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STORIA DEL MIO INCONTRO CON IL METODO MONARI

Pubblicato il . Sezione: Testimonianze

Passato remoto – Sono già passati molti anni dal giorno nel quale ho cominciato a frequentare questo Centro che ora fa talmente parte della mia vita che mi sembra quasi impossibile che sia esistito un prima tanto lungo. Avevo infatti 48 anni quando, anche su sollecitazione di un’amica, mi sono decisa a varcare la porta di questa insolita palestra.

Da anni leggevo i manifesti affissi per Bologna e devo dire che la parola che più mi incuriosiva in essi era “antiginnastica”, anzi per la precisione era proprio il prefisso “anti” ad attrarmi. Non ero niente affatto interessata dall’idea di fare ginnastica come avevo fatto a scuola o come aveva invano cercato di farmi fare mio padre, portandomi durante l’infanzia assieme ai miei fratelli in un centro sportivo. In queste situazioni mi ero sempre sentita del tutto inadeguata, grassottella e impacciata nei movimenti com’ero. La competizione non mi interessava e probabilmente rifiutavo tutti gli aspetti di necessaria disciplina e ripetitività che la pratica ginnica comportava. Ma questo posso dirlo ora, e ne sorrido, fino a qualche anno fa ero talmente preoccupata di mostrarmi adeguata che non avrei mai ammesso la mia insofferenza verso la disciplina. Non che in questi anni io abbia perso ogni controllo, ma allora ero terribilmente perbene. Signora di mezza età, madre onnipresente di due figli, laureata in pedagogia, al mio primo colloquio con Maddalena ricordo di essermi presentata con le mie scarpine col mezzo tacco (che allora mi era indispensabile per potere camminare) e il tono sicuro di chi sa di avere gli strumenti culturali per affrontare qualunque situazione nuova. Se avessi avuto il coraggio (o l’umiltà) di ammetterlo, avrei dovuto presentarmi strisciando, piangendo, gridando il mio bisogno di essere aiutata. Stavo attraversando in quei mesi un’esperienza terribile e in realtà ero a pezzi. Avevo da mesi il mio secondogenito ricoverato in ospedale dopo un gravissimo incidente stradale nel quale si era fratturato tutti gli arti fuorché il braccio sinistro. Le sofferenze fisiche erano tutte sue, ma in me c’era gravosissima la fatica di essergli vicina per giornate intere. Il peso delle sue lunghe gambe ingessate che era necessario spostare dal letto alla carrozzella era ben poca cosa se paragonato all’incombere del dolore e della preoccupazione per la sua paura, la sua depressione. Aveva dovuto affrontare più volte la sala operatoria e avrebbe dovuto ricominciare ad imparare a camminare. E i sensi di colpa, i fantasmi di inadeguatezza e di rimorsi che assillano un genitore, specialmente se è solo a crescere e cercare di educare i figli. Insomma, ero in uno dei momenti più complicati di una vita che non era stata generalmente semplice. Eppure, abituata com’ero ad essere la prima della classe, pensavo di dovere dimostrare a tutto il mondo che comunque ero in grado di affrontare anche questa situazione, stavo addosso a mio figlio come una gatta selvatica, probabilmente soffocandolo con un eccesso di cure e di presenza, mi sembrava che nessuno potesse occuparsi di lui meglio di me. La fatica e lo stress erano a tal punto che il mio corpo si era definitivamente irrigidito. Avevo paura di piegarmi, perché spesso per il dolore non riuscivo più a rialzarmi. Era la fase finale di un processo di irrigidimento e ripiegamento cominciato fin dall’adolescenza. Dopo essere stata una bambina vivacissima, direi quasi scatenata, ero diventata una ragazzina e poi una donna ingabbiata in forme di severo controllo, imposte dall’educazione e dalle circostanze di vita. Il mio corpo magro e scattante nella prima infanzia era diventato goffo e impacciato, l’impegno ad essere brava in tutto quello che facevo si era stampato in una decisa scoliosi. Non sapevo mai dove mettere le mani, non ero riuscita ad imparare a pattinare o a sciare (quel movimento accelerato verso lo spazio libero mi terrorizzava), soffrivo di vertigini al punto di non riuscire ad affrontare un sentiero di montagna. Il matrimonio e la maternità avevano dato il colpo di grazia alla mia mobilità. Ero sempre stata molto brava a scuola, il pensiero almeno si muoveva, e cercavo di fare con serietà la mia professione. Ma moglie e madre volevano dire ancora di più: e allora la corsa frenetica per organizzarmi fra studio e ciambelle per la colazione, fra presenza culturale e organizzazione efficace della casa. Attenta a tenere tutto sotto controllo, dimenticavo di avere un corpo e a soli ventisette anni soffrivo di dolorosissime forme di artrosi discale, naturalmente poco curate anzi quasi del tutto sottovalutate. Era per me vietato piangere, lamentarsi, mostrarsi debole, perdere il controllo. L’unico spiraglio di libertà che mi concedevo era di tipo mentale e qui torno a parlare delle mia irrefrenabile attrazione per l’anti. Ogni movimento politico o culturale che fosse di rottura mi incuriosiva e trovavo del tutto naturale rendermi disponibile ad esso. Ero un curioso miscuglio di severa adeguatezza ad un modello tradizionale di moglie e madre e un disinvolto partecipare ad esperienze insolite per una signora borghese di quei tempi. Come facessi a conciliare dentro di me le due cose non so, probabilmente si trattava più che altro di un conflitto che si rispecchiava sempre di più nel mio corpo, diventato una specie di corazza. Quando ho cominciato a frequentare il Centro Monari mi vedevo, ed è già strano che mi vedessi, come una gallina: un gran torace gonfio su due gambine rinsecchite. La scoliosi mi aveva infastidita durante le gravidanze, l’artrosi aveva inchiodato la colonna vertebrale, i miei piedi soffrivano di una borsite cronica e i miei muscoli posteriori erano tanto accorciati che camminare con i tacchi bassi mi era impossibile. Eppure marciavo eroicamente, sola nei miei deliri di onnipotenza. Se penso che al colloquio iniziale con Maddalena ho parlato del più e del meno, del male di schiena e di piedi e non ho nemmeno accennato al ricovero di mio figlio, alla sua necessaria riabilitazione, vengo ancora sommersa dallo sgomento. Dovevo veramente essere disperatamente convinta che al mondo non ci fosse nessuno disposto e capace di aiutarmi, che dovevo comunque cavarmela da sola, visto che ad ogni modo era colpa mia… tutto (quanto dovrà sacrificarsi ancora questo brutto anatroccolo per diventare degno di essere amato?). Passato prossimo- Prima esperienza al centro Monari con la frequenza di un corso a incontri settimanali. Sempre sorridente, accondiscendente e preoccupata di piacere, navigavo in realtà in un profondo disagio. Il momento iniziale é di ogni incontro durante il quale in cerchio ognuno parlava di sé, dei propri dolori fisici e delle proprie emozioni, era quasi un tormento. Fin dall’infanzia mi era stato insegnato che parlare in pubblico della propria sofferenza non è dignitoso e oltretutto è inutile perché nessuno può aiutarti come puoi fare da sola. Quindi non comunicavo niente di reale, poche parole possibilmente spiritose. Oltretutto mi domandavo come ci si potesse fidare di messaggi, allora veramente incomprensibili per me, come “tu non respiri” o “quando camminerai con le gambe” pronunciati da Maddalena e dal suo allievo che l’aiutava, sempre con molta dolcezza però, senza nessuno spirito critico. Nel compiere i “preliminari” che venivano suggeriti scoprivo nel mio corpo contrazioni dolorose che mi spaventavano e qualche volta mi irrigidivo ancora di più nello sforzo di fare l’esercizio bene. A dire la verità l’esigenza di fare tutto bene era solo mia, perché mai nessuno si accaniva nel correggere le mie posizioni sbagliate o mi rivolgeva parole di disapprovazione. Fortunatamente, il gruppo di quell’anno era particolarmente affettuoso e nei momenti di contatto, di riposo abbracciati, trovavo molto calore e la consolazione alle mie sofferenze che non richiedevo ma della quale avevo tanto bisogno. Forse se il metodo non prevedesse questi momenti di contatto non sarei mai riuscita a concedermi al dolore fisico prima e allo sblocco emotivo poi, probabilmente avrei abbandonato la palestra che mi sarebbe sembrata solo inutilmente faticosa. È stato proprio durante un lavoro sulle mani di una giovane donna, rigida e contenuta come me, che ho riconosciuto la mia angosciosa solitudine. Ho cominciato a piangere senza potere più fermarmi, come non facevo da quando ero bambina piccola. Non sapevo più cosa fare, perché mi sentivo in dovere di finire il lavoro sulle mani della mia compagna, ma appena ho potuto sono scappata nello spogliatoio. Evidentemente allora non mi sembrava dignitoso allagare la palestra con le mie lacrime, mostrarmi a tutti debole e disperata. In quello spogliatoio ho cominciato a parlare, quando il gruppo è venuto a cambiarsi e solo la settimana dopo ho raccontato a Maddalena di mio figlio. Il suo problema è stato accolto immediatamente con un calore ed una generosità pari solo alla delicatezza e al rispetto che sempre si trovano qui. Ancora in stampelle, ha cominciato a frequentare il centro per dei trattamenti individuali che poco alla volta lo hanno riabituato a rendersi conto che dal suo corpo potevano emergere anche piacere e fiducia e non solo dolore e paura. Poi anche lui è entrato in un gruppo del quale ancora fa parte, compiendo un suo cammino. E così anch’io, per la prima volta nella mia vita, mi sono fidata ed affidata. Ci sono voluti però due anni perché mi decidessi a partecipare ad uno stage, durante il quale è possibile compiere un lavoro più approfondito sul corpo e sulle emozioni. Ora abitualmente frequento il gruppo settimanale e uno o due stages all’anno. Nello stare assieme al gruppo per giornate intere, condividendo anche i pasti e i momenti di riposo, si sono approfondite amicizie e ho del tutto dimenticato la preoccupazione per gli aspetti formali dei rapporti. Ora se mi sento stanca so che posso appoggiare la testa sulle gambe di chi mi sta vicino, se ho voglia di piangere lo faccio dovunque mi trovo. Ma non è tutto qui: ho scoperto che mi piace ballare, scherzare, giocare. Ogni tanto sorprendo tutti ammutinandomi con leggerezza. Il cammino è stato lungo, è difficile raccontare tutte le tappe. L’aspetto che mi è sempre piaciuto di più riguarda la possibilità che questo metodo lascia ad ognuno di fare il suo percorso, senza forzature con i relativi possibili traumi fisici (avevo visto con i miei occhi lo scempio che la fisioterapia tradizionale era capace di compiere quando ‘curavano’ mio figlio in ospedale) e con i possibili traumi emotivi che portano a ricadere, semmai in forme ancora più accentuate, nelle rotazioni, nelle lordosi difensive che tutti usiamo per proteggerci. E così è venuto fuori, senza che debba vergognarmene, anche il mio desiderio di autonomia: che mi senta fragile o che mi senta forte mi piace decidere da me cosa fare, aderire autonomamente, per fiducia e non per dovere, a quanto mi viene proposto. Ricordo con emozione la scoperta delle zone più rigide del mio corpo. Ammorbidendo i muscoli di esse ho spesso messo a nudo abissi di dolori pregressi, di negazione dei miei bisogni. Sono stati momenti di grande paura che però si è sempre stemperata nel clima di accoglienza creato dal gruppo e dai fisioterapisti. Il corpo più morbido mi ha permesso di mettere a nudo i sentimenti, prima a me stessa poi, un poco alla volta – e qui ho ancora strada da percorrere – agli altri. Alcune parti si sono del tutto ammorbidite, altre presentano ancora lordosi ed irrigidimenti, ma ho imparato ad amare e a rispettare anche i miei limiti, a non accanirmi per mostrarmi migliore di quello che sono. Insomma, da questo lavoro è scaturita un’accettazione serena della vita che mi ha permesso in questi ultimi anni di affrontare anche lutti molto dolorosi senza fare pagare al mio corpo la fatica di elaborarli. Ho imparato ad aspettarmi aiuto dagli altri, in fondo viene anche senza essere troppo richiesto. Chi di noi frequenta il centro da più anni ha vissuto, con l’entusiasmo che deriva da una condivisione autentica, le trasformazioni dell’attività e dell’ambiente fisico. L’aprirsi della scuola di formazione sul metodo Monari ha determinato l’approfondimento e la precisazione delle metodologie da usare nei gruppi, che naturalmente risentono positivamente della ricerca comune che viene compiuta da qualche anno. E poi da un anno il nuovo Centro, le nuove palestre, gli ambienti per i trattamenti individuali e in più il giardino e il soggiorno, accoglienti ed allegri, sempre disponibili per chi ha voglia di rilassarsi, incontrare i suoi amici, socializzare attraverso il piacere di mangiare insieme. Forse una sorta di isola felice, che però non spinge ad isolarsi, ma anzi fornisce gli strumenti per navigare con disinvoltura e sicurezza nel mare, tempestoso o paludoso, che sta fuori della porta. Presente-Futuro- Mercoledì 7 dicembre 1995. All’inizio della riunione settimanale ho trovato il coraggio di proporre di lavorare la nuca e la mascella, luoghi del mio corpo dove ancora la rigidità esprime le umiliazioni che ho dovuto coprire, il dolore per non essere stata nutrita dall’amore. Tieni la testa alta, stringi i denti, altrimenti rischi di cadere a pezzi! Il lavoro sui piccoli muscoli dietro alle orecchie e attorno alla mascella si rivela molto doloroso, una morsa d’ansia mi crea una leggera nausea e molta paura. Quando provo ad alzarmi in piedi, scopro che il diaframma si è contratto al punto di impedirmi quasi di respirare. Mi fermo dove sono, ma sono tranquilla perché so che nel gruppo nessuno farà caso al fatto che resto a gattoni e che Maddalena saprà come aiutarmi. E infatti vengo immediatamente soccorsa da un piccolo trattamento individuale sulla zona dorso-lombare e subito dopo tutto il gruppo viene scaldato da un lavoro sulla schiena che ci aiuta a ritrovare la fiducia in noi stessi, nonostante le prove che la vita ci ha inferto. I saluti fra noi, prima di andare a casa, sono questa sera particolarmente pieni di tenerezza. Morale della favola- Il buffo di tutta questa storia sta nel fatto che quando ero giovane (e le fotografie mi dicono che ero bella) non mi piacevo, invidiavo le ragazze che sapevano muovere seduttivamente i lunghi capelli e indossare con disinvoltura sottane sportive. Ora che ho i capelli bianchi e qualche ruga di troppo comincio ad apprezzarmi. La mia ammirazione va soprattutto alle mie gambe, che non sembrano più quelle di una gallina, ma sono dritte come sono sempre state e in più morbide e piene ai punti giusti e senza un filo di cellulite. Indosso con piacere mocassini senza tacco e forse quando compirò sessant’anni mi comprerò la minigonna che non ho mai portato.

Marcella Ruocco

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