensai a quanti segnali di disagio mi poteva aver sussurrato in tuttiquesti anni di convivenza, e a cosa ne avevo fatto, visto che non miero accorta del suo stare male, del mio stare male. Dove ero statatutto quel tempo, mentre lui continuava a vivermi accanto.La malattia incalzava e io sentivo che non avevo tempo da perdere,dovevo rinsaldare i rapporti, “ripristinare la continuità interrotta”,dovevo muovermi, agire. Bella prova per me che mi stavo paralizzando.Ero frastornata e confusa. Da dove cominciare? Cercai più informazioniche potevo su questa malattia semisconosciuta, non escludendo nessunafonte. Trovai dei libri che parlavano dell’igienismo, una filosofia divita basata sul vivere il più naturalmente possibile, e questi aprironola mia mente a nuovi e più ampi punti di vista. Lessi che questi mediciconsideravano la malattia come una risposta benefica e vitale delcorpo, e che è grazie ad essa che l’organismo scarica le tossine e siriporta in equilibrio. Di come l’alimentazione naturale siafondamentale per la salute, di come sia importante il rispetto deitempi fisiologici del corpo, e che è la Natura che agisce da guaritriceuniversale, noi glielo dobbiamo solo permettere.Ero affascinata da questi concetti che sentivo appartenermi, sonocresciuta in campagna e la Natura era spesso la mia compagna di gioco,ma cosi diversi da quelli che ero abituata a sentire e che avevostudiato sui libri di medicina. Solo da piccola avevo sentito dire amia nonna che lei era il medico di se stessa, ma lei era una semplicecontadina, non un emerito professore di università.Decisi che dovevo seguire il mio cuore, ovunque mi portasse, io avevoancora la vita, avevo ancora me stessa ed era da qui che volevopartire. Sapevo che per fare questo dovevo andare contro la paura ditutti: medici, famiglia e soprattutto contro la mia di paura. E’ piùfacile seguire una strada conosciuta o anche solo affollata, seppurdevastante, che avventurarsi da soli per una strada isolata esconosciuta. Applicai diligentemente e rigorosamente i nuovi principiigienisti, soprattutto riguardo al cibo, perché pensavo che solo cosìavrebbero potuto dare i risultati che prospettavano. E infatti questenuove scelte mi portarono a un notevole miglioramento, tanto da fermarela progressione della malattia e dopo circa un’ anno darmi la forza ela possibilità di rispondere attivamente alle nuove domande che avevoin testa.Però comunque, non stavo come volevo io: ero sempre molto stanca,insicura, depressa, mi sentivo come legata a un filo. La lotta controla paura della mia famiglia e le loro continue critiche e insicurezze,contro la mia paura del futuro e i miei dubbi, contro la solitudine chele scelte controcorrente portano, mi svuotava. A volte pensavo fossemeglio abbandonarsi alla malattia. Avrei avuto tutti ai miei piedi,pronti a rendersi utili, fino a che non fossi diventata un peso eallora forse mi avrebbero scaricato per sopravvivere essi stessi. Ma lamia vita non poteva essere solo questo trascinarsi. Sapevo che tuttoquello che facevo non era abbastanza, avevo bisogno di altronutrimento, avevo bisogno di qualcosa di più. Un di più che mi portassedentro alla malattia, alle sue ragioni, per capire, per sapere, perconoscere. Ma di nuovo non sapevo da dove cominciare. Il mio corpo eraspossato e privo di forze, era come spento. Provai diverse terapie:shiatsu, analisi, chiropratica, ecc.. Ottenevo dei benefici, ma che siannullavano in troppo breve tempo. Io volevo qualcosa che “svegliasse”il mio corpo alla sua naturale capacità di guarire, come dicevano gliigienisti, solo così mi sarei liberata dalla malattia, io rivolevo ilmio corpo sano e pieno di vita. Un giorno gironzolando per una libreriain cerca di intuizioni, trovai un libro dal titolo “Io e il tuo corpo”,di Maddalena Monari. Il titolo mi suonava curioso e provocatorio. Losfogliai attentamente, volevo capire cosa proponeva. Il suo era unparlare strano. Parlava della violenza dell’educazione, diceva che nelcorpo è scritta tutta la nostra storia ed è per questo che lavorare sulcorpo vuol dire entrare profondamente nella sfera emotiva. Diceva chenei nostri muscoli sono bloccate le emozioni che non abbiamo potutoesprimere, che ogni dolore è scritto nel nostro corpo, immagine delnostro inconscio. Che siamo costretti a distruggere il nostro corpo pernon sentire e che abbiamo solo due possibilità: quello della violenzaverso gli altri o verso noi stessi, cioè la malattia. Era ciò checercavo: l’origine sconosciuta del mio stare male. Mentre leggevo misentivo emotivamente coinvolta, come se stesse parlando di me.Conoscevo la violenza, l’umiliazione di cui parlava, conoscevo ilrancore, l’odio, la rabbia che non avevo potuto esprimere perché mi erastato proibito, e che sentivo di avere ancora dentro. Quanta paura mifacevano questi sentimenti distruttivi, mi sembravano draghi le cuibocche fiammeggianti avrebbero distrutto me e le persone che avevointorno, se solo avessi osato liberarli. Non comprai il libro. Pensavoche il centro si trovasse a Milano, e poiché mi sentivo ancora troppodebole per affrontare trasferte in altre città, era inutile che miconcentrassi su qualcosa che non potevo fare. Però non appena le miecondizioni fisiche me lo permettevano, volevo farne esperienza, provaresu di me direttamente, anche per una sola volta. Nei giorni seguenti,le frasi lette, continuavano a girarmi nella testa. Le sentivo cosìvere. Avevo zittito il mio corpo per non sentire troppo dolore, per nonsentire tutto quel dolore che avrebbe potuto farmi impazzire, pauraricorrente delle mia adolescenza. Capivo che in qualche modo dovevocompiere il cammino a ritroso, dovevo andare dove avevo seppellito ilmio terrore. In ogni racconto, sono le scelte del protagonistache portano ad una data conclusione della storia, piuttosto che aun’altra. Dovevo rileggere riga per riga la mia vita, e vedere come ese potevo riscriverla, cambiare la fine del romanzo, perché la fine chemi aspettava non mi piaceva. La mia vita non poteva finire così. La miavita non poteva essere solo questo. Nella mia ricerca di tracce, dispunti per la guarigione, mi capitò tra le mani un libro di W. Reich euna frase fece breccia nella mia mente. Diceva che “ogni tensionemuscolare contiene una storia ed il significato della sua origine. Ilsuo scioglimento libera non solo l’energia, ma riporta anche allamemoria la situazione stessa in cui il trauma ha avuto luogo”. Cherivoluzione era mai questa!? Attraverso l’allentamento delle tensionimuscolari, avrei potuto rivivere i traumi subiti e in qualche modoriscriverli. Però non sapevo come fare, avevo fatto più di due anni dianalisi e non mi aveva portato da nessuna parte, facendomi capire che,evidentemente, non era la mia strada giusta, che avevo bisogno d’altro.Qualche giorno dopo, sfogliando l’elenco del telefono trovai, per casoe con grande sorpresa, l’indirizzo ed il numero del Centro Monari, cheera proprio a Bologna dove io abitavo. Ero fortemente attratta dalleparole del libro, e anche se non avevo capito, perché non mi erosoffermata abbastanza sul lavoro che proponeva, decisi che dovevosperimentare qualcosa per capire dove volevo andare, e poi avevobisogno di aiuto. Non capivo bene, ma avevo bisogno di aiuto, anche senon sapevo come e a chi chiederlo. Perciò provai a chiamare per fissareun’eventuale appuntamento. Mi presentai al centro alquanto titubante,l’unica cosa di cui ero certa era che avevo la Sclerosi Multipla e chevolevo almeno fermarne l’avanzata. Mi sembrava di ricordare che illavoro si rivolgesse soprattutto a persone con problemiosteoarticolari, perciò mi ero preparata ad un rifiuto impotente.Sapevo di avere una malattia grave e che ci voleva coraggio a lavorarecon me. Quando entrai al centro, notai subito che era diverso da tuttiquelli che avevo frequentato, non era così spartano. Era stato pensatoper essere prima di tutto accogliente, i colori tenui dell’azzurro edel verde pastello, il giardino interno, la tranquillità, la lucesoffusa. Poi incontrai Maddalena, anzi incontrai subito i suoi occhi, enonostante mi incutesse timore, sentivo di potermi fidare. Era bella emorbida nel suo vestito lungo, calda nel parlare e sicura. Avevobisogno di qualcuno che mi aiutasse senza invadermi, avevo bisogno diqualcuno che mi fosse empaticamente vicino, ma abbastanza lontano danon impaurirmi. Una persona malata si sente indifesa, impaurita e sola.Lei mi dava come l’impressione che avesse capito tutto, che sapessetutto di me anche se ancora non le avevo parlato. Non c’era quasibisogno di parlare, il sentire era più forte. Era come se da leitraspirasse sapienza, che sento forte ancora oggi, e che non avevo maipercepito in nessun altro terapista, nessuno mi era mai entrato cosìdentro. Era come se il mio essere e il suo essere comunicassero inun’intesa profonda, finalmente qualcuno mi capiva senza faticare tanto.Le parlai della S.M. . Mi ascoltò in silenzio, senza dire niente,perché non c’era niente da dire ma solo da fare, e per fortuna decisedi lavorare con me. Così cominciai piano quello che sarebbe stato ilcammino più difficile e coinvolgente della mia vita, tutto il mioessere ne era partecipe. Era un lavoro diverso dal solito, non sapevocosa mi aspettasse e non sapevo casa aspettarmi, non ero abituata alasciar fare al corpo, ma sentivo che era l’unico lavoro che dovevofare. Io volevo ritrovare il mio corpo, il suo amore per la vita,volevo dargli voce o forse dovevo solo ritrovare il coraggio diascoltarlo. Comunque cominciai con degli incontri settimanali di unpaio d’ore. Il lavoro si svolgeva in gruppo e per me, incazzata colmondo, solitaria e introversa, era un problema, ma non volevo e nonpotevo tirarmi indietro. Si dovevano mettere delle palline da tennissotto ai muscoli e questi,come per magia, mollavano le tensioni, si rilassavano a tal punto daallungarsi vistosamente. Seguivo le indicazioni diligentemente, cosìcome è nel mio carattere, non volevo perdere nessuna sensazione di quelpoco che sentivo, volevo capire cosa stava succedendo. Sentivo imuscoli rilassarsi, sentivo tutto il mio essere sprofondare in unrilassamento mai provato prima, ma nonostante ciò, comunque, dopodiversi mesi di lavoro, capivo che era un lavoro come di superficie, ioavevo bisogno di qualcosa di più forte, che entrasse più dentro, cheriuscisse a passare oltre la mie barriere. Poi Maddalena mi propose unlavoro a suo dire più profondo, strutturato in stages di alcuni giorni,per diverse ore al giorno. Mi fidavo di lei, ne avevo bisogno, eprovai. Capii subito cosa volesse dire con lavoro più profondo, capiisubito perché fu li che incontrai il mio dolore, che incontrai il“peggio di me stessa”, il mio lato oscuro, quella parte di me chevolevo nascondere, che non volevo incontrare perché mi faceva paura,che non volevo sentire, di cui mi vergognavo. Stavo aprendo la stanzadegli orrori. Incontrai la disperazione che da bambina avevo rimossoper poter sopravvivere. Incontrai la disperazione di stare in un corposbagliato. Ad ogni stage, trovavo pezzi della mia infanzia che, nonavevo dimenticato, sapevo che c’erano, ma dei quali non ricordavo piùil dolore, e quel dolore si ripresentava in tutta la sua forzadevastante, ma questa volta potevo permettermi di sentirlo, potevoabbandonarmi al dolore travolgente perché questa volta c’era Maddalenache non mi perdeva. Ora potevo affondare nella mia disperazione, potevoimmergermi in essa fino in fondo perché sapevo che non mi avrebbeannientato. Avevo bisogno di qualcuno che accogliesse il mio dolore, ildolore che da bambina mia madre non aveva potuto accogliere, e loportasse fuori da me. Ogni volta che “riemergevo” dall’incontro con ilpassato, mi sentivo più forte, più sicura di me stessa, con piùenergia, cosi come avevo letto nella frase di Reich. Avevo incontratoil drago e la paura di affrontarlo, ma alla fine avevo visto che erasolo un mulino a vento. Era un lavoro pesante, impegnativo, lento elungo, che riverberava i suoi effetti anche dopo, finito la stage. Maio volevo farlo: solo quel lavoro mi avrebbe resa libera, avrebbeliberato il mio essere, mi avrebbe dato la libertà che volevo, cioè lalibertà di partecipare il mio sentire. Io volevo liberarmi da tutto ildolore del mondo che sentivo imprigionato nel mio corpo, che avevosempre considerato come un luogo di sofferenza da cui scappare, ilresponsabile di tutti i miei problemi. Lo avevo ritenuto colpevole, perla sua fragilità, di essersi ammalato: era il mio nemico da combattere,e dopo quarant’anni di battaglie ero stanca, forse la vita era anchealtro. Volevo liberarmi da tutto il ciarpame che avevo raccolto durantegli anni dell’educazione, che mi aveva portato lontano dal mio corpo,dal mio sentire, facendomi affondare in quella disperazione. Credevociecamente in ciò che facevo, volevo immergermi completamentenell’esperienza della guarigione. Stavo a poco a poco sempre meglio,sentivo sempre di più che quel lavoro era la mia strada giusta e lapercorrevo, pur tra mille paure con sicurezza. Ogni volta toccavo ilfondo e ogni volta lo raccontavo. C’era un gruppo di persone che miascoltava, che si emozionava per me e con me, al quale comunicarel’esperienza che stavo vivendo. C’era Maddalena, come testimoneconsapevole, e c’ero io, fragile e indifesa dal passato, ma allo stessotempo forte e determinata. Ogni volta raccontavo la disperazione cheavevo incontrato e questo mi liberava. Liberava la mia mente, liberavail mio corpo, liberava la mia vita. Fino a quando, l’anno scorso,durante uno stage, provai una sensazione a me sconosciuta, qualcosa chedavvero non avrei mai pensato di provare. Finalmente incontrai il“ben-essere” di stare nel corpo, di stare nel mio corpo, non volevo piùscappare, non mi faceva più rabbia, non avevo più paura di incontrare isuoi bisogni.In qualche modo sentivo che sarebbero finite le battaglie diauto-distruzione, potevo prendere fiato. La percezione della malattiasi affievoliva sempre di più. Ero diventata più curiosa rispetto a ciòche mi circondava, e ora potevo spostare la mia attenzione anche fuorida me. Capivo che per guarire avevo dovuto concentrarmi solo su di me,mi ero chiusa su me stessa da escludere tutto e tutti. Il percorso diguarigione era un fatto così impegnativo da non permettere distrazioni.Ma ora che potevo alzare lo sguardo, ora sentivo che mi mancavaqualcosa, e quel qualcosa erano gli altri. Mi mancava l’apertura, loscambio emotivo con l’altro. Non ero però ancora così forte da potermifidare, da poter entrare in intimità con qualcuno. Ma chi erano glialtri, quelli diversi da me? Quelli che mi facevano così paura? Qualeera il loro sentire. Non li conoscevo, li avevo esclusi perché ne avevopaura. Potevo fidarmi di loro e aprirmi, potevano entrare e devastarmi.A volte nei gruppi, mi sentivo soffocare, cosi mi limitavo a starmenein disparte, partecipavo ma non ero coinvolta. Ero chiusa nella miapersonalità introversa, nella mia disperata solitudine. Pensavo chenessuno mi capisse, li sentivo prepotenti, aggressivi e incapaci diamare, facevo fatica a toccarli e a farmi toccare. Compresi che questoera ciò che avevo sentito da piccola e che aveva provocato la miadisperazione. Era stato l’altro di cui mi ero fidata, a cui mi eroaffidata che si era comportato così, e il ricordo e la paura di queldolore erano così forti che avevo deciso di chiudere per sempre conl’altro, chiunque fosse. Ma qualcosa era cambiato in me. Se il mondo,se gli altri erano gli stessi, io non ero più la stessa, non ero più labambina terrorizzata che aveva deciso di barricare il suo cuore perproteggerlo. Ero stanca di vivere di nulla, di vivere di vuoto, divivere nel vuoto della paura e della solitudine. Ero stanca dicostruire muri. Sempre nei gruppi, quando gli altri parlavano dellaloro sofferenza, mi accorgevo di vederli in modo diverso da ciò cheerano, anzi mi accorgevo di non averli mai visti. Compresi che è solonell’amore che riesci a fidarti, che riesci ad entrare in contatto conl’altro, che puoi non avere paura dell’altro, del mondo che ticirconda. Ma per riuscire ad amarli, così come volevo io, dovevoconoscerli. Dovevo conoscere i loro cuori, conoscere la disperazioneche li aveva costretti a difendersi così duramente, come era successo ame. Dovevo quindi mettermi dall’altra parte, dalla parte di chiascolta. Volevo occuparmi, nel mio piccolo, della loro sofferenza percomprenderla. Perciò mi sono iscritta al corso di formazione del MetodoMonari, e questo studio mi ha aperto a livelli di conoscenza cosìprofondi, non solo degli altri ma anche e soprattutto di me stessa, chenon avrei mai pensato possibile. Mentre riuscivo a sentire e a farmirapire dalla bellezza della Natura, dalla grazia degli animali e deibambini, nell’essere umano adulto non riuscivo a scorgere la sapienzadell’Energia Vitale che tutto permea. Ora invece, quando osservo ungruppo lavorare, vedo che le loro armature si allentano, l’espressionedei loro volti cambia e finalmente scorgo anche nei loro corpi lasaggezza, la meraviglia della Natura. Vedo i loro occhi ravvivarsi,vedo che i loro corpi diventano aggraziati, i loro gesti gentili.Finalmente li vedo pieni di Energia Vitale e sento che non c’è un postopiù sacro del nostro corpo, del mio corpo, e ringrazio la Vita peravermi dato un luogo dove tutto questo può accadere. E alloraripercorro a ritroso la mia storia e ritrovo Maddalena, e penso che ilcentro è la storia della sua solitudine, del suo dolore, e di come hasaputo accoglierlo e trasformarlo. Lei ha voluto entrare nella suastanza degli orrori e ha visto. Ha voluto fare i conti con la propriasofferenza, ha voluto capire da dove veniva, perché è solo conl’incontro con le verità scomode, è solo se si ha il coraggio di noncedere al silenzio imposto dall’educazione, ai dogmi culturali, che sipuò darne testimonianza agli altri.Il suo metodo è la storia di una persona che si è messa in discussione,che ha messo in discussione la sua vita. E’ la storia di una personache ha rotto con l’ottusità della medicina ufficiale, esponendosi inprima persona, ogni volta che arriva da lei qualcuno che la medicinaufficiale ha abbandonato a se stesso. E lei che ha dato parola al suodolore, ha voluto dare la possibilità al dolore muto e sconosciutodelle persone che vengono al centro, di sciogliersi in parole. Ognivolta che arriva qualcuno, porta con sé il proprio dolore scritto sulcorpo, scritto nel corpo, come espressione di un disagio, di unadisperazione più profondi. Arrivano così, come sono arrivata io, incerca di ascolto, in cerca di qualcuno che sappia offrirsi senzachiedere, che sappia offrire senza invadere. Che sappia leggere il lorodolore dalle tensioni, anche minime, scritte nei loro muscoli, scrittedai loro muscoli e che nessuno ha saputo leggere limitandosi aiprotocolli. E’ solo se hai saputo leggere i tuoi segni, decifrare letue tensioni, che puoi leggere quelle degli altri. Arrivano al centroperché loro non sanno dargli voce. Arrivano affamati di tenerezza, diuna intimità che a nessuno è concesso di esplorare, neanche a séstessi, nascosta nei loro muscoli rigidi, nascosta dietro al sintomo,prigioniera del sintomo. Ed è attraverso il paziente lavoro sui muscoliche si fa al centro, che il dolore diventa dapprima sensazioni, e poiparole. Diventano storie piene tutte della stessa sofferenza, ma ognunacon un sintomo diverso, perché ognuna vissuta in modo diverso.Maddalena, in tutti questi anni, ha ascoltato, ha offerto la suapresenza con passione, ha riconosciuto nelle storie la sua storia, e hasaputo creare un luogo dove la sofferenza isolata, solitaria, disperatae muta del corpo, dei corpi, potesse incontrarsi. Un luogo liberato siadall’aggressività terapeutica che dal giudizio morale. Ha creato unluogo dove rendere possibile l’avvenimento dell’ascolto e della parola.L’ascolto del dolore racchiuso nel sintomo e del diritto di parola chefinalmente gli abbiamo dato, della capacità adulta di trasformarlo inparole. E qui, in questo luogo, il sintomo trasformato lascia il corpo,libera il corpo. Mi sono chiesta tante volte, dov’era il potere, laforza che permetteva l’alchimia della trasformazione, la capacità diridare vita al corpo. Un giorno un pensiero mi sorprese. Mi ricordaidel fastidio che provavo per il mio corpo malato e muto, del fastidioche provavo per la sua sofferenza e le sue limitazioni. Mi ricordaianche di quando vidi una farfalla appena uscita dalla crisalide, con leali stropicciate e umide, tenera e indifesa. Mi innamorai di lei, dellasua vulnerabilità. Aprii le mani e la circondai nel tentativo di darlecalore eforza, per vederla spiccare il volo e restituirla alla vita. Le dueimmagini si sovrapposero, e io mi vidi come quella farfalla nelle manidi Maddalena. Lei era stata capace di innamorarsi della miavulnerabilità, della mia sofferenza fino a farmene innamorare, fino afarmi superare il rifiuto della malattia e prenderla tra le mani edolcemente trasformarla. Avevo carpito, inconsciamente, l’amore al dilà della tecnica, e questo mi dava vita, riempiva la mia fame d’amoreche ancora non sapevo di avere. Quell’amore gentile che da bambina nonavevo sentito, rispettoso di me e della mia volontà, rispettoso deimiei limiti. Poiché un corpo contratto è incapace di sentire sia ilbisogno di amore, sia l’amore che gli viene dato, solo dopo essermiliberata dalle contratture riuscivo a comprendere. Io, così come hafatto Maddalena, mi sono messa in discussione ogni giorno. Ogni giorno,quando la struttura del mio corpo cambiava, dovevo confrontarmi con imiei limiti e decidere se cambiare, se seguire il mio corpo verso lasua naturale propensione alla salute e andare avanti, o fermarmi etornare indietro verso la malattia. Se andare verso l’apertura otornare indietro verso la chiusura. Ho scelto di cambiare, poichéconoscevo il finale della storia e perché volevo inventarmi una storianuova, con un finale diverso. Volevo sperimentare nuovi schemi corporeiche sempre più mi facessero ritrovare la centralità del mio essere, lavitalità del mio corpo, sentivo di averne la forza. Capivo anche chesignificava reinventarsi la vita, ma io non avevo nulla da perdere. Erastata questa convinzione che all’inizio, aveva fatto scattare in me lavoglia disperata di provare strade diverse che escludessero la chimica,la violenza dell’estirpazione del sintomo a tutti i costi. Attraversoil sintomo il mio corpo mi parlava, estirparlo significava zittirlo,violentarlo ancora una volta. Mi diceva cose che non capivo perchéavevo dimenticato il suo linguaggio. Ho dovuto, come dice Maddalena,ripristinare la continuità interrotta, per ridargli fiducia, perportare il suo linguaggio alla corteccia e poterlo tradurre in parole,per aiutarmi ad uscire dal mio disagio. E’ stato come decodificare unalingua antica e sacra, dimenticata nel sintomo, la quale mi ha fattoritrovare lo splendore della Natura nel mio corpo, perché il corpo è laNatura, agisce con i suoi tempi e segue le sue leggi, le leggi dellaVita. Finalmente ha ritrovato la voglia di vivere questa vita, lafiducia nel mio corpo e nelle sue potenzialità, la fiducia nel futuro,la fiducia in me stessa ( mi sono abituata a credere di farcela esoprattutto a farcela da “sola”, nessuno sa meglio di me cio’ di cui habisogno ). Non ho più avuto ricadute, ma anzi ho recuperato lemenomazioni che la malattia mi aveva lasciato. Il fantasma dellamalattia non mi aleggia più intorno, ha liberato la mia mente e non mifa più paura. Ho imparato che per sentire si deve solo saper ascoltare.Proprio qualche giorno fa, durante uno stage, ho provato uno stato dibenessere tale da sentirmi pronta per andare incontro ad un “ brillantefuturo “. Io che avevo sempre e solo visto il buio della disperazione,ora vedo la gioia e la luce della speranza.

Mondini Carla

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Scegliere di fare il fisioterapista significa scegliere di entrare in contatto col corpo di un'altra persona.

Nelle scuole di fisioterapia questo particolare passa in secondo piano lasciando spazio alle tecniche fisioterapiche, alla teoria e alla pratica, entrambe importanti e semplici da apprendere. Quello che non è semplice è l'incontro con un altro corpo, non spinti dall'eccitazione, come avviene nella sessualità, non spinti dall'amore, come avviene con le persone che amiamo, ma con un diploma in mano...

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